Dalla rassegna stampa Teatro

L’insostenibile leggerezza della superficie

«PPP» di ricci/forte si ispira all’ultimo Pasolini per raccontare la forza rivoluzionaria del passato

L’insostenibile leggerezza della superficie
«PPP» di ricci/forte si ispira all’ultimo Pasolini per raccontare la forza rivoluzionaria del passato

Claudia Cannella

Realizzato un paio di anni fa, in occasione dei 40 anni della morte di Pier Paolo Pasolini, «PPP Ultimo inventario prima di liquidazione» segna una nuova tappa nel percorso di Stefano Ricci e Gianni Forte, alias ricci/forte, con all’attivo numerosi spettacoli capaci di dividere il pubblico e di farsi fenomeno di costume. Mentre si accingono a un triennio in residenza alla Scène Nationale di Perpignan e alla regia lirica di un dittico composto da «La mano felice» di Schönberg e «Il castello di Barbablù» di Bartok per il Teatro Massimo di Palermo, ci spiegano le ragioni della svolta artistica presente nello spettacolo in scena da questa sera all’Elfo Puccini.

Partiamo da titolo, cosa significa?

«“PPP” non è soltanto l’acronimo di Pasolini ma è anche, nel linguaggio cinematografico, un primissimo piano, cioè la capacità di usare i dettagli per leggere il presente. Vogliamo raccontare l’incapacità di andare a fondo nelle cose, nelle relazioni e nel rapporto con il tempo presente. “Ultimo inventario prima di liquidazione” è un po’ una resa dei conti, è l’inventario che potrebbe fare qualunque persona per opporsi a questa nebbia, che avvolge tutto. Ci siamo ispirati anche al mito della caverna di Platone, cioè al fatto che ci chiudiamo al mondo esterno come in una tana, dove le ombre di cui ci circondiamo non raccontano il reale, ma solo la sua rappresentazione».

Su quale opera di Pasolini vi siete concentrati?

«Nel momento in cui abbiamo deciso di costruire una performance ispirata a PPP, abbiamo affrontato il suo ultimo periodo (“Petrolio” nella letteratura e “Salò” nel cinema), quello in cui aveva in qualche modo abiurato la celebrazione della sensualità dei corpi come possibilità di fuga dalle convenzioni borghesi. Ma tutta l’opera di Pasolini, da sempre, ha permeato il nostro lavoro».

Una nuova svolta nella vostra scrittura scenica?

«C’è un tentativo di raccontare la forza rivoluzionaria del passato, di quello che abbiamo dimenticato. È lo stato d’animo di chi prova a fare cultura e crede nel valore etico della parola di fronte a questo apparente benessere e serenità. Perché diventare polli da batteria di un sistema in cui sei solo un prodotto usa e getta?».

C’è quindi una speranza?

«Direi di sì. Noi raccontiamo una morte in scena: dal punto di vista cronachistico è la morte di Pasolini a Ostia, ma la si può vedere anche come una seconda nascita, in cui si azzera tutto per rientrare in contatto con se stessi e con quello che si è perduto».

PPP come avrebbe commentato le recenti elezioni?

«Avrebbe compiuto un atto terroristico. Ma certo non avrebbe mai potuto immaginare una tale degenerazione».

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