Dalla rassegna stampa Cinema

Toto-Oscar Guadagnino c’è - Del Toro fa 13

…Siamo talmente attorcigliati su noi stessi che una cosa semplicemente positiva, cioè un cineasta italiano, proiettato nel mondo, che rimedia 4 nomination all’Oscar diventa tema di livide critiche, invidie impostanti, cattiverie inutili…

Le nomination
Toto-Oscar Guadagnino c’è – Del Toro fa 13
SILVIA BIZIO,
“La forma dell’acqua” in corsa nelle categorie più importanti, seguito da “ Dunkirk” Quattro candidature per il regista di Palermo
LOS ANGELES
Quattro candidature agli Oscar per il film diretto e prodotto da Luca Guadagnino e Marco Morabito, Chiamami col tuo nome, agli Oscar 2018: miglior film, miglior attore protagonista (il 22enne Timothée Chalamet ), migliore sceneggiatura adattata (dal premio Oscar James Ivory tratta dal romanzo di André Aciman) e miglior canzone originale ( The mystery of love di Sufjan Stevens). Bisogna risalire ai tempi di La vita è bella di Roberto Benigni (7 candidature, tre Oscar) nel 1998 e dell’Ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci (9 candidature, 9 Oscar) nel 1988 per trovare un risultato così importante da parte di un regista italiano.
Le candidature hanno visto il dominio di La forma dell’acqua di Guillermo del Toro: ne ha ottenute ben 13, fra cui miglior film, miglior attrice (Sally Hawkins), migliore attrice non protagonista (Octavia Spencer) e miglior attore non protagonista (Richard Jenkins). Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, che negli ultimi tempi sembrava scivolato in secondo piano, ha risalito la china conquistando sei candidature, compresa quelle per il miglior film, la miglior regia e il miglior attore protagonista per Daniel Day-Lewis, che ha già annunciato il suo ritiro dalle scene, nei panni di un disegnatore di moda negli anni 50 a Londra. Il nome di Guadagnino non appare fra quello dei registi, che sono invece Jordan Peele per il film rivelazione dell’anno Scappa – Get out, Christopher Nolan per Dunkirk, Greta Gerwig (unica donna candidata alla regia, e la quinta nella storia degli Oscar: fra queste Lina Wertmüller, ma solo Katherine Bigelow ha vinto nel 2010) per Lady Bird e i già citati del Toro e Anderson. Escluso dalla rosa della regia anche Steven Spielberg, sia pure candidato come produttore per The Post, grazie al quale Meryl Streep ha conquistato la sua 20esima candidatura come miglior attrice protagonista. Guadagnino, che negli ultimi mesi ha trascorso gran parte del suo tempo a Los Angeles per i suoi nuovi progetti fra cui il remake di Suspiria, prodotto da Amazon Usa, e il seguito di Chiamami col tuo nome, non ha commentato le quattro nomination, a causa della presentazione del film alla stampa italiana, prevista per oggi, in vista dell’uscita in sala domani.
Le candidature riflettono la diversità che l’Academy cercava da quando, due anni fa, le accuse di “Oscars so white” l’avevano spinta ad aprire i suoi ranghi a più di 700 nuovi membri, fra cui molti giovani e di diverse estrazioni etniche. La presenza di Jordan Peele come regista e di due attori afroamericani come migliori protagonisti (Denzel Washington per Roman J. Israel, Esq. e Daniel Kaluuya per Scappa Get out), di due attrici non protagoniste (Octavia Spencer e Mary J. Blige – candidata anche per la canzone originale di Mudbound), puntano in una direzione diversa.
Oltre a Guadagnino c’è un altro nome italiano nella rosa dei candidati, quello di Alessandra Querzola: friulana, ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Venezia e ha ottenuto la nomination per gli arredi del set di Blade Runner 2049. Dovrà vedersela con i colleghi di La bella e la bestia, L’ora più buia, Dunkirk
e La forma dell’acqua. Quasi italiano di adozione la star dei Lakers Kobe Bryant che ha aggiunto una candidatura all’Oscar al suo ricco palmarés per il cortometraggio animato Dear Basketball. Così come Willem Dafoe, che per gran parte dell’anno vive a Roma con sua moglie, la regista Giada Colagrande, in corsa come miglior attore non protagonista per The Florida Project.
Fra i cinque film candidati come miglior film straniero L’insulto di Ziad Doueri, un intenso thriller ambientato a Beirut, il primo film libanese ad essere candidato in quella categoria (il suo protagonista film Kamel El Basha aveva vinto come miglior attore a Venezia). Grande sorpresa per la Siria, candidata per il miglior documentario, Last men in Aleppo di Firas Fayyad.
Gli Oscar saranno assegnati il 4 marzo al Dolby Theatre di Los Angeles; conduttore sarà nuovamente Jimmy Kimmel.

Guillermo del Toro tra Richard Jenkins e Sally Hawkins

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La polemica
“ Chiamatelo col suo nome: italianissimo e prodotto con i nostri finanziamenti”
ARIANNA FINOS,
ROMA
Chiamami col tuo nome non è un film italiano, è un film italianissimo». Il direttore generale del ministero per i Beni Culturali Salvo Nastasi si dice basito delle discussioni sui social, dai tanti che postano che no, il film di Luca Guadagnino candidato a quattro Oscar “è solo un film americano girato da un italiano”. «Una bufala clamorosa. Il film ha avuto contributi pubblici da parte dell’Italia: 480 mila euro di credito d’imposta e 250mila di contributo selettivo, 560 mila euro di tax credit esterno. Dei 3 milioni e 200mila euro di costo italiano, due milioni sono arrivati grazie allo stato». Il film è una coproduzione con la Francia, ma la quota italiana è dell’80%. Daniele Vicari considera su Twitter: «Siamo talmente attorcigliati su noi stessi che una cosa semplicemente positiva, cioè un cineasta italiano, proiettato nel mondo, che rimedia 4 nomination all’Oscar diventa tema di livide critiche, invidie impostanti, cattiverie inutili.
Ma mica è la campagna elettorale».
Il rapporto di Guadagnino con l’Italia è sempre stato difficile.
Fino a pochi mesi fa il regista lamentava, giustamente, di essere più conosciuto e apprezzato all’estero che in patria: gli americani hanno adorato Io sono l’amore, che aveva poco convinto da noi e incassato ancor meno (come anche A bigger splash). L’unico ad aver fatto i soldi, Melissa P., lo aveva reso inviso a mezza critica italiana.
Ora il Paese dei social si divide, tra chi si tiene a distanza e chi «già da prima lo apprezzavo».
Scherza su Twitter Anna Foglietta: «Non facciamo i soliti che lo sosteniamo solo a parole. Andiamo anche a vederlo, che ne dite?».

Il regista Luca Guadagnino


da HuffingtonPost

“Chiamami col tuo Nome”, 4 nomination agli Oscar per il film di Guadagnino. Candidato anche come miglior film

Huffpost ha visto e letto il bestseller internazionale e il film in corsa agli Oscar. Dal libro di Aciman al film di Guadagnino un pellicola sulla storia della scoperta di sé

Giuseppe Fantasia

“Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino ha avuto quattro nomination agli Oscar: migliore film, canzone originale (Sufjan Stevens – Mistery of love), migliore sceneggiatura non originale (adattata da James Ivory) e Timothée Chalame migliore attore.

Undici anni fa, in un’America fin troppo scossa dall’undici settembre e dalle sue conseguenze che, purtroppo, non sono mai andate via del tutto, uscì “Call Me By You Name”, un libro di straordinaria bellezza che se fosse stato un cibo, sarebbe stato sicuramente del “comfort food”, uno di quelli che ti fanno stare bene nel momento stesso in cui li mangi, che ti consolano e che vorresti non finissero mai. A scriverlo, lo statunitense (nato ad Alessandria d’Egitto) André Aciman, professore di letteratura comparata alla City University di New York, travolto, all’epoca, dall’immediato successo che ebbe quel romanzo, poi tradotto e pubblicato in tutto il mondo.

“Chiamami col tuo nome”, citando il suo titolo in italiano pubblicato da Guanda Editore, conquistò tutti, e non soltanto il mondo omosessuale dove – grazie ad un insistente passaparola – divenne un libro cult, un po’ come accadde per “La statua di sale” di Gore Vidal, ma in maniera più ampia e sentita. La storia in esso raccontata, quella tra il diciassettenne Elio e il neolaureato Oliver, è sicuramente una storia gay, non ci sono dubbi, ma imprigionare quel libro in un genere apparrebbe riduttivo e scontato, perché “Chiamami col tuo nome” è prima di tutto la storia della scoperta di sé, dei propri dubbi ed incertezze, sessuali e non, ma soprattutto la scoperta delle difficoltà di stare al mondo che qualunque diciassettenne – etero o omo che sia – ha provato almeno una volta nella vita. Capire chi si è davvero non è cosa facile: c’è chi lo scopre subito, chi più tardi, chi addirittura mai. Ognuno ha e fa il suo percorso e quando meno se lo aspetta, “la natura subdolamente trova i nostri punti deboli”, fa dire Aciman al padre di Elio, il professor Pearlman, in uno dei punti chiave del libro, oggi divenuto un film altrettanto bello grazie al regista Luca Guadagnino, in uscita giovedì anche in Italia e in corsa per gli Oscar.

Elio (nel film è Timothèe Chalamet, perfetto per quel ruolo), conosce Oliver (Armie Hammer) nell’estate del 1983, “da qualche parte nel Nord Italia”. Per lui è soltanto “l’ennesima scocciatura”, uno dei fortunati giovani letterati che suo padre (Michael Stuhlbarg), professore di architettura, e sua madre Annella (Amira Casar) ospitano per sei settimane nella loro bella villa in campagna rivedendo così, in un clima più disteso e meno formale, i loro manoscritti prima della pubblicazione. A lui cederà la sua stanza – quella dove tra tante t-shirt e altri vestiti lasciati a terra o sul letto, spicca la foto “Self Portrait” di Robert Mapplethorpe sulla parete, con una stella che richiama quella della catenina indossata da Oliver, ma non da Elio, pur avendone una uguale, perché loro sono “ebrei della discrezione”.

Tra i due, il rapporto che si creerà non sarà affatto facile, né prima né dopo, e il momento più bello sarà il “durante”, quello che vivranno proprio in quel tempo decisamente troppo breve, tra giochi di sguardi, sfioramenti, frasi dette non certo a caso e magari in tre lingue, come si è soliti fare in quella casa di intellettuali dove compaiono anche Craxi (nei discorsi) e Grillo, allora ancora un comico (in tv).

“C’è qualcosa che non sai”? – gli chiederà Oliver. “Ce ne sono tante che non so”, gli risponderà Elio e tra i due il distacco diventerà attrazione, qualcosa di cui neanche loro sanno bene cos’è, ma è una sensazione bella e piacevole, qualcosa che non ti fa dormire la notte e che ti fa battere forte il cuore, “ma che non ha nulla a che fare con l’intelligenza”, come gli faranno notare i suoi genitori, due persone speciali e decisamente avanti rispetto a tutto quello che in Italia (e non solo) sarebbe dovuto ancora succedere. “Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta che a trent’anni siam prosciugati e ogni volta che ricominciamo con qualcuno diamo sempre meno”, gli dirà il papà nel film (scritto e prodotto da James Ivory), proprio lui che può essere andato vicino dal provare quel qualcosa che loro due hanno provato, ma alla fine, forse per mancanza di coraggio, non è riuscito mai ad averlo. “I cuori che abbiamo nel corpo – aggiunge – ci vengono dati una sola volta e prima che uno lo capisca, il cuore stesso si è consumato”. Qualunque esso sia il proprio amore, va vissuto ed è proprio questa la cosa più importante che ci ha insegnato il libro prima e il film poi, quest’ultimo impreziosito da una colonna sonora indimenticabile, con “Capriccio on the departure of his beloved brother” di Bach, “J’adore Venise” di Ivano Fossati e le struggenti quanto surreali “Mistery of love” e “Vision of Gideons” di Sufjan Stevens. In ogni rapporto – ci viene ricordato – ci possono essere il dolore e la pena, ma questi non vanno mai soffocati, cosi come non va mai soffocata la gioia che si è provata. Non dimenticatelo.

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