Dalla rassegna stampa USA  Cronaca

MA NON È TUTTO UGUALE IL FILM DELLE MOLESTIE

E Netflix decide di spegnere “House of Cards”

MA NON È TUTTO UGUALE IL FILM DELLE MOLESTIE

NATALIA ASPESI

ANTHONY Rapp non è la sola vittima del caso Kevin Spacey, ai cui tentativi di molestie, fanciullo coraggioso, riuscì a sfuggire: diciamo che, dopo 31 anni, anche lo stesso Spacey potrebbe essere cambiato, ravveduto: anche il carcere lo consente. Ma gli tolgono l’Emmy meritato dal suo lavoro e sospendono l’ultima serie di House of Cards per quel tristo episodio o perché si è dichiarato omosessuale come tutti sapevano (e ha disinvoltamente abbracciato un brutto giovanotto in una puntata della serie, senza scandalo)? E non siamo vittime pure noi? Noi che saremo privati di una ennesima stagione di House of cards? Chi ci ricompenserà?
Pare che in realtà la decisione sia stata presa prima del brutto casino perché effettivamente la serie era ormai in affanno: ma certo i seguaci di Trump, campione etero di sconsiderata aggressività verso le donne, saranno contenti di legare la fine della fiction alle dichiarazioni del molestato, per gettare fango sul solito divo purtroppo democratico. Che ai tempi del disastro aveva 26 anni e non era nessuno, mentre il quattordicenne Rapp aveva già recitato in teatro e sarebbe poi entrato nel mondo del cinema ancora minorenne. Oggi a 46 anni, è un attore di buon livello: da poco più di un mese è il tenente Paul Stamets nella sesta stagione televisiva di Star Trek: Discovery, e chissà cosa gli ha fatto ricordare quel brutto antico episodio. Più coraggioso, o meno riservato di Spacey si è dichiarato da tempo «più queer che gay».
Comincia però ad esserci qualcosa di inquietante in questa improvvisa valanga femminile e maschile di denunce di molestie, abusi, assalti, violenze, stupri: se ne parla come di un unico orrore, mentre non è così: condannati tutti dalla legge, come è giusto, le molestie sono offesa, mancanza di rispetto, prevaricazione, disprezzo, da cui mi pare ci si possa sottrarre: lo stupro è un crimine che viola non solo il corpo ma il cuore e la personalità, che può distruggere una vita, che è imposto dalla forza fisica e non da uno scambio sia pure subito di dare e avere. Una mano sul sedere è un’odiosa villanata, ai miei tempi, noi sottomesse, si rideva del citrullo. E per esempio delle centinaia di confessioni e denunce contro uno dei milioni di sporcaccioni di più o meno potere, il solito Weinstein (ma quando aveva tempo per organizzare tanti bei film?) si è fatta gran confusione: chi ha subito violenza contro la propria volontà, chi ha accettato tanto non si sa mai anche solo il tentativo di una mano sotto le gonne?
Questa confusione, questo romanzaccio a puntate ambientato anche a Westminster, alla Bbc, persino nel mondo della moda (il fotografo Terry Richardson è accusato di mostrare troppo spesso e ovunque le sue pudenda), protagonisti celebrità di persecutori e di perseguitate, mette in ombra le violenze, gli stupri perpetrati da uomini qualsiasi su donne o ragazzi qualsiasi, da sconosciuti, amici, mariti, superiori, ecclesiastici; a punizione di una libertà vissuta come naturale dalle donne ma ancora difficile da accettare per alcuni uomini. E nel caso dei bambini? Non so che dire.
È anche probabile che ci siano maschi che dalla presenza femminile diffusa si sentano minacciati, non solo nella carriera, ma proprio nella loro virilità. E per esempio le donne americane rivendicano il loro diritto a vestirsi come vogliono nel luogo di lavoro: e viene in mente la deplorevole cancellazione delle donne negli uffici, quando decenni fa solo loro, naturalmente, dovevano indossare l’asessuato grembiule nero. Basta vedere su Netflix una serie come Suits che si svolge in un immenso studio di avvocati, dove le donne avvocate, assistenti, segretarie, non solo sono bellissime, ma abbigliate con abiti molto aderenti, scollature, tacchi altissimi da cui si innalzano gambe meravigliose, lunghi capelli sempre in movimento e un sedere che ondeggia lentamente: è una fiction e i tanti affascinanti colleghi troppo presi dal lavoro (circa 14 ore al giorno) neanche se ne accorgono. Ma nella realtà forse da queste meraviglie, anche cattive e vincenti, che per legge non solo non si possono sfiorare ma neppure dir loro che carina, devono sentirsi sfidati, immiseriti, puniti.

Questa confusione questo romanzaccio a puntate mette in ombra le violenze

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Il racconto.
Da sempre, nella Mecca del cinema, le rivelazioni morbose sono parte della macchina dello spettacolo

Hollywood-Babilonia lo show dello scandalo da Weinstein a Spacey

EMILIANO MORREALE

DA MOLTI punti di vista di vista, l’eco che viene data alla vicenda di Kevin Spacey è un po’ inquietante. Una dichiarazione che riguarda un evento di trent’anni fa innesca per giorni una catena di notizie, non-notizie, ulteriori dichiarazioni che rischiano di fare confusione. Gli effetti sono a volte perversi, i cortocircuiti assurdi, come in un demenziale motore di ricerca o di libere associazioni. La parola “molestie” fa scattare il collegamento con il caso Weinstein, che mette in gioco tutt’altre dinamiche, situazioni di potere, contesti. E la tempistica delle dichiarazioni dell’attore Anthony Rapp, in effetti, contribuisce. Le agenzie danno già
House of Cards, la fortunata serie di cui Spacey era protagonista, in frettolosa chiusura anticipata, e l’Emmy assegnatogli revocato. Sulla vicenda rimbalzano dal londinese
Daily Mail le dichiarazioni del fratello di Spacey, che spalancano un abisso privatissimo.
La comunità omosessuale (etichetta già di per sé opinabile, un po’ buonista un po’ razzista) nota con un giustificato fastidio che il coming out di Kevin Spacey, fatto in quest’occasione, rischia di legittimare un’associazione, più o meno inconscia, tra omosessualità e pedofilia. «Avrebbe avuto più senso fare coming out come alcolista, anziché confondere la sua sessualità con un presunto comportamento molesto», ha dichiarato il direttore del GayTimes, ma a sua volta la battuta arma puritanesimo contro puritanesimo.
Insomma, sul “caso Spacey” non c’è forse molto da dire, ma qualcosa da dire c’è magari sul come e perché esso faccia scattare certi meccanismi nei media. (E sì, ovviamente è sempre su un mezzo di informazione che stiamo scrivendo, ma si può forse cercare, faticosamente, di non contribuire al rumore di fondo, di capire semmai cosa ci dice tutto questo del contesto in cui viviamo e operiamo).
Qualche giorno fa Woody Allen, in un’intervista, ha detto che temeva che il caso Weinstein potesse scatenare una nuova caccia alle streghe. Certo, l’attore e regista parlava in prima persona, e poteva mancare di obiettività. Ma l’ipotesi, al di là del caso per cui era stata espressa, ha forse un senso generale ed è, più che fuorviante, parziale. Perché nell’era dei social network ogni caccia alle streghe unisce in modo micidiale moralismo e voyeurismo. Un moralismo aggiornato, una corsa al commento multiforme, provocatorio o politically correct a seconda dei casi.
Il binomio Hollywood-Babilonia nasce con l’industria del cinema, e il binomio fondamentale è sempre stato quello tra fobia e attrazione, condanna moralistica e morbosa attrazione per i dettagli.
Hollywood è sempre apparsa come luogo di invidia, desiderio e turpitudini. E forse, chissà, il suo lato oscuro, rimosso e alluso, rinforzava il suo splendore. Questi ultimi un tempo erano meno in evidenza, ma una volta venuti a galla ci si può sguazzare dentro.
Insomma, per tanti motivi, lo scandalo funziona sempre, ed è anzi consustanziale alla macchina dello spettacolo. Compreso perfino l’ulteriore cortocircuito tra finzione e realtà, in cui l’attore e i suoi personaggi si confondono. In effetti, Spacey è uno dei grandi attori della vecchia scuola del metodo, a volte gran gigione, efficace come spalla e caratterista, ma anche memorabile cattivo e perfetto per incarnare personaggi ambigui, con doppia vita, identità malvagie e doppi fondi: da Seven ai Soliti sospetti a Mezzanotte nel giardino del bene e del male, da Lex Luthor a Richard Nixon. Anche se adesso stava interpretando per Netflix il biopic su Gore Vidal, grande intellettuale liberal e gay dichiarato, autore di quel feroce divertissement su sessualità e show business che era Myra Breckinridge.
Se il caso Weinstein e i suoi strascichi potevano essere esemplari di tante cose, dal maschilismo all’omertà del mondo dello spettacolo, dalle logiche di potere alle contraddizioni del post-femminismo, il rischio (pensiamo al clamore che ha circondato Adam Sandler, reo di aver ripetutamente toccato il ginocchio dell’attrice Claire Foy) è adesso di aggiornare la rubrica “molestie” a casi sempre diversi e magari forzati, e in cui la cosa più impressionante è proprio l’agitarsi dei media. Come nei vecchi film americani degli anni ‘50, appunto.

Il binomio è sempre stato quello tra fobia e attrazione, moralismo e curiosità per i dettagli E si crea il cortocircuito tra finzione e realtà, in cui l’attore e i suoi personaggi arrivano a confondersi
FOTO: © AP
Qui a lato, l’attore Premio Oscar Kevin Spacey mentre presenta i Bafta 2017 a Los Angeles

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E Netflix decide di spegnere “House of Cards”

CARLO MORETTI

LA POLEMICA / STOP ALLE RIPRESE DELLA SESTA STAGIONE. IL FRATELLO DELL’ ATTORE PREMIO OSCAR: MIO PADRE, NAZISTA, MI VIOLENTAVA

CONTINUA la caduta libera di Kevin Spacey. Dopo l’accusa di aver molestato sessualmente anni fa l’attore Anthony Rapp, che all’epoca dei fatti aveva appena 14 anni, la casa di produzione di House of Cards ha deciso di interrompere le riprese della sesta stagione di cui l’attore premio Oscar per American Beauty e per I soliti sospetti è protagonista: «La produzione della stagione finale di House of Cards è sospesa fino a nuove comunicazioni», hanno scritto i responsabili di Netflix in una breve nota pubblicata su Twitter. La clamorosa denuncia di Rapp aveva già convinto lunedì scorso Netflix di voler chiudere nel 2018 la serie al termine della sesta stagione. Ora il nuovo colpo di scena.
Sempre ieri Spacey si è visto revocare l’Emmy Award che gli sarebbe stato assegnato il 20 novembre a New York per il suo contribuito alle produzioni tv di qualità: «Alla luce dei recenti eventi, Kevin Spacey non verrà onorato con l’International Emmy Founders Award 2017», recita il secco comunicato dell’International Academy. Altre clamorose rivelazioni hanno ieri ulteriormente squarciato il velo sulla vita privata di Spacey, molto criticato per il momento scelto per il coming out sul suo essere gay e le cui scuse per il comportamento tenuto con Rapp non sono finora bastate a placare le critiche che l’hanno sommerso sui social. Ieri il fratello maggiore dell’attore, il 62enne Randall Fowler, ha raccontato in un’intervista al
Daily Mail di essere stato violentato per anni da bambino dal padre (che si era tra l’altro iscritto al partito nazista americano) e che la loro madre ne era pienamente consapevole. Secondo Randall Fowler, il fratello Kevin decise di fare l’attore (prendendo il cognome della nonna) proprio per cercare rifugio in una realtà fittizia, un necessario diversivo rispetto alla sua vita travagliata. «In casa nostra c’erano le tenebre, un orrore assoluto, che Kevin cercava di rimuovere», ha spiegato Fowler al tabloid londinese, sconvolto dalle violenze subite al punto di scegliere di non avere figli pur di non rischiare «di poter trasmettere loro il gene da predatore sessuale di nostro padre». Autista di limousine e a tempo perso imitatore del cantante Rod Stewart, cui lo lega una forte somiglianza, Fowler ha aggiunto che Kevin reagì alla situazione che stavano vivendo in famiglia diventando freddo e incapace di provare sentimenti: «Il cinema è stato una fuga dalla realtà».
Intanto l’Associazione dei produttori americani ha radiato il molestatore seriale Harvey Weinstein, il re di Hollywood. E Rose McGowen, sua principale accusatrice, è stata raggiunta da un mandato di arresto per droga. «State cercando di zittirmi?», ha commentato l’attrice.

L’Emmy Award revoca a Spacey il nuovo riconoscimento dopo le accuse di molestie da parte di un giovane attore che all’epoca dei fatti aveva quattordici anni
LE RIVELAZIONI
Il fratello di Spacey, Randall Fowler, nel tempo libero imitatore di Rod Steward, ha svelato gli abusi domestici


da Vanity Fair

Serie annullata, premio negato: la furia di Hollywood contro Kevin Spacey

L’International Academy of Television Arts and Sciences annuncia di ritirare l’Emmy Founders Awards che sarebbe spettato a Spacey quest’anno e Netflix fa sapere che House of Cards, la serie con Spacey nel ruolo di protagonista, si fermerà alla sesta stagione

Se Anthony Rapp ha trovato la forza di raccontare la sua verità è tutto merito di Harvey Weinstein e dello scandalo sessuale più chiacchierato di Hollywood. A rivelarlo è lo stesso Rapp in un’intervista a Buzzfeed, spiegando come il coraggio dimostrato da ottantotto donne nel denunciare uno dei produttori più potenti dello star-system lo abbia aiutato a denunciare a sua volta uno degli attori più carismatici della sua generazione: Kevin Spacey, due Oscar sulla mensola e una reputazione di ferro fra pubblico e critica.

L’incidente risale al 1986, quando Spacey avrebbe molestato Rapp, allora quattordicenne, segnando profondamente la sua esistenza e la sua carriera. La notizia, visto il clima di terrorismo psicologico di queste ultime settimane, fa subito il giro del mondo fino ad arrivare alle orecchie dello stesso Spacey che, a differenza di Weinstein, affronta il problema di petto. In una lunga lettera pubblicata sul suo profilo Twitter, non solo chiede scusa a Rapp («Se davvero ho fatto quello che Rapp descrive, gli devo le mie scuse più sincere per quello che è stato solo un comportamento inappropriato dovuto all’alcol»), ma rivela anche di essere omosessuale («Ho amato e ho avuto diversi rapporti con uomini nella mia vita e, ora, scelgo di vivere da omosessuale»). Una chiara risposta a un messaggio che avrebbe inzaccherato per sempre la sua carriera, ma, a detta di molti, anche una manovra molto furba per concentrare l’attenzione su altro e sviare dal vero problema: la molestia ai danni di un ragazzo minorenne.

Ne sono convinti molti suoi colleghi, da Zachary Quinto a George Takei, e molti giornalisti d’Oltreoceano. «Kevin Spacey ha appena inventato qualcosa che prima non esisteva: un coming out al momento sbagliato», scrive, infatti, il comico Billy Eichner su Twitter. «Nessun livello di ubriachezza o di repressione può giustificare una molestia fatta ai danni di un quattordicenne», cinguetta l’editorialista Dan Savage sempre su Twitter. La sentenza è chiara: il coming out dell’attore, anziché giovare alla causa lgbt, non fa altro che aggravare la sua posizione. Il risultato, sull’onda di Weinstein, è disastroso: l’International Academy of Television Arts and Sciences annuncia di ritirare l’Emmy Founders Awards che sarebbe spettato a Spacey quest’anno e Netflix fa sapere che House of Cards, la serie con Spacey nel ruolo di protagonista, si fermerà alla sesta stagione.

«Siamo profondamente scossi dalle ultime notizie su Kevin Spacey. In seguito alle rivelazioni dell’altra sera, i produttori esecutivi delle nostre compagnie si sono recati a Baltimora questo pomeriggio per tranquillizzare il cast e la troupe. Come previsto, Kevin Spacey non è impegnato sul set in questo momento», fanno sapere da Netflix, confermando che la serie terminerà la sua corsa non per via dello scandalo sessuale del protagonista, ma per accordi pregressi con showrunner e produttori. Il tempismo dell’annuncio, tuttavia, fa riflettere. Senza contare i numerosi progetti che coinvolgono Spacey in questo momento (primo fra tutti il film Tutti i soldi del mondo diretto da Ridley Scott e in uscita negli Stati Uniti a dicembre) e di cui sarebbe molto difficile non parlare.

A gravare sulla sentenza di Hollywood e della Rete è, anche, la ritrosia che Spacey ha sempre manifestato nel parlare del suo orientamento sessuale. Nel 1997 fu Esquire a pubblicare una copertina con su scritto «Kevin Spacey ha un segreto». Due anni dopo fu lo stesso Spacey a fugare ogni dubbio dichiarando a Playboy di «continuare a essere eterosessuale» grazie alle conigliette di Hefner. E nel 2000, ospite dello show 60 Minutes, fu sempre lui a rivelare a Lesley Stahl di avere una relazione con l’attrice Dianne Dreyer. Insomma, una vita passata a nascondere il suo vero essere salvo poi uscire allo scoperto alla prima crepa della sua carriera perfetta che, molto probabilmente, non tornerà mai più a essere come prima.

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