Dalla rassegna stampa Televisione

RECENSIONE: Star Trek: Discovery

Reinventare il mito di Star Trek in 15 episodi? Fatto. Star Trek: Discovery, diffusa in Usa su CBS All Access e internazionalmente via Netflix, mette in discussione i dogmi della Federazione per ritrovarne la ragionevolezza e la giustezza. Li confuta e poi li riscopre, non come parte di un canone, bensì come un corpo di princìpi più attuali che mai, tanto da non mancare di riferimenti alla contemporaneità, come quando un personaggio promette di riportare l’impero alla sua grandezza. Tutto questo avviene attraverso Michael Burnham, prima protagonista di una serie di Star Trek subordinata al capitano della nave, perché da questa posizione non incarna l’autorità e dunque può criticarla. Il suo percorso di redenzione ha purtroppo il limite di una certa pedanteria, che ne fa un personaggio immusonito e non simpaticissimo. Infatti, per tutta la prima parte della stagione, la serie “è bella ma non balla”, ossia lo sforzo produttivo e le ambizioni sono evidenti ma non bastano. Quando però, dalla guerra con i klingon – appesantita dai lenti e gutturali dialoghi tra alieni – si salta nell’“universo specchio”, ecco che le cose ingranano. Sia perché la sceneggiatura capitalizza su quanto seminato, assestando una sequela di colpi di scena con la precisione ritmica di un metronomo, sia perché entra in crisi quella che sembrava essere la cupa filosofia a bordo della Discovery. Così, oltre a Michael, cresce anche Saru, inizialmente ufficiale ligio alle regole e propenso a spaventarsi per ragioni genetiche (la specie cui appartiene viene cacciata dai predatori del suo mondo), assume via via sicurezza e carisma da leader, tanto da rivelarsi un buon vicecapitano. Come se nel riconoscere e superare i propri limiti sapesse vedere anche oltre quelli degli altri, dimostrando un’invidiabile empatia. Saru è poi un capolavoro di trucco prostetico, che dà vita a un umanoide dalla fattezze davvero aliene, grazie soprattutto al suo ineffabile interprete Doug Jones, già specialista in trasformazioni mostruose per i film di Guillermo del Toro. In questo modo si compie un piccolo miracolo, perché il personaggio più empatico è quello con cui saremmo meno portati a empatizzare, per via della sua difformità fisica e di forma mentis. Star Trek: Discovery ha voluto rischiare anche nella struttura della stagione, a partire da un pilot ambientato su un’altra nave, fino a una divisione del racconto in archi narrativi di più puntate, molto più lunghi e compatti rispetto a quelli delle serie precedenti. Nonostante alcuni ottimi attori, come Jason Isaacs e Michelle Yeoh, non tutto ha funzionato al meglio, ma anche gli elementi meno convincenti derivano dalla voglia di osare: il bizzarro sistema di salti spaziali attraverso le spore; l’originale e infelice personaggio di Tyler; l’anticlimax della quasi metafisica risoluzione della love story gay tra Stamets e Culber (gli autori peraltro assicurano che non è finita qui). La scelta stessa di iniziare con una guerra è stata di rottura, e l’equipaggio ha dovuto conquistare i valori di fondo di Star Trek. Ora non gli resta che imparare a sorridere. ANDREA FORNASIERO

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