Dalla rassegna stampa Cinema

Chiamami col tuo nome: 10 cose che questo film ci insegna

Chiamami col tuo nome: 10 cose che questo film ci insegna

Una scena del film Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, candidato come miglior film, miglior attore, miglior sceneggiatura non originale e miglior canzone ai premi Oscar 2018
Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino si è aggiudicato un premio Bafta per il miglior adattamento. Aspettando di scoprire se vincerà anche le ambite statuette ai premi Oscar 2018 , ecco 10 cose che abbiamo imparato da questa pellicola. E che non dobbiamo dimenticare mai più

di Camilla Sernagiotto

Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino è stato insignito del premio Bafta per il miglior adattamento, firmato da James Ivory e tratto dal romanzo omonimo di André Aciman.

Non ci resta che aspettare di scoprire se la pellicola italiana riuscirà ad accaparrarsi anche le ambitissime statuette agli Oscar 2018.

Manca poco alla serata (da noi nottata, per via del fuso orario) del 4 marzo, quando si saprà se e quali delle quattro candidature saranno andate a buon fine.

Miglior film, miglior attore a Timothée Chalamet, migliore sceneggiatura non originale a James Ivory e migliore canzone a Sufjan Stevens per il brano Mistery of Love.

Il perché di tutte queste nomination riecheggia il titolo.

Chiamiamolo con il suo nome: un capolavoro.

La sceneggiatura, scritta da James Ivory che ha adattato allo schermo il romanzo omonimo di André Aciman, ambienta questa love story sui generis nel nord Italia targato 1983.

Un amore sui generis poiché non racconta la tipica liaison tra Yin e Yang, quella che tutto il pubblico benpensante non si è ancora stufato di sentirsi raccontare ogni sera, in un circolo virtuoso da Mille e una notte che in realtà spesso nasconde la voglia irrefrenabile di un circolo “vizioso”: quello di temi meno convenzionali, di storie poco gettonate e di idee considerate troppo alternative al (e dal) pensiero dominante. E quando il vizio diventa protagonista, il pubblico si intimorisce.

Chiamami col tuo nome fa del vizio un gioco tra giovani, mettendo in primo piano e schiaffandoci per una buona volta sotto gli occhi baci, carezze, toccate fugaci e perfino sesso vero e proprio tra maschi.

Si tratta del terzo e ultimo capitolo della cosiddetta “trilogia del desiderio” di Luca Guadagnino il quale, dopo Io sono l’amore e A Bigger Splash, ci offre una storia degna dell’ars narrandi di Shahrazād (la voce della celeberrima raccolta favolistica Le mille e una notte).

Ecco le 10 cose che questo film ci insegna, a volte tra le righe, a volte tra i frame: l’importante è coglierne il significato recondito e non fermarsi alla superficie dello schermo.

1) Il passato che emerge: Filologia e Archeologia

La Filologia è molto presente, basti pensare all’esame universitario (di filologia, appunto) in cui Oliver ha preso 30 e lode e che gli permette di spiegare la vera origine di parole a cui mai prestiamo attenzione, come per esempio albicocca. Ma lo stesso titolo, Chiamami col tuo nome, sembra un omaggio alla filologia nuda e cruda.

Oltre alla filologia, anche l’archeologia è preponderante: il padre del protagonista è un illustre archeologo che insegna all’università e che ha tenuto un corso proprio a Oliver, il filologo di cui sopra.

Entrambe le discipline, filologia e archeologia, sono volte a fare riemergere le origini, sia dentro sia fuor di metafora. Sullo sfondo c’è infatti anche un’archeologia dei sentimenti che porterà a dragare il cuore per vedere cosa emerge tra le rovine delle emozioni del protagonista, sepolte vive ma che respirano ancora.

Nella scena ambientata sul lago di Como, a emergere dall’acqua sarà proprio una statua di Venere, la dea del sentimento numero uno della tavolozza emozionale brandita dall’uomo: l’Amore.

Inevitabilmente legate all’archeologia, le statue greche che il professore vaglierà in diapositiva assieme a Oliver mostrano corpi marmorei e scultorei che sprizzano da ogni poro ambiguità senza tempo, quella tipica delle opere influenzate dallo stile di Prassitele.

E, a proposito delle statue elleniche: ma com’è che siamo arrivati a un’involuzione tale?

L’omosessualità nella Grecia antica era cosa nota e accettata mentre dopo secoli ci ritoviamo alla caccia alle streghe.

2) Il tabù del sesso tra uomini

Questo film abbatte il tabù dell’omo-sex declinato al maschile su grande, grandissimo schermo, ossia lo schermo che va agli Oscar e anche quello che ospita in tutta la sua grandezza l’eccitazione dei protagonisti.

I benpensanti strabuzzeranno gli occhi e non approveranno; molti non lo guarderanno nemmeno per partito preso (e sappiamo tutti di che partito si tratta); tantissimi lo scacceranno a mo’ di vade retro Satana perché temono che questa pellicola possa essere la cartina di tornasole della propria omosessualità nascosta.

Indubbiamente alcune scene d’amore potrebbero sì colorarvi il cuore d’arcobaleno: come rimanere indifferenti alla carica sensuale di due corpi che si amano?

Non c’è da essere omosessuali per apprezzarli: basta essere umani.

3) L’arte in ogni sua declinazione

L’arte è inscindibile dai personaggi, il che c’era da aspettarselo in un ambiente così altolocato a livello sociale e intellettuale: il padre è un illustre professore di archeologia, la madre un’intellettuale di sinistra che ama la letteratura francese del Medioevo, il figlio studia musica al conservatorio e suona Listz come un adolescente medio potrebbe canticchiare Ligabue sotto la doccia… Insomma: chi si aspettava battute e gag da cinepanettone forse ha sbagliato sala.

Tanti, tantissimi libri fanno da contorno (forse perché, come dice il personaggio di Marzia, “Le persone che leggono nascondono ciò che sono davvero”).

Pure il cinema non manca all’appello, ne è una prova l’osanna a Bunuel e la battuta scontata ma significativa “Il cinema è lo specchio della realtà”. Questo film mostra proprio una delle tante sfaccettature della realtà, assolutamente non deformata sotto la lente d’ingrandimento di Guadagnino.

Anche la musica è molto presente, proprio a livello diegetico: Elio suona il pianoforte e grazie alle sue esperte mani vi è un fil rouge sonoro fatto di refrain di Gershwin, Listz, Busoni, Bach e di improvvisazioni à la Keith Jarret. Improvvisazioni anche sulla tastiera della vita, toccando tasti inediti a cui corrispondono emozioni amorose e sperimentali. Ciò che Elio farà anche quando non è seduto al suo pianoforte sarà proprio sperimentare, per vedere che sinfonia esce dal cuore. Ma oltre alla classica, c’è anche un’altra musica per organi caldi: quella anni Ottanta fatta di Talking Heads e Richard Butler.

4) La religione

La religione è molto presente eppure, inaspettatamente dal momento che ci troviamo di fronte a una pellicola italiana, stavolta non è il Cattolicesimo a insinuarsi tra i personaggi e a venare la trama.

Dalla stella di David portata al collo da Oliver (e poi anche da Elio) alla festa ebraica di Hanukkah e al Mazel tov, è l’Ebraismo a fare le veci morali del cugino cattolico.

Anche in questo caso, l’amore professato dai protagonisti va contro la religione e infatti i verbi che si proferiscono maggiormente sono “scontare” e “pentirsi”, parole che non si direbbero mai in un film che parla di amore convenzionale ed eterosessuale.

Nel mezzo di un pianto disperato che prorompe nell’animo del peccatore che non si accetta, Elio chiederà: «Sono malato, eh?».

Ma qui il Mistero della Fede viene rimpiazzato dal Mistery of Love (titolo di uno dei brani di Sufjan Stevens che fanno parte della colonna sonora). E un verso della canzone dice proprio: “Mano di Dio, liberami”.

Per spiegare a Oliver il motivo per cui Elio non porta al collo la stella di David, il ragazzo cita le parole di sua madre: “Siamo ebrei della discrezione”. L’importante è non darlo a vedere, come del resto l’omosessualità, anche se in realtà i genitori di Elio si dimostreranno molto più aperti della quasi totalità dei genitori degli anni Ottanta se non addirittura di quelli di oggi.

La religione si infiltra nelle menti dei personaggi principali, facendo loro percepire l’amore che provano come qualcosa di abominevole.

Dunque un amore, quello omosessuale, visto in negativo: verso la fine del film, la visione in negativo dell’omosessualità sarà addirittura fuor di metafora, mostrando un flashback dei momenti salienti della liaison tra Elio e Oliver con la tecnica di colorazione in negativo.

Pregne di significato sono però le parole del padre di Oliver, il quale gli dirà: «Quando meno te l’aspetti, la natura subdolamente trova i nostri punti deboli. Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta che a trent’anni siamo prosciugati. Ma renderti così insensibile in maniera tale da non provare nulla è un peccato».

Peccato: con il monito numero uno della religione, quel cartellino rosso che da sempre ogni arbitro morale ci mostra sotto il naso intimandoci di vergognarci e uscire dal campo, stavolta assistiamo invece a un ribaltamento. Il vero peccato è vivere sotto mentite spoglie pur di non essere fischiati dagli arbitri della vita. Ma che vita è se non cadiamo mai in fallo?

5) Cavaliere (no, non è come credete)

Benché a una prima occhiata questa storia non sembra avere nulla di cavalleresco, in verità tanti elementi porterebbero a pensarlo, dal viaggio di iniziazione dei due eroi protagonisti in sella alla bici per le strade della campagna fino alla camicia chiesta come pegno d’amore.

«Indossavi quella camicia il primo giorno che arrivasti. Quando te ne andrai, me la darai?» chiede Elio a Oliver. Un pegno d’amore cavalleresco, come quello che le dame offrivano ai cavalieri prima della giostra medievale (le donzelle si staccavano la manica dell’abito e gliela donavano. E, per amore della filologia di Oliver, eccovi una chicca: il termine mancia deriva proprio dalla manica che si lasciava in segno di gratitudine, ndr).

Anche se questa storia d’amore non ha nulla del ciclo arturiano, chi ci dice che in realtà i cavalieri della tavola rotonda sotto il tavolo non nascondessero l’eccitamento all’idea di stare tra testosterone e dover tenere testa alla vergogna?

“È forse meglio parlare o morire?” recita una novella francese letta dalla madre di Elio che narra di un cavaliere che non sa se parlare o morire.

Ostracismo sentimentale, il peggiore dei mali. E qui i mulini a vento sono i benpensanti, i peggiori dei nemici: sembrano innocui ma sono mostri contro cui scagliarsi senza pietà.

6) La pesca, il vero frutto proibito

La sensualità che trasuda dalla scena in cui Elio mangia la pesca succhiandone il nocciolo per poi accarezzarne un’altra e infine usarla come sex toy in un atto masturbatorio (alla faccia della torta di mele di American Pie) fa della pesca il vero frutto proibito.

Non assicurerà il paradiso terrestre (né, secondo chi ci crede, il paradiso post mortem) ma quella pesca simboleggia l’amore vero, quello che si annida al centro del cuore, come il nocciolo di un’albicocca o di una pesca appunto.

7) L’addio in stazione

La scena dell’addio in stazione è qualcosa di struggente, così straziante da fare lo stesso effetto di quando il Dottor Zivago è sul tram e vede Lara per strada, cercando disperatamente di richiamarne l’attenzione. Oliver ed Elio non possono baciarsi, non possono dirsi addio nel modo in cui due amanti lo fanno secondo l’esperienza, il cuore e il cinema stesso.

Proprio lui, lo schermo, ci ha insegnato che l’addio tra chi si ama non può che essere un bacio passionale eppure i due protagonisti non possono farlo. Lo zampino è da ricercare nella crudeltà di una società che non permette espressioni d’amore alternativo a quello che la società stessa ha adottato come unico modello accettabile, forgiandone l’archetipo con gli appuntiti scalpelli della morale e della religione.

Eppure davanti alla scena della stazione, quando Oliver ed Elio si abbracciano, non c’è credo sessuale che possa impedire al cuore di chiunque guardi di urlare: «Bacialo! Bacialo!».

Con lo stesso tifo di Nanni Moretti nella scena del Dr. Zivago di Palombella Rossa:

8) L’italianità

Nell’ambientazione, nella regia, nei personaggi secondari ma anche nella colonna sonora diegetica, quella che esce dalle radio e dai televisori in scena, il made in Italy si fa sentire eccome. Quindi la musica che andrà agli Oscar, oltre a quella di Sufjan Stevens (candidato all’Oscar per la migliore canzone con Mystery of Love), è Radio Varsavia di Franco Battiato.

Un’altra bandiera orgogliosamente tricolore che sventola nel film è quella vera e propria, nella scena in cui i protagonisti ammirano il monumento scultoreo alla Battaglia del Piave.

Ci sono anche riferimenti al Duce (che di certo non ci inorgogliscono proprio), a Bettino Craxi e perfino a Beppe Grillo, che fa capolino sullo schermo anni Ottanta in una scena, quando ancora parlava di politica per fare ridere. Volontariamente, s’intende.

9) Il contatto fisico

Nonostante il contatto fisico sia ovviamente protagonista in un film che narra l’amore omosessuale tra una coppia di giovani, il gesto che più simboleggia il toccarsi è qualcosa di assolutamente pudico: la stretta di mano.

La trama è puntellata di tantissime strette di mano, non soltanto quella di Oliver che stringe il braccio della statua di Venere, brandito da Elio sulla riva del lago di Garda.

Tantissime scene mostrano (o anche nascondono, facendole appena intravedere) strette di mano eloquenti. Ciascuna sembra riecheggiare il contatto fisico dipinto da Michelangelo nel particolare dell’affresco della Creazione di Adamo.

Proprio come da quel tocco tra Dio e il primo uomo nasceva la vita, le strette di mano cui assistiamo in questo film danno un senso di energia pura e di scossa vitale attraverso cui passano sentimenti ed emozioni, così intensi da fare male.

10) L’acqua purificatrice

L’acqua è un elemento molto presente: dai bagni nel fiume alle nuotate di notte fino alla statua di Venere che emerge dall’acqua (da Tiziano a Botticelli e a Gustave Moreau, ricordiamoci che il ritratto tipico di Venere emerge appunto dalle acque), la pellicola è inzuppata d’acqua.

Perfino la pioggia che arriva a lavare via tutto fa parte di questa metafora liquida.

In un appunto scritto a mano che Elio troverà nel libro di Eraclito Frammenti Cosmici si legge: “Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento”.

Prima dell’incontro con Oliver, Elio è un pesce fuori d’acqua, esattamente come quello che gli mostra il tuttofare Anchise, di ritorno dalla pesca. Boccheggia, gli manca l’ossigeno e a breve il cuore smetterà di battere, proprio come succederebbe a Elio se l’incontro con Oliver non gli aprisse le branchie all’amore.

Verso la fine, la cascata che scroscia sembra la prosopopea dell’impeto non solo amoroso ma anche sessuale, la metafora dell’eiaculazione e della passione vista come fiume in piena.

Insomma, una forza della natura che non si può arrestare, checché ne dicano quelli che parlano di contro-natura a destra e a manca (ma più a destra).

Infine, dopo tanta acqua il finale sembra dominato invece da un altro elemento antitetico: il fuoco.

Elio rimira le fiamme nel caminetto, forse presagio di quelle infernali che lo attendono. Come l’acqua non può fermarsi, così il fuoco non può smettere di crepitare e avvolgere tutto ciò che abbraccia.

Eppure l’acqua c’è ancora: è quella che alla fine sgorga dagli occhi di Elio.

Salatissima, come il prezzo da pagare per chi ammette di essere se stesso.

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