Dalla rassegna stampa Cinema

Chiamala col suo nome Crema è Bordighera (e Bogliasco)

Chiamala col suo nome Crema è Bordighera (e Bogliasco)

In un bell’articolo apparso sul «New York Times» il 9 febbraio, Beppe Severgnini diceva ai lettori americani che la sua «semplice città italiana (Crema) rischiava di vincere un Oscar». Quel che intendeva è che la piccola città quasi rurale di Crema, situata nel cuore della Lombardia, è al centro del film Chiamami col tuo nome , che ha ricevuto 4 nomination agli Oscar ed è tratto dal mio romanzo omonimo. «La casa in cui sono cresciuto e in cui ancora abito — scrive Severgnini nel suo articolo — è in fondo alla strada. La casa di famiglia di mia moglie è lì di fronte. La piazza in cui i due protagonisti hanno il confronto che cambierà la loro vita è sotto la finestra del mio ufficio. Ora, mentre scrivo, la vedo».

Quel che gli spettatori del film forse non sanno è che la storia d’amore tra Elio e Oliver, i protagonisti del mio romanzo e poi del film di Luca Guadagnino, si svolge non nella pittoresca cittadina di Severgnini, Crema, ma sulla Riviera di Ponente, nell’ugualmente pittoresca Bordighera, da dove in una giornata limpida si riesce a vedere Montecarlo.

Perché Bordighera? Perché una mattina dell’aprile 2005 a Manhattan ho capito che non avrei affittato una villa in Italia come avevamo fatto per molte estati precedenti. Ero dispiaciuto e, quando mi è venuto in mente il quadro di Monet che mostra un tratto della casa di Bordighera costruita da Charles Garnier per il banchiere ebreo-tedesco Louis-Raphaël Bischoffsheim (Garnier è l’architetto dell’Opera di Parigi), sono stato preso da un immenso desiderio di stare proprio in quella casa. Così mi sono alzato dal letto, mi sono seduto davanti al computer e ho iniziato a fantasticare sulla casa del quadro di Monet. Ho immaginato che quella casa sulla strada romana potesse essere raggiunta da un vialetto sterrato fiancheggiato da antichi pini marittimi. Su quel vialetto si materializzava all’improvviso un’auto, e chi ne sarebbe uscito se non io?

Poi però ho cambiato idea: non volevo essere un ospite in visita a quella casa, ma sarei stato un inquilino, o meglio ancora sarei diventato il figlio dei proprietari. Ero indeciso su chi sarebbe stato l’ospite e se ci sarebbe stato un intreccio amoroso. Ma dopo pochi paragrafi sapevo che sarei diventato Elio e il visitatore sarebbe stato Oliver. Ho scritto senza fermarmi e tre mesi dopo avevo finito il romanzo.

Il romanzo non sarebbe mai stato scritto se non fosse stato per quel tratto di casa dipinto da Monet. Non avevo idea di dove si trovasse esattamente Bordighera ma, a forza di fissare il quadro, un istinto nato dall’infanzia trascorsa ad Alessandria d’Egitto mi diceva che Bordighera doveva essere sul mare, anche se in quel quadro il mare non si vede. Lo si poteva intuire dalla pallida luce del mattino che avvolge la casa sulla strada romana. I miei due amanti, Elio e Oliver, aprivano le finestre del balcone e potevano scorgere la spiaggia e, di notte, non riuscendo a vedere le onde nell’oscurità, si alzavano dal letto e ascoltavano il rumore delle onde sugli scogli della Riviera ligure. Durante il giorno andavano spesso a nuotare nella piscina di famiglia e poi nel mare sotto casa. Il mare, sempre.

Le pagine che ho scritto in quei tre mesi sono diventate il surrogato della casa in Italia che quell’anno non avrei avuto. Ma, come sapevo mentre scrivevo, erano il modo obliquo e furtivo in cui tornavo alla residenza estiva dei miei genitori ad Alessandria di quarant’anni prima.

Se nel mio romanzo ho evitato di chiamare la città Bordighera e l’ho invece chiamata B., non è perché non sono mai stato a Bordighera o perché non mi piace essere troppo specifico nei miei lavori, ma piuttosto perché non riuscivo a decidere se ambientare il romanzo a Bordighera o a Bogliasco, un altro paese balneare della Riviera di Levante altrettanto pittoresco. Alla fine, non sapendo quale scegliere, ho combinato queste due cittadine con altre due che conoscevo abbastanza bene, Santa Margherita e Nervi.

Così, quando il produttore Peter Spears e il regista Luca Guadagnino mi hanno detto che il film sarebbe stato finalmente girato, ma non sulla costa ligure, e neanche da qualche parte in Sicilia (come il famoso James Ivory aveva suggerito nella sua sceneggiatura) ma a Crema, mi sono sorpreso. Svanivano le fantasie sulla mia città di mare sulla Riviera, sparivano le lunghe, romantiche ore pomeridiane passate ascoltando le onde e svaniva, ovviamente, il mio biglietto clandestino di ritorno al mondo perduto di Alessandria! Quindi non è strano che, quando sono stato invitato sul set cinematografico di Crema, ci sia arrivato con il cuore pieno di diffidenza e apprensione.

Poi però ho avuto una grande e incantevole sorpresa. La città non è grande, e anche se non è lungo la costa o in cima a una collina come tanti paesi liguri, Crema ha il fascino tranquillo e sereno delle cittadine italiane di pianura poco conosciute. Ha una grande cattedrale con un battistero, l’imponente chiesa circolare di Santa Maria della Croce, un portale, un municipio con portici e una grande piazza centrale piena di gente, che è una meraviglia in sé.

Ma quel che alla fine mi ha conquistato e ha dissipato i miei timori, ancora più della carismatica città di Severgnini è stata la casa di Moscazzano, fuori Crema, dove è stato girato il film. Indubbiamente è una grande casa patrizia ma è piuttosto malridotta, abbastanza modesta e trascurata, come lo sono di solito le grandi dimore estive che appartengono a una famiglia da molte generazioni e hanno una longevità senza tempo inscritta in ogni stanza.

Qui Elio e i suoi indulgenti genitori trascorrono le estati e le vacanze di Natale insieme, qui Elio si innamora di Oliver e qui, su questa terra, sta il personaggio principale, fedele, leale, silenzioso, vigile di Chiamami col tuo nome : la casa di Moscazzano.

Non era la casa di Monet, ma ha completamente rimpiazzato la mia casa immaginaria di Bordighera, e in effetti si è rivelata ideale. Le colazioni sono servite all’aperto, le cene si svolgono sotto un pergolato, e nessuno sembra davvero preoccuparsi delle mosche. Questa è la vita vissuta con la rilassatezza lenta, serena e negligente dei benestanti. Non c’è niente di prezioso o pretenzioso. I piatti possono essere scompagnati, magari anche scheggiati, non si deve stare attenti a come ci si veste, non ci sono regole, nessuna etichetta o tabù e soprattutto, in questa casa calda e amorevole, non c’è assolutamente mai la mano invadente di un qualche arredatore alla moda. Qui si vive la vita della mente, del cuore e, come Elio ben presto scoprirà, anche del corpo.

E qui, per parafrasare Marcel Proust, vivono due coniugi di mezza età con il loro amato figlio, qui passano in visita quasi quotidianamente ospiti giovani e meno giovani, qui c’è il giardiniere che si occupa anche del frutteto, la cuoca e suo marito, un campo di pallavolo dove giovani amici, ragazzi e ragazze, giocano, siedono e flirtano fino a quando un giovane ed esuberante visitatore venuto dall’America di nome Oliver arriva in macchina e con il braccio saluta il suo ospite, e tutti e tutto, fino alle piante che circondano la casa, al cinguettio degli uccelli nei pomeriggi tranquilli, provengono da quel tratto di casa dipinta da Monet nel 1884 che mi era venuta in mente. Come con la Combray di Proust, questa casa, e non più quella di Monet, diventerà il luogo di molti pellegrinaggi amorosi.

( traduzione di Maria Sepa )

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INTERVISTA IL SINDACO DELLA LOCALITÀ DELLA RIVIERA DI PONENTE

«Ci siamo rimasti molto male Colpa della Corte dei Conti»

Fra delusione e rimpianto Bordighera assiste al successo del film Chiamami col tuo nome e, grazie ad esso, alla comparsa sulla ribalta del turismo internazionale di Crema e dei luoghi scelti dal regista per la trasposizione del romanzo di Andrè Aciman, in realtà ambientato a Bordighera (Imperia). Il sindaco del Comune ligure, Giacomo Pallanca, architetto progettista di giardini, non può che registrare le fortune della «rivale».

Sindaco, ci siete rimasti male?

«Sì, molto. Se lo scrittore ha scelto Bordighera non sarà stato per caso, i luoghi hanno un significato e un’atmosfera».

Avete avuto contatti con Guadagnino?

«No. Se è venuto per fare dei sopralluoghi ha viaggiato privatamente. Avevamo cercato un contatto all’uscita del libro con Aciman. La libreria di Bordighera, “Amico libro”, voleva organizzare un progetto importante, non solo una presentazione del romanzo… poi non si è realizzato».

Perché?

«Un motivo tipicamente italiano. Bordighera è un Comune ricco ma non abbiamo potuto pagare il viaggio aereo e un’ospitalità decorosa per lo scrittore perché, pur avendo le risorse, la spesa non era prevista a bilancio e avremmo avuto problemi con la Corte dei Conti. Il tetto alle spese ci ha stoppato».

Un po’ di rimpianto?

«Sì. Forse se Aciman fosse venuto…».

Crema sta diventando una meta per i turisti anche americani grazie al film. Un bel volano economico.

«Ma non è il fattore che mi dispiace di più. Il nostro saldo turistico è buono. Quello che avrebbe fatto la differenza non è portare altre presenze a Bordighera quanto l’incredibile salto di immagine, impagabile: essere sul palco degli Oscar, raggiungere persone diverse dal nostro target abituale non solo da un punto di vista numerico… aria nuova».

Pensa a un turismo letterario?

«Sì. Peccato che questa volta la storia non si sia ripetuta. La fortuna turistica di Bordighera è nata con un libro. Il libro c’è stato ma il cinema ci ha tradito».

Si riferisce al romanzo di Giovanni Ruffini…

«Aveva intenti patriottici ma gli esiti sono stati del tutto particolari. Ruffini, originario di Arma di Taggia e mazziniano esule in Inghilterra, nel 1855 scrisse Il dottor Antonio in inglese e lo ambientò a Bordighera. La carrozza che trasporta Lucy diretta a Nizza si ribalta, la giovane ferita trascorrerà la convalescenza a Bordighera curata dal “dottor Antonio”. Questo libro fece amare Bordighera agli inglesi che erano già frequentatori della Costa Azzurra. A inizio Novecento a Bordighera su seimila abitanti metà erano inglesi. Sono stati loro a determinare il taglio urbanistico, le ville, le direttrici viarie, i parchi…».

Aciman ha scritto di una villa.

«Abbiamo ville di grande fascino lasciate dagli inglesi insieme a molto altro. Anche i 14 mila libri in lingua della biblioteca sono una donazione».

La storia di «Chiamami col tuo nome» è la scoperta dell’amore da parte di un giovane per un altro giovane. Avrebbe avuto qualche titubanza a promuovere la cittadina legandola al tema di un amore omosessuale?

«Assolutamente no. Guido una giunta di centrodestra ma non sono di mentalità così ristretta. L’amore non ha sesso, per quel che mi riguarda. Non approvo gli eccessi o le ostentazioni che fanno più danno a chi le fa che a chi le vede. E non è questo il caso».

E i suoi concittadini?

«Bordighera è piuttosto conservatrice ma sono sicuro che pochissimi avrebbero disapprovato. Noi a Guadagnino avremmo fatto ponti d’oro, venga a trovarci e lo vedrà. Magari anche un altro regista per un altro film…».

Ma se non potete spendere…

«Ci attrezzeremmo per tempo. Anche con la Corte dei Conti» .

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