Dalla rassegna stampa Amministrazioni

Casa di accoglienza per i gay in un bene confiscato ai clan

Casa di accoglienza per i gay in un bene confiscato ai clan

In via Genovesi 336 “l’albergo” che offre consulenze e ospitalità in caso di rifiuto da parte delle famiglie

di STELLA CERVASIO

Fare “outing” è una parola. Condividere con altri, a partire dalla famiglia d’origine, l’orientamento sessuale è molto più complicato. È la situazione dei giovani Lgbt, denunciato nel convegno “Culture giovanili Lgbt, sfide, buone prassi e innovazioni italiane made in Napoli” ieri al Pan.

Focus dell’incontro tra esperti e associazioni – i- Ken onlus, Fly Up e Reset – l’apertura (a quasi 10 anni dalla concessione: i fondi Pac non arrivavano) del Rainbow Center “Questa casa non è un albergo”, il primo in Italia realizzato con fondi statali, in 2 vani di un bene confiscato al clan Contini in via Antonio Genovesi, 36. A pochi giorni dall’inizio dell’attività, che offre la consulenza di una squadra di esperti e ospitalità per una notte, in caso di rifiuto da parte della famiglia, sono state operate già 5 mediazioni, una delle quali a un migrante, ricorrendo alla Protezione internazionale per orientamento sessuale e identità di genere. Molte le prenotazioni per prossimi interventi: l’helpline è 081 7802277.

Tra gli interventi, dopo quello introduttivo del presidente di i-Ken, Carlo Cremona, che ha sottolineato la necessità di sostenere il progetto non facile di “abitare” con un progetto un bene confiscato, hanno affrontato la tematica quelli degli psicologi e psicoterapeuti Paolo Valerio, Caterina Arcidiacono, Gabriella Ferrari Bravo, Agostino Carbone, il magistrato Maria de Luzenberger, gli avvocati Maria Giuseppina Chef, Claudia Piscione. Una lettera di saluto dal ministro dell’Istruzione università e ricerca: Valeria Fedeli non ha potuto partecipare. C’era invece l’assessore regionale Chiara Marciani, che ha offerto la collaborazione di Palazzo Santa Lucia: «E ora istituiremo un tavolo operativo per offrire sbocchi futuri, come tirocini professionali o incubatori di impresa per i giovani, oppure un contributo per l’autonomia abitativa».

Infatti è questo il tasto dolente a Napoli: «Per la comunità Lgbt – ha spiegato lo psicoterapeuta Agostino Carbone, con Cremona tra i promotori del progetto – è ancora più difficile lasciare la casa dei genitori: si pensa che sia venuto meno il progetto di formarsi una famiglia e quindi che andare a vivere da soli non serva. È grande il disagio vissuto: molti i casi di chi non sa se comunicare- e come farlo- la propria scelta sessuale in famiglia, durante la formazione o nell’ambiente di lavoro». L’epidemiologo della Federico II Oreste Caporale ha informato che l’Hiv e l’Aids sono in diminuzione e che in Campania è ancora forte il contagio via siringa (13,7 per cento, contro il 3-4 in Europa e nel resto d’Italia). Il mezzo di contagio più alto in percentuale altrove è il sesso tra uomini (42 per cento), seguito da quello tra etero (32).

Gabriella Ferrari Bravo ha riassunto nella sua prima e più recente esperienza di mediazione per Lgbt la situazione attuale: «Negli anni ‘70 aiutai un giovane transessuale con la famiglia che non lo accettava. Oggi mi occupo di un caso al tribunale dei minorenni: due dei 4 figli di un uomo che dopo tre unioni con donne ha scelto di vivere con un compagno, rifiutano il padre: ora le difficoltà si incontrano con la propria famiglia più che con quella d’origine». Problemi ma anche punte avanzate, come quella ricordata dal professore ordinario di Psicologia clinica della Federico II, Paolo Valerio: l’ateneo napoletano è l’unico in Italia a concedere la “carriera alias” con identità provvisoria in attesa di documenti definitivi, agli studenti transgender.

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