Dalla rassegna stampa Cinema

Perché non abbiamo ancora visto “Chiamami con il tuo nome” in Italia

Chiamami con il tuo nome infatti è uno dei pochi film a non raccontare una storia omosessuale in quanto tale, ma come storia d’amore e basta…

Perché non abbiamo ancora visto “Chiamami con il tuo nome” in Italia

È stato prensentato a gennaio al Sundance e da allora è uscito solo nei paesi anglofoni per partecipare agli Oscar, cosa che dai premi che sta vincendo sembra essere probabile. Ed è un vero capolavoro

In Italia non l’ha visto ancora nessuno, eppure è quasi un anno che Chiamami con il tuo nome ha debuttato (era Gennaio al Sundance e poi a Febbraio è passato al festival di Berlino), cosa abbastanza inusuale per un film italiano. Ma del resto Chiamami con il tuo nome è un film italiano inusuale, da un autore inusuale, tanto che ora sembra instradato molto bene verso gli Oscar (non quello per il Miglior film straniero, ma quello principale). La recente vittoria come miglior film ai Gotham Awards (assegnati da critici e dedicati al cinema indipendente) e la strenna di nomination, ben sei, agli Independent Spirit Awards (sempre relativi al cinema indie ma più grandi dei Gotham) infatti sono solo alcuni dei tipici passaggi intermedi attraverso i quali i film che non appartengono ai grandi studi di produzione devono passare per arrivare a una nomination agli Oscar maggiori. È in buona sostanza il medesimo percorso che l’anno scorso ha battuto Moonlight, che poi ha vinto l’Oscar come miglior film erroneamente assegnato in un primo momento a La La Land.

Se in Italia non l’abbiamo ancora visto però non è una questione di provincialismo o di maladistribuzione, anzi è l’esatto contrario. Il film è distribuito nel mondo dalla Sony e da noi è gestito dalla Warner (che ha in esclusiva i film Sony per il territorio italiano) e visto che era stato subito chiaro come avesse delle possibilità, si è deciso di aspettare e capire se avesse senso farlo uscire in periodo Oscar. Pare proprio che un senso ce l’abbia, difatti a ora la sua uscita italiana è prevista per il primo febbraio, un mese prima della serata di consegna dei premi dell’Academy. Al contrario il film è uscito da poco in Inghilterra, Irlanda, Canada e America (dove è obbligato a farlo ora per poter partecipare agli Oscar) e molto in quei paesi i giornali discutono sul ritratto che dà dell’amore omosessuale, se sia edulcorato, se sia necessario, audace o finalmente normale. Sony ha anche tentato di distribuirlo mascherando il fatto che è una storia gay e questo, nel trailer, ancora un po’ si nota.

La trama viene dal romanzo omonimo di Andrè Aciman e racconta di un’estate degli anni ’80 nella campagna lombarda vicino Crema (nel libro era ligure), in cui un ospite americano arriva nella grande casa del protagonista. Lui è un adolescente mentre l’ospite è Armie Hammer, quindi decisamente più grande. I due sono omosessuali e tra di loro lentamente nasce una passione, la prima per il protagonista, il suo primo devastante amore. La storia è questa ma il film è girato pensando a Ai nostri amori di Maurice Pialat e la forza che ha reso il film un caso (e probabilmente la miglior pellicola italiana dell’anno) è la maniera in cui Guadagnino renda l’amore, l’estate, il senso di acerba insicurezza, il desiderio sessuale e la sua soddisfazione in un ambiente che non ha nulla di quello cui siamo abituati (la famiglia del ragazzo, contrariamente a quello che solitamente vediamo, è molto colta e tollerante, gli sta vicino e non ha problemi con la sua scelta sessuale).

Chiamami con il tuo nome infatti è uno dei pochi film a non raccontare una storia omosessuale in quanto tale, ma come storia d’amore e basta, sfrondando la trama di qualsiasi ostacolo omofobico, crea una piccola bolla di alta borghesia erudita in cui, anche negli anni ’80, c’è la massima libertà di amare ed essere amati da una persona dello stesso sesso. Così il film è libero di spaziare e concentrarsi su altro, sul desiderio, l’avvicinarsi, il volersi e poi, in un bellissimo e lungo finale, il convivere con la transitorietà del primo amore. Non è difficile affermare che è un’opera che esiste a un livello di sensibilità superiore alla media, e che riesce ad arricchirsi dell’arredamento, l’ambiente, il prato, gli alberi, i rumori, il caldo, le biciclette e il mondo anni ‘80 per nulla nostalgico. Un autentico miracolo. Eppure fino ad ora, fino a che non ha cominciato a vincere dei premi, del film non ha parlato quasi nessuno se non le testate specializzate e chi era al festival di Berlino in cui è stato presentato.

Il motivo è che nonostante abbia infilato uno dietro l’altro film importantissimi, di buon successo all’estero e di fantastica inventiva, lo stesso Luca Guadagnino non è mai stato considerato dal sistema cinema italiano (e anche lui non è che lo consideri molto). Esterno a gran parte del giro del cinema italiano, Guadagnino ha una naturale vocazione internazionale, gira quasi sempre in Italia ma non fa quelli che solitamente definiamo “film italiani”.

È l’autore di Io sono l’amore e A Bigger Splash, film molto grossi con attori americani (in entrambi c’è Tilda Swinton, nel secondo anche Ralph Fiennes e Dakota Johnson) ma scarsamente visti o celebrati in Italia. Semplicemente da noi Guadagnino non è amato né è sostenuto, non dal pubblico né dall’industria. Di fatto i suoi film hanno il medesimo destino delle equivalenti pellicole indie americane, che è ben diverso da quello dei film nazionali (la cui promozione li fa ruotare sui giornali e sulle tv, li rende materia d’attualità e parte del dibattito sociale). In questo di certo gioca un ruolo il suo carattere spinoso e la sua capacità di fare a meno dell’Italia per il successo, la distribuzione e la veicolazione dei film. Eppure Luca Guadagnino è uno dei più grandi autori che abbiamo oggi, uno dei più originali. Inventa, crea, gira e produce tra Italia e estero, usa attori di tutte le nazionalità, ambienti e maestranze italiane ma anche idee e spunti internazionali. Lo stigma di aver esordito con l’adattamento del romanzo di Melissa P. (intitolato proprio Melissa P.) spiega solo parzialmente l’avversione che lo circonda nell’industria (totalmente ingiustificata perché non era un brutto film per niente).

In realtà Guadagnino fa un cinema al tempo stesso moderno e molto tradizionale, ispirato a Bernardo Bertolucci (una matrice che nessun autore italiano ha mai seguito realmente), spesso scritto assieme a quello che è il suo montatore di fiducia, Walter Fasano, quindi dotato di un passo inusuale, in cui la forma è pienamente intrecciata al contenuto. Questo è però il film più controllato e tradizionale realizzato fino a ora da Luca Guadagnino e vanta anche la collaborazione di Sufjan Stevens alla colonna sonora.

Ora Chiamami con il tuo nome, nonostante sia un progetto nato nel 2007 e passato attraverso una produzione lunga e travagliata, diversi registi e diverse mani prima di Guadagnino (tra gli sceneggiatori compare anche James Ivory che stava per dirigerlo anche), sembra il sequel spirituale di Io sonol’amore, storie e personaggi diversi, ma stessa aria, e fino a oggi è il suo capolavoro arrivato proprio quando sta per uscire un altro suo film molto discusso. Il suo prossimo progetto infatti è in assoluto quello più atteso: il remake di Suspiria, ambientato a Berlino negli anni ’70 con Chloe Grace Moretz, Dakota Johnson e Tilda Swinton. Promette di tradire praticamente tutto del film di Dario Argento (incluso il genere, perché non è un horror) mantenendone però lo spirito vero. A detta di Guadagnino ha preso quello che rende Suspiria eccezionale e ne ha fatto un altro film. Operazione che sarà difficile da accettare per i fan dell’originale e che da sola spiega bene chi sia questo autore, il coraggio che ha e come mai non si incastri bene con il resto del sistema cinema italiano.

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