Dalla rassegna stampa Cinema

RECENSIONE - Le nozze gay (e Abatantuono) rilanciano la commedia italiana

… un film che riesce ad affrontare con umorismo e ironia temi a rischio retorica e banalità…

PUOI BACIARE LO SPOSO
Le nozze gay (e Abatantuono) rilanciano la commedia italiana

Il sindaco progressista si scopre conservatore: racconto senza stereotipi

Diciamolo subito: questo Puoi baciare lo sposo è una sorpresa. Non un capolavoro, per carità, né un film che farà data, ma una commedia piacevole, simpatica e divertente sì. Soprattutto se paragonata alla tradizionale produzione nazionale e, bisogna dirlo, alle precedenti regie e sceneggiature dei due autori, Alessandro Genovesi (regista e cosceneggiatore) e Giovanni Bognetti (cosceneggiatore). Lo spunto verrebbe dal musical di Anthony Wilkinson e David James Boyd My Big gay Italian Wedding (che non ho visto) ma da quello che si può intuire l’«adattamento» italiano firmato da Genovesi e Bognetti è decisamente ben fatto, conservando della pièce soprattutto alcuni snodi narrativi (la mamma che non vuole parlare al figlio, l’ex fidanzata che non si rassegna alla fine del suo amore) ma non l’atmosfera kitsch che si intuisce molto presente sul palcoscenico.

Il film, invece, è curiosamente (per gli standard medi italiani) controllato, quasi trattenuto anche nella recitazione di attori tradizionalmente strabordanti come Abatantuono e solo nelle primissime scene si concede una piccola dimostrazione di abilità autoriale — uno dei due protagonisti racconta il proprio innamoramento direttamente in macchina giocando sull’ambiguità di chi lo filma: donna o uomo? — che fortunatamente finisce lì, quando Antonio (Cristiano Caccamo) chiede la mano non a una fidanzata ma bensì a Paolo (Salvatore Esposito).

Il film allora si sposta da Berlino, dove i due, entrambi aspiranti attori, si sono conosciuti, a Civita di Bagnoregio, paese natale di Antonio: il ragazzo vorrebbe presentare il compagno alla madre Anna (Monica Guerritore) e al padre Roberto (Diego Abatantuono), anche sindaco progressista della città, compiendo quel coming out che non aveva mai avuto il coraggio di fare apertamente, ma il viaggio si allarga anche ad altre due persone, la coinquilina berlinese Benedetta (Diana Del Bufalo) e a Donato (Dino Abbrescia), un curioso autista di pullman in crisi identitaria (la moglie l’ha cacciato di casa perché sorpreso a vestirsi da donna) che voleva abitare nella loro casa tedesca ma è talmente fragile e depresso da non poter essere lasciato solo.

Naturalmente appena arrivati a Bagnoregio le cose si complicano, primo con la rivelazione dell’omosessualità di Antonio che sciocca il padre, poi con l’accelerazione verso un matrimonio-spettacolo imposto dalla madre e che il padre-sindaco si rifiuta di celebrare, e ancora con la madre di Paolo che non gli vuole nemmeno parlare, con l’ex fidanzata di Antonio che non vuole rassegnarsi e spera di riportarlo sulla via dell’eterosessualità e via di questo passo.

Un riassunto così schematico, però, rischia di portare fuori strada. Non siamo di fronte alla solita farsa sguaiata tutta mossette e gridolini: la recitazione è controllata anche in chi non te lo aspetteresti (nolo solo Abatantuono, ma anche Caccamo e persino Abbrescia) e un paio di scelte sorprendenti — Salvatore Esposito lontanissimo dalle atmosfere di Gomorra , una Guerritore sapientemente antiretorica — spingono il film in un territorio piacevolmente nuovo, quello della commedia che si regge solo sulle idee (e le battute) e non sulle smorfie (e le volgarità). A questo si aggiunge un inedito tocco surreale, che alleggerisce il «realismo» della situazione (in fondo il film parla di un padre che non accetta l’omosessualità del figlio) e regala alcuni momenti di puro divertimento, anche grazie al frate progressista interpretato da Antonio Catania e alla sua capretta «sapiente».

Nemmeno Enzo Miccio, chiamato in nome di chissà quale auto product placement , finisce per rovinare la compostezza (e il piacere) dell’operazione perché anche lui riesce a non cadere troppo negli stereotipi con cui ha costruito il proprio personaggio. E la sorpresa finale, che offre a Diana Del Bufalo un bell’assolo, aggiunge un tocco scanzonato e divertente a un film che riesce ad affrontare con umorismo e ironia temi a rischio retorica e banalità. Confermando, dopo Come un gatto in tangenziale , che la commedia italiana sembra aver imparato dalle delusioni dei mesi scorsi e aver cominciato a cercare strade nuove e meno scontate.

VOTO: 2,5/4

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