Dalla rassegna stampa Libri

In viaggio con Greer “Così racconto senza indulgenze il mestiere d’autore”

In viaggio con Greer “Così racconto senza indulgenze il mestiere d’autore”

ORMAI Andrew Sean Greer è italiano d’adozione. Anzi, fiorentino, visto il legame con la Fondazione Santa Maddalena che firma ogni anno il prestigioso premio- festival intitolato allo scrittore Gregor Von Rezzori: il trentasettenne autore americano ne è il direttore.
Eppure si capisce una cosa leggendo il nuovo romanzo intitolato Less dal nome del protagonista — scrittore d’insicuro successo, forse addirittura un «meno di zero», nomen omen — che, al compiere dei 50 anni, s’imbarca come un Ulisse sui generis in un viaggio “di lavoro” intorno al mondo, Italia compresa, per sfuggire all’infausto matrimonio del suo ex. Si capisce che il nostro mondo letterario provoca in Greer uno spaesamento. Magari gentile, ma sempre spaesamento è. «È stupefacente come gli scrittori, in Italia, siano presi sul serio — dice l’autore: Less, edito da La Nave di Teseo, negli Usa è un caso editoriale — L’altra sera ero a cena a Milano con alcuni sconosciuti che avevano letto almeno uno dei miei libri, e di questo volevano parlare. In America non accadrebbe mai, perché il libro non è al centro della nostra cultura come, invece, lo sono il cinema e la tivù. In Italia amare la lettura non è reputato bizzarro. Neppure da chi non legge. L’ortolano da cui mi servo a Pontassieve mi ha raccontato di non essere un lettore fino a quando non ha incontrato la moglie. Gli ho prestato un sacco di libri: che bellezza acquistare verdura da una persona così».
In Italia, a Less càpita di essere finalista di un premio che lei racconta con eleganti stilettate satiriche. Come l’hanno presa alla Fondazione Santa Maddalena?
«In realtà ho scritto quel capitolo molto prima di entrare nel team fiorentino. E infatti, più che con l’Italia, quella parte del romanzo ha a che fare con il rapporto confusionario che gli scrittori hanno con i premi. La competizione non fa parte di noi — scriviamo in solitudine, spesso ignari di ciò che altre persone fanno — e solo poi sappiamo di essere in una rosa di candidati, nostro malgrado. Però i premi, insieme alle recensioni, sono l’unico feedback che riceviamo. I drammaturghi hanno l’invidiabile possibilità di sedersi in un teatro e veder applaudire un loro testo; noi no. Siamo insicuri ed egocentrici. Siamo umani. Per questo, una volta in finale, vogliamo vincere. E il risultato — come accade con ogni desiderio — è pura commedia».
E Less in effetti è una commedia.
«Il romanzo era nato come una triste riflessione su un uomo di mezza età. Ma poi mi sono guardato intorno, e ho visto troppa sofferenza, troppa lotta per la sopravvivenza. Così ho pensato che non valesse la pena angustiarmi per un personaggio. E sono andato nel panico. Ma un giorno, mentre nuotavo nella baia di San Francisco, ho avuto l’illuminazione: se la buttassi sul sorriso? Così avrei potuto fare qualunque cosa con il protagonista — dargli un passato, degli amori, promesse, delusioni — senza sentirmi dispiaciuto per lui. Avrei potuto parlare di scrittura, dell’essere gay, e dell’essere americano oggi. Prendendo in giro Less, lo avrei amato molto di più. La commedia è stata la chiave per entrare nel romanzo, e l’emozione provata in fase di scrittura non ha avuto prezzo, perché non mi sono trattenuto. Il tono ironico mi ha permesso di scrivere una storia d’amore che, prima, non sarei mai stato capace di raccontare».
In Less lei non manca d’essere caustico sul mestiere dello scrittore.
«Certo non è indulgente, perché mi faccio gioco degli autori e degli strani inviti che ricevono a cui spesso sono legate umiliazioni involontarie, spesso perché lo scrittore rimugina sulle cose più del dovuto. Ma non credo che questo romanzo sia caustico. Penso, anzi, che sia molto cortese. Le umiliazioni che Less prova sono perlopiù frutto delle sue idee».
Negli altri suoi romanzi — uno su tutti, Le confessioni di Max Tivoli — i protagonisti viaggiavano nel tempo. Quello di Less, invece, è un viaggio tout court, “geografico”. Perché questa ossessione per lo spostamento quasi fosse un simbolo, una metafora?
«È un classico modo per creare l’attrito fondamentale da cui germina una storia: il personaggio non è nel luogo a cui appartiene, e questo genera malintesi, confusioni e cuori infranti. Ingredienti necessari per un romanzo. Io stesso non mi sento mai nel posto giusto: non dimostro l’età che ho, non mi sento a casa né nel mondo né nel mio Paese. Mi sento scomodo persino nella mia stessa pelle».
(f.p.)

LA STORIA
Era nata come una triste riflessione su un uomo di mezza età
IL CAMBIO
A un certo punto sono stato preso dal panico Mi ha salvato l’ironia
LA VITA
Mi sento scomodo persino nella mia stessa pelle

7/11/2017

Visualizza contenuti correlati


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.