Dalla rassegna stampa Personaggi

Ozpetek, Gabbana e la vanità dell’omosessuale: “Basta con l’etichetta gay”

Ozpetek, Gabbana e la vanità dell’omosessuale: “Basta con l’etichetta gay”

Il regista, in uscita nelle sale con il suo dodicesimo film Napoli Velata, mostra ancora una volta il provincialismo del nostro star system.

Gianluca Pellizzoni

Ferzan Ozpetek interviene nella polemica sollevata da Stefano Gabbana sul “peso” della parola gay e non sono parole felici.
Al primo impatto è stata una delusione. Una delusione forte, perché non c’è regista in Italia che più di Ozpetek abbia proposto negli ultimi anni una narrativa omosessuale nelle sue tante sfumature e banalmente perché Ozpetek non è Gabbana, che ci ha abituati a certe prese di posizioni talmente contrarie alla comunità LGBT da sembrare violente contro se stesso.

Il regista turco, romano d’adozione, ha ripreso le parole dello stilista milanese, rigettando quella che, a suo dire è solo un’etichetta, la parola “gay”:
“Assolutamente – dice Ozpetek all’HuffPost sulle parole di Gabbana – e pensi: è l’unica cosa su cui sono d’accordo con lui”.

Alla prima lettura, ho ipotizzato, sperato, che il regista avesse fatto sua la memorabile battuta del personaggio interpretato da Ennio Fantastichini in Saturno Contro:“Gay io? No, io sono fr*cio. Sono all’antica”. Un’istanza antiborghese, forse superata, ma che ha une valor storico nelle radici del movimento LGBT.

Invece una sensazione mi è lentamente scivolata lungo la schiena, leggendo le successive parole di Ozpetek sul proprio compagno Simone, con cui è unito civilmente: “Sposato non è esatto. Non c’è il matrimonio in Italia, ho fatto un riconoscimento dei nostri diritti con il mio compagno di questo viaggio che è la vita – ha puntualizzato il regista – Detesto quando mi dicono “suo marito”. Ogni volta rispondo sempre che il marito ce l’hanno le donne, non io. Io non ho un marito”. Al di là dei tecnicismi, c’è la sensazione di un malcelato revanscismo, della rivendicazione di un privilegio.

Come degli aristocratici a fine regime cercano di ergersi al di sopra dei cittadini della nuova società democratica, sembra che i personaggi pubblici italiani rifiutino d’un tratto di essere, semplicemente, gay. Lo fanno ora, dopo che hanno spesso indossato la propria identità come un vanto o senza mistero, quando il potere e il dibattito pubblico era esclusivo appannaggio dei Giovanardi di questo Paese.

Ora che il dibattito sulla legge Cirinnà e ancor di più l’avanzamento nel mondo del matrimonio egualitario ha contribuito a rendere il dibattito pubblico più inclusivo e contendibile anche in Italia, si distaccano dall’essere uomini gay, con una sorta di vanità anarchica di chi ha coltivato la propria omosessualità come eccezionalità, corroborata dal successo e, intendiamoci, anche dalla bravura.

Un’indisponibilità a riconoscersi nell’altro, a compartecipare alle lotte dei simili, finanche a rifiutare di condividere la parola “gay”, non può essere un nuovo privilegio a cui ambire.

La parola invera la realtà che ci circonda. Senza quella parola che a volta tanto pesa, gay, omosessuale, persino fr*cio, la realtà cade nell’ombra e nell’ombra non esistono diritti. Come in Italia sotto il fascismo, quando per lo Stato ufficialmente non esistevano omosessuali, se non sulle veline di polizia che li confinavano a San Domino. O come, più di recente, in Cecenia, quando il dittatore locale Kadyrov ha negato i rastrellamenti contro le persone omosessuali, perché non ce ne sono nella repubblica caucasica, o ancora nella Turchia natale di Ozpetek, dove il governo sta da anni respingendo nell’ombra la comunità LGBT, bloccando Pride e manifestazioni con la scusa dell’ordine pubblico.

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