Dalla rassegna stampa Libri

Sfondare nell’arte rischiando la pelle

Sfondare nell’arte rischiando la pelle

di Antonio Monda

TITOLO: LA MORTE DI UN ARTISTA
AUTORE: ÁLVARO ENRIGUE
EDITORE: LA NUOVA FRONTIERA
PREZZO: 16 EURO PAGINE: 160
TRADUTTRICE: GINA MANERI

La pubblicazione in Italia di La morte di un artista, in originale La muerte de un instalador, è un’occasione preziosa per approfondire la conoscenza di Álvaro Enrigue, uno dei più interessanti e originali narratori latinoamericani contemporanei.
Lo scrittore messicano scrisse questo romanzo d’esordio a ventisette anni: quando venne pubblicato nel 1996, tra i primi a dichiarare il proprio entusiasmo ci furono Carlos Fuentes e Mario Vargas Llosa, il quale affermò: “È un vero scrittore, che sa parlare al cuore”. Il talento di Enrigue si può apprezzare sin dall’incipit del libro: “Si chiamava Simón, ma si presentava come l’Utopista.
Almeno così aveva fatto sedendosi sulla balaustra l’ultimo giorno della sua vita. Aveva detto: Il mio nome è Simón, ma mi chiamano l’Utopista. Nessuno l’aveva invitato a sedersi e nessuno gli aveva chiesto il nome, tantomeno quell’insopportabile e con ogni evidenza mendace appellativo”.
In uscita da La Nuova Frontiera con la traduzione di Gina Manieri, il romanzo ruota intorno a due personaggi: Aristóteles Brumell, giovane erede di una enorme fortuna, e Sebastian Vaca, un artista di scarso talento specializzato in installazioni. Brumell è un mecenate vizioso sino alla perversione, che intuisce le debolezze di Vaca e ne abusa in maniera sempre più crudele.
Quest’ultimo, pur di avere almeno l’illusione di sfondare nel mondo dell’arte, accetta ogni depravazione, senza rendersi conto di diventare gradualmente l’oggetto dell’arte in questione: l’installazione vivente di un artista umiliato. Il mondo dell’arte è ricorrente nell’opera di Álvaro Enrigue, come testimonia il suo libro più celebre, Morte improvvisa
(Feltrinelli), con protagonista Caravaggio, ma in questo caso la sua attenzione è in primo luogo sul rapporto morboso che si instaura tra due giovani che hanno entrambi un fondo di disperazione e una ricerca estrema della morte.
Come tutti i libri di qualità, La morte di un artista può leggersi su diversi piani: Enrigue è interessato anche all’essenza dell’arte contemporanea e alla vacuità di proposte gestite con sprezzante cinismo da critici, galleristi e mercanti. La ricerca del bello scompare dall’orizzonte, e lascia il posto a un mondo fasullo e pretenzioso, dove si ha tutto l’interesse ad affrontare ogni cosa in maniera esoterica, in modo che chi detiene il potere decide cosa vale e cosa non interessa. Questa riflessione su quanto ci possa essere di deviato nel mondo dell’arte contemporanea va di pari passo con la definizione di Oscar Wilde di cinico: una persona che conosce il prezzo di tutto, ma il valore di nulla. Tuttavia, nel gioco perverso che mette in scena, Enrigue non perde mai di vista il racconto di due anime perse e segue il loro itinerario esistenziale senza moralismo.
Nonostante il tono sia segnato da un umorismo nero, il libro ha pagine strazianti, come quando racconta i gradini più bassi raggiunti dall’artista, costretto a supplicare il suo presunto mecenate di procurargli un po’ di droga o almeno scarpe da lucidare per sentirsi ancora vivo: “Per ordine di Aristóteles, la governante ne comprò un paio destinate a quell’unico scopo. L’artista passava intere giornate a lucidarle; a volte ci parlava persino”. Ma forse il momento più tragico è quello in cui Vaca trova la fidanzata Edith a letto con Aristóteles: già in questo primo libro Enrigue manifesta una forza espressiva notevole sul piano delle immagini, e l’umiliazione suprema è simile a quella vissuta dal professor Unrath nell’Angelo azzurro. Ma se in quel caso la degradazione era generata dall’attrazione sessuale per una bellissima cantante, in questo caso nasce dal miraggio di far coincidere il successo con l’affermazione della propria arte.
Nell’Angelo azzurro si vede già in nuce l’ascesa della barbarie nazista, in questo romanzo potente e inquietante la morte definitiva della grazia e della bellezza.

Il messicano Álvaro Enrigue racconta il rapporto perverso tra un mecenate e un aspirante genio


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