Dalla rassegna stampa Cinema

Jordan Schiele, l’omosessualità e l’amore filiale

Jordan Schiele, l’omosessualità e l’amore filiale

Berlinale 68. Intervista al regista di «The Silk and the Flame», documentario ambientato nella provincia rurale cinese presentato nella selezione di Panorama

Giovanna Branca

Come una falena troppo vicina al fuoco che rischia di morire bruciata, ma è attratta lo stesso dalla fiamma. Così il trentacinquenne Yao – nato e cresciuto nel piccolo villaggio cinese di Jiwa e ora businessman di successo a Pechino – si definisce davanti alla telecamera di Jordan Schiele nel suo documentario presentato alla Berlinale The Silk and the Flame (Panorama). Yao infatti è gay e allo stesso tempo devotissimo alla sua famiglia, rimasta a Jiwa dove lui ha costruito una grande casa per loro: la madre sorda dall’età di sei anni – e che comunica con una lingua dei segni inventata appositamente per lei dal marito – il padre malato e costretto su una sedia a rotelle – che ha scelto di smettere di parlare – e i due fratelli maggiori con i loro figli.

Ogni anno quando torna per il capodanno cinese Yao deve nuovamente deludere i suoi cari: non ha portato una fidanzata, non sta per sposarsi e avere figli a sua volta .Nato a Brooklyn, Schiele vive da 11 anni tra gli Usa e la Cina, dove ha girato anche il suo film d’esordio Dog Days e dove, a Pechino, ha conosciuto Yao: «Ho capito subito che si trattava di una persona straordinaria e un fantastico storyteller, con un profondo desiderio di raccontarsi».

Quando ha deciso di girare a Jiwa?
Mi hanno invitato i genitori di Yao: ero il primo straniero che avessero mai visto a Jiwa, un villaggio rurale di appena trecento abitanti. Nel corso degli anni ho conosciuto diversi aspetti della cultura e della società cinesi, ma una comunità come quella rappresentava un lato della Cina di cui avevo sentito parlare, ma che non avevo mai visto personalmente. È un paese molto tradizionale e devoto ai principi del confucianesimo, che stanno andando perduti tra le nuove generazioni. La famiglia di Yao fa riferimento a un ordine di valori diversissimo da quelli con cui sono cresciuto, eppure i loro problemi, le loro preoccupazioni, i loro desideri sono qualcosa in cui anche un pubblico occidentale può immedesimarsi.

C’è una contraddizione inconciliabile fra l’amore di Yao per i suoi familiari e l’impossibilità di essere se stesso con loro.
Yao è stato uno degli studenti migliori della sua provincia e poi è diventato un businessman di successo, che si prende cura dei suoi parenti. Eppure il padre lo vede anche e soprattutto come l’anello debole, perché rappresenta l’impossibilità di estendere ulteriormente la famiglia. Credo sospetti da tempo che sia omosessuale, ma ciononostante vuole che il figlio «faccia il suo dovere». Per loro la sessualità non è qualcosa che riguarda l’individuo, ma la famiglia in primo luogo e poi la comunità.

La possibilità di comunicare è una componente essenziale della storia del film, tanto che il padre ha inventato un linguaggio dei segni che permettesse alla madre di esprimersi. Eppure lui ha scelto di non parlare più, lei non può e Yao non osa dire la verità su ciò che prova.
Nel film Yao parla spesso con me in inglese, una lingua che i genitori non conoscono e che per lui è una sorta di territorio in cui è libero di esprimersi. La madre invece non ha perso la voce, ma solo la capacità di farsi capire chiaramente: non ricorda più le parole, come modularle, ed emette delle urla. Ciononostante il suo desiderio di esprimersi è fortissimo, anche se nessuno capisce cosa dica quando grida. E questa necessità di comunicare impossibilitata dalle circostanze è in realtà qualcosa che ha in comune con suo figlio. La loro è una famiglia in cui tutti hanno le idee molto chiare su ciò che vogliono – eppure sono incapaci di esprimerlo.

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