Dalla rassegna stampa Cinema

RECENSIONE - Gioventù ed emozioni Una perla “artigianale” racconta l’amore gay

Gioventù ed emozioni Una perla “artigianale” racconta l’amore gay

Guadagnino convince per la scrittura sciolta e raffinata L’incipit della pellicola ha il gusto del cinema fatto in casa

Ci sorprende l’incipit di Guadagnino, con quadri e movimenti di macchina che hanno il gusto del cinema fatto in casa: spazi ampi negli interni, o nel giardino che li prolunga, figure intere riprese dal basso, panoramica in verticale sul campanile del paese. Il colore non è fittiziamente luminoso, ma velato dalla calura padana di luglio, suggerisce un autentico luogo di campagna, e ogni mattone e fregio del palazzo (del XVI secolo) ha la suggestione dell’antico non artefatto.

Il sapore dei tortelli cremaschi, la fragranza delle albicocche e delle pesche sui rami, contribuiscono a insediarci in un angolo lombardo che è proprio simile a quelli della nostra provincia, con le strade che si insinuano nei campi, e le biciclette che le percorrono. Ma chi vi abita, non è di casa nostra. Sono italoamericani (doppiati), “ebrei discreti” (li definisce la madre), esperti di Prassitele e della scultura grecoromana, che ogni anno ospitano un borsista d’oltreoceano dottorando in studi classici.

Con bell’ironia alla signora del luogo (Amira Casar, inglese), viene fatto recitare passi di una novella di Marguerite di Angoulême (da “Heptameron”), il dilemma tra parlare o morire, che è la soglia per la quale simbolicamente entrano i due personaggi del film, che appunto parlano rivelandosi attratti l’uno dall’altro. L’ironia allontana il richiamo al licenzioso della novella, e s’ispira a un racconto di André Aciman che ha partecipato alla sceneggiatura con James Ivory e Walter Fasano.

Il film ci porta al 1983, la vecchia corriera con la tromba d’epoca lo conferma, e anche le canzoni che risuonano in piazza. Più ci inoltriamo nella vicenda che Guadagnino narra con una scrittura che si fa sempre più sciolta e raffinata, e più ci sembra di essere fuori dal tempo. L’intreccio è d’amorosa amicizia, “classica”, nel segno della Yourcenar. Anche qui viene celebrata come un momento raro e prezioso, con le parole del padre (Michael Stuhlbarg) rivolte al figlio diciassettenne (Timothée Chalamet). Elio, il giovane protagonista, figlio unico iper coccolato dai genitori, è anche un pianista precoce che suona Bach come lo suonerebbe Liszt, come a sua volta lo suonerebbe Busoni.

Fantastico l’uso della musica in chiave psicologica, che ci permette di seguire l’evolversi degli stati d’animo del giovinetto. Egli scopre il sesso con la coetanea Marzia (Esther Garrel, figlia d’arte), e le regala le poesie della Pozzi. Ma s’innamora del 24enne Oliver (Arnie Hammer). Scontroso come un adolescente acculturato, egli provoca l’americano, ma presto, sotto gli occhi dei genitori, lo accompagna in bicicletta in ogni dove, gli fa conoscere Crema e dintorni, si bagnano in vasche e bugni, e dialogano finanche di Heidegger, e le sue lezioni su Eraclito. E con il padre si recano sul Garda per il recupero nel lago di una statua greca donata da un aristocratico alla sua amante, un reperto che par vivo. L’esito di ogni passaggio in quell’estate mitica, conduce all’eros, e la macchina da presa si gira sul verde degli alberi che salgono sino alla finestra. Per significare che le loro effusioni fuori dalle convenzioni s’integrano pur sempre in un natura che li armonizza con sé stessi, giusto il titolo “Chiamami col tuo nome”, con il ciclo della vita, con le creazioni dell‘arte.

Alberto Cattini

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