Dalla rassegna stampa Libri

Il cuore di seta di un cinese a Prato

…C’era qualcosa che mio padre non avrebbe più potuto cambiare e che era di sicuro il tradimento più grave che potessi fare a lui e alla mia cultura di origine. Ero gay ed era una strada senza ritorno…

Il cuore di seta di un cinese a Prato

LA STORIA L’ATTORE SHI YANG SHI E LA SUA AUTOBIOGRAFIA

BISOGNA prendere ago e filo per ricucire gli strappi del cuore e la guarigione non è affatto garantita. Soprattutto se il cuore è di seta e di un bambino di 11 anni che dallo Shandong, città di Jinan, viene catapultato in Italia. Quella che racconta Shi Yang Shi, attore, ex Iene, che per sette anni ha vissuto a Prato e lavorato con la regista Cristina Pezzoli nell’associazione culturale Compost dentro Chinatown, è la storia di come quello “strappo” si sia trasformato «in un occhio con cui guardare più dolcemente, al fiume della vita». Un’autobiografia e un coming out insieme, nel libro edito da Mondadori: “Cuore di seta”, sottotitolo “La mia storia italiana made in China”. Ogni cambiamento ha un prezzo e non è soltanto una questione della «mia cameretta mi pareva volata lontano. Il letto largo a una piazza e mezza, la trapunta a fiori, lo scaffale con l’enciclopedia I diecimila perché » e le altre cose tappezzate nell’hard disc della nostra della memoria interna. No. Per Shi Yang Shi ci sono molte solitudini da affrontare nella nuova vita italiana che comincia nel 1990, un po’ milanese, un po’ calabrese (a lavare i piatti nella cucina di un ristorante), un po’ lungo le spiagge (a vendere ginseng, pappa reale taroccata e unguenti più o meno magici). Mille mestieri per nascondere il salto nel vuoto, ma poi anche vittorie: le superiori, l’università Bocconi, il teatro, la tv. «In Cina la mia famiglia non stava male, mio padre era ingegnere, la mamma medico. Quando sono arrivato in Italia con mia madre, mio padre ci ha raggiunti anni dopo, abbiamo fatto mille mestieri, i più umili, abbiamo dormito in un letto del retrobottega-cucina della rosticceria di zio Yifu» racconta Shi Yang Shi che non perde mai il sorriso e quella autoironia pungente che pervade la sua scrittura.
« La solitudine è stata una compagnia di giorni, quando mamma lavorava in Veneto nelle confezioni e io stavo chiuso in casa». Il ronzio del frigorifero per compagnia. Nella solitudine si scalano le pareti e si impara a conoscersi per quelli che siamo. «Ho capito che non mi piacevano le ragazze. Un’estate ero andato a Cirò Marina a lavorare nella cucina di un albergo e lì ero stato molestato mentre facevo il bagno. Non sentivo attrazione per le ragazze, così ho cominciato a farmi domande e a rimuginare». Per un adolescente cinese che sta cercando di integrarsi l’omosessualità somiglia a un problema in più: quello di confessare prima o poi ai genitori di essere gay. «Mi sentivo una fatina, grassottello, ma una fatina». Shi Yang è bravo a scuola, «la mamma ci teneva e io facevo ogni sforzo per essere all’altezza dei suoi desideri». Una delle raccomandazioni di “ Mama” è di sorridere: «Yang se sorridi sei più bello e devi sorridere spesso perché la vita cambia velocemente».
«C’era qualcosa che mio padre non avrebbe più potuto cambiare e che era di sicuro il tradimento più grave che potessi fare a lui e alla mia cultura di origine – si legge nel libro – . O per lo meno quella che ci hanno fatto conoscere. Ero gay ed era una strada senza ritorno». C’è da capire il timore di Yang: per suo padre «comunista fino al midollo, l’omosessualità in Cina non esisteva, era una degenerazione del capitalismo ». Così arriva il momento del coming out prima alla madre e poi al padre. «Eravamo sulla riva di un laghetto. Lui mi chiese: è vero? E io che avevo smesso di mentire dissi sì pensando a Vito e al nostro amore ». Come da copione, il padre non la prende bene e gli dice: «1) l’omosessualità è contronatura, 2) è antistorica, 3) è antiumanità. Tre colpi dritti nello stomaco, uno più potente dell’altro, ma non era colpa mia. Era colpa sua, diceva, perché mi aveva sradicato dalla Cina privandomi di una figura maschile di riferimento ». Seguono giorni di tensioni, poi l’aiuto degli amici e il buddismo tibetano. Oggi Shi Yang Shi vive a Milano e porta in giro uno spettacolo in cui racconta di sé come quello andato in scena a Prato, città in cui ha vissuto per sette anni: «È stata una bella esperienza quella di Compost, un’associazione culturale costruita per far dialogare italiani e cinesi con la mediazione dell’arte, di spettacoli e mostre – spiega l’attore – ma sto ancora pagando i debiti. Ci hanno lasciato naufragare ed è stato un peccato non proseguire, una perdita per Prato».

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