Dalla rassegna stampa Cinema

Niente sesso sono Guadagnino. Parla il regista del film candidato a quattro Oscar

Niente sesso sono Guadagnino. Parla il regista del film candidato a quattro Oscar

Le scene hard sul grande schermo? Noiose. L’iniziazione gay? Una storia d’amore come un’altra. Il regista di “Chiamami col tuo nome”, che dopo aver conquistato i critici americani arriva nelle sale italiane, racconta i segreti del film. E preannuncia la sua versione di “Suspiria”: un film femminista

DI MARCO CONSOLI

«Tutti abbiamo vissuto o fantasticato di trascorrere un’estate ideale, un periodo libero e felice, durante la quale scoprire l’amore e il desiderio». Così Luca Guadagnino descrive il cuore di “Chiamami col tuo nome”, che arriva al cinema il 25 gennaio sulla scia di 3 nomination ai Golden Globe e 6 agli Spirit Award, i premi del cinema indipendente e quattro nomination agli Oscar: migliore film, Timothèe Chalame migliore attore, canzone originale (Sufjan Stevens – Mistery of love), migliore sceneggiatura non originale.

Il film, tratto dall’omonimo romanzo del 2007 di André Aciman (edito in Italia da Guanda), racconta l’incontro tra il diciassettenne Elio (Timothee Chalamet) e il ventiquattrenne Oliver (Armie Hammer), arrivato ospite nella sua casa di vacanza in provincia di Crema, per lavorare alla tesi di dottorato con il padre (Michael Stuhlbarg), eminente professore universitario specializzato nella cultura greco-romana.

Oliver è colto e si inserisce alla perfezione in quella magione di intellettuali poliglotti in cui si discetta con naturalezza di Heidegger ed Eraclito, e in cui Elio per ammazzare la noia improvvisa al piano un arrangiamento di Bach suonato alla maniera di Liszt. Ma anziché accettare gli inviti a pranzo della padrona di casa, la traduttrice Annella (Amira Casar), Oliver preferisce esplorare i dintorni in bicicletta, trascinando con sé Elio e iniziando a frequentarne gli amici, compresa la teenager Marzia (Esther Garrel) che per il coetaneo ha una cotta.

Estate 1983, tra le province di Brescia e Bergamo, Elio Perlman, un diciassettene italoamericano di origine ebraica, vive con i genitori nella loro villa del XVII secolo. Un giorno li raggiunge Oliver, uno studente ventiquattrenne che sta lavorando al dottorato con il padre di Elio, docente universitario. Elio viene immediatamente attratto da questa presenza che si trasformerà in un rapporto che cambierà profondamente la vita del ragazzo. Con Call me by your name (Chiamami col tuo nome) Luca Guadagnino, con la collaborazione di Walter Fasano e di James Ivory, si è ispirato al romanzo omonimo di André Aciman per chiudere l’ideale trilogia sul desiderio iniziata con Io sono l’amore e proseguita con A Bigger Splash

Nonostante un timido approccio nei confronti della ragazza, Elio, alle sue prime esperienze erotiche, capisce presto che quella con Oliver è qualcosa di più di una semplice amicizia. E tra un tuffo in piscina, un ballo sul sagrato della chiesa del paese e una passeggiata, Elio ed Oliver si lasciano travolgere dalla passione. «Il modo viscerale in cui Aciman descrive i tormenti e il travaglio interiore di Elio», racconta Guadagino all’Espresso, «mi hanno fatto pensare che non si poteva rinunciare a trarne un film».

Per arrivare dalla pagina allo schermo però ci sono voluti dieci anni. E all’inizio non deva dirigerlo il regista di “Io sono l’amore” e “A Bigger Splash”. «Dovevo solo essere il produttore, e sulla base di una prima sceneggiatura abbiamo cercato alcuni registi: la scelta è ricaduta su James Ivory, che è un amico e i cui film, soprattutto il suo ciclo indiano, hanno avuto un forte impatto sul mio immaginario. Il problema però è che la sua versione era troppo costosa e nessuno voleva finanziarla, così a un certo punto è venuta l’idea di farlo dirigere a me, con una sceneggiatura riscritta da capo insieme a James stesso e a Walter Fasano. Ivory è un uomo curiosissimo della vita, molto generoso nella sua relazione con gli altri e quindi la nostra collaborazione nata sedendosi a scrivere al tavolo della cucina, si è rivelata un gioco molto profondo».

Una volta trovati i due protagonisti, il giovane Timothee Chalamet («Un vero talento, diventerà una star», dice Guadagnino) e il più affermato Armie Hammer, già visto in “The Social Network” e “Lone Ranger”, il regista si è dovuto preoccupare di trasferire sullo schermo il romanzo nel modo più personale e coinvolgente possibile. «Nel libro”, spiega, «la storia è una raccolta di ricordi di Elio, mentre io desideravo si svolgesse nel presente perché non amo la voce fuori campo. Mi sono concentrato sull’idea di stare insieme ad Elio e Oliver, e non di cercare di pensare alle aspettative cinematografiche di un racconto di formazione. Molti non hanno finanziato il film proprio perché mancavano i cliché di quel genere di film, come la presenza di un antagonista, che di solito alla fine permette agli amanti di superare ogni avversità o, se si tratta una storia gay, di soccombere. Viceversa qui c’è un atteggiamento di supporto del mondo esterno, che mi ha dato la libertà di essere molto vicino ai miei personaggi, ispirandomi al film di Maurice Pialat “Ai nostri amori”. Perché questo è ciò che capita nella vita: conosci qualcuno e ti scopri, attraverso i suoi occhi».

Naturalmente parte della sfida è consistita nel lavorare con gli interpreti per aiutarli a mettersi a nudo, psicologicamente e fisicamente, e trovare la chiave per rappresentarne in modo credibile l’intimità, che è il luogo segreto di tutti gli amanti. «Trovo il sesso al cinema di una noia mortale», rivela il regista, «perché mette in scena l’azione ma non ci dice nulla su chi la sta compiendo e spesso è il veicolo per attirare soltanto una curiosità morbosa. Per me il comportamento che anima i personaggi è tutto, e solo se il sesso è legato alla psicologia di chi lo fa allora la scena diventa necessaria».

Anche se, come rivelato da Guadagnino, la sua versione è più pudica di quella originariamente pensata da Ivory, il regista non ha potuto evitare di filmare la sequenza più manifestamente erotica del racconto, in cui Elio si masturba con una pesca e Oliver la addenta dopo che l’amante ha avuto un orgasmo. «La scena era potenzialmente ridicola», spiega Guadagnino, «non filmabile perché molto esplicita, ma lavorando sul frutto, sul suo essere morbido, vellutato e sul succo che ne esce, abbiamo superato l’impasse, anche grazie alla bravura degli attori».

Di quella scena si parla da mesi e anche se molti non hanno visto ancora il film, lo stesso ha già scatenato un rigurgito di omofobia, con Armie Hammer che ha dovuto rispondere alle accuse di “indecenza”, riferite soprattutto al gap di età tra i personaggi, piovutegli addosso prima dal giornalista americano Chad Felix Greene e poi dal collega James Woods. Che la materia sia considerata “sensibile” per il box office è confermato dal fatto che di recente Sony nel Regno Unito ha lanciato il film con un tweet in cui rimarca che si tratta di «una storia d’amore d’intensità travolgente», ma lo ha fatto pubblicando un poster in cui Elio e Marzia sono ritratti come due innamorati, omettendo cioè che la relazione nella storia è tra due uomini. Scelta che ha scatenato vibranti proteste, dimostrando che a dodici anni dal trionfo globale di “I segreti di Brokeback Mountain” esiste ancora nella società un problema a rappresentare al cinema una relazione tra persone dello stesso sesso.

«Non capisco perché “Chiamami col tuo nome” si debba definire un film a tematica omosessuale o appartenente al genere LGBTQ», taglia corto Guadagnino. «È solo la storia di due persone e non ha nessuna aderenza a una sorta di costrutto identitario di genere, relativo a categorie che nascono dalle fondamentali rivendicazioni dei diritti civili. Il desiderio e i diritti civili non vanno a braccetto, ma i diritti civili possono far comprendere che il desiderio non può essere incasellato».

In ogni caso a difendere la pellicola da ogni possibile attacco è stata soprattutto la stampa americana e anglosassone: quasi tutti i maggiori giornali hanno salutato il film come un capolavoro, lanciandolo verso la corsa agli Oscar. “Chiamami col tuo nome” si è conquistato la fiducia dei critici con un giro del mondo dei festival, dal Sundance a Berlino, e poi Toronto, Londra, Rio de Janeiro e altri ancora, fino a Singapore. Così non si è potuto fare a meno di notare come Guadagnino, dopo che il suo “A Bigger Splash” è stato fischiato a Venezia due anni fa, abbia evitato accuratamente di calcare il suolo patrio per il lancio.

Nel frattempo i recensori nostrani che hanno visto il film all’estero, seppure generalmente favorevoli, non hanno mancato di criticarlo per il modo in cui, per contrasto con i protagonisti stranieri, intellettuali, colti e aperti, descrive i personaggi di contorno italiani in maniera macchiettistica, rivelando secondo alcuni uno sguardo da borghese snob, come quando dipinge la coppia di amici di famiglia sguaiati, che a pranzo straparlano e si accapigliano. «Quelle sono le classiche tavolate italiane, in cui ci si abbandona nel dare la propria opinione su tutto, si dicono delle cose terribili ma poi si rimane comunque amici», commenta. «Purtroppo sono abituato a ricevere l’accusa di descrivere gli italiani in maniera caricaturale, ma la respingo assolutamente».

Nella pellicola l’Italia del 1983, anno in cui è ambientata la vicenda, è descritta non solo attraverso i personaggi e il paesaggio bucolico in cui si aggirano i protagonisti, ma anche attraverso i riferimenti a personaggi della cronaca dell’epoca: «Fare apparire a vario titolo i nomi di Craxi, Grillo e Licio Gelli nel film», spiega il regista, «mi sembrava un modo perfetto per mostrare come molto poco è cambiato in quasi quarant’anni: all’epoca c’erano loro e adesso ci sono Grillo, Renzi e Berlusconi. In ogni caso non volevo ricreare qui quell’atmosfera da film in costume che si ottiene attraverso ricordi distorti dal tempo: per questo abbiamo chiesto alle famiglie del cremasco di aprire i cassetti dei loro ricordi fotografici, per farci vedere chi erano e com’erano vestiti. Sorprenderà scoprire che non tutte le donne avevano le spalline e i capelli cotonati».

Al di là della ricostruzione scenica, il cuore del film resta quello dell’iniziazione erotica di Elio da parte di Oliver, che cerca di mantenere il segreto «perché ha paura di urtarne i sentimenti, dato il gap di esperienza», spiega il regista, «e non perché ha paura di mostrare la sua omosessualità». L’aspetto rivoluzionario sta nel fatto che il loro rapporto non ha nulla di scandaloso nemmeno agli occhi della famiglia e del padre di Elio. «Questo film riguarda alcuni valori importanti per me, come la compassione», dice Guadagnino, «e il discorso comprensivo del professore al figlio è un momento topico e utopico del romanzo: per quanto sia difficilmente pensabile che un genitore possa fare un discorso di tale apertura al figlio, in realtà dovrebbe essere la cosa più semplice del mondo. Quindi se possibile mi piacerebbe che questo film fosse visto dalle famiglie, e le persone che lo vedono, madri, padri e figli, potessero così godere della possibilità di rivelare qualcosa nel non detto delle loro vite».

Nell’attesa che il film faccia la sua strada verso gli Oscar, Guadagnino è concentrato sul prossimo progetto, il remake di Suspiria, che Dario Argento ha però definito «una pessima idea». «Non ne so nulla», taglia corto il regista, «non leggo quello che si scrive su di me. Per me è una storia che parla di un amore totalizzante e soprattutto dell’amore di una madre. Per girarlo ho esplorato l’arte femminista degli anni ’70, in particolare la body art, e ho scoperto la cifra della mia versione che si può riassumere in una frase: ogni luogo di oscurità e orrore è in realtà un luogo d’amore».

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