Dalla rassegna stampa Storia LGBT

E il mondo scoprì il movimento LGBT

Non è un capolavoro, When We Rise, perché ha in sé i difetti strutturali di quasi tutte le miniserie…

E il mondo scoprì il movimento LGBT

Carlo Ridolfi

WHEN WE RISE
(Usa, 2017). Durata: Miniserie TV / 4 puntate da 120’
Regìa: Gus Van Sant; Dee Rees; Thomas Schlamme; Dustin Lance Black; sceneggiatura: Dustin Lance Black.
con: Austin P. McKenzie, Guy Pearce, Emily Skeggs, Mary-Louise Parker, Jonathan Majors, Michael K. Williams, Fiona Dourif, Rachel Griffiths
produzione: ABC Studios

Non è un capolavoro, When We Rise, perché ha in sé i difetti strutturali di quasi tutte le miniserie: lunghezza, cambi di regia, qualche ridondanza, alcuni momenti pleonastici. Non è un capolavoro, però, accidenti!, una volta produzioni di questo tipo, solidamente impiantate nella storia recente, con informazioni puntuali e approfondite e, al contempo, con una buona saldezza narrativa, le realizzava anche la televisione pubblica italiana.

La prima puntata – diretta da Gus Van Sant (lo sceneggiatore dell’intera opera è Dustin Lance Block, ed è come dire che si è felicemente ricomposta la coppia creativa che già aveva realizzato e portato all’Oscar nel 2008 Milk) – è in verità travolgente.

C’è la copertina di un numero di Life dedicato al 1971, con la cronaca fotografica dei principali avvenimenti che hanno interessato il mondo e gli Stati Uniti in quell’anno. Uno di questi, forse il più eclatante, e quello che darà il via alle vicende e al tema generale della serie, è l’affacciarsi sulla scena pubblica di un movimento di uomini e donne LGBT (quindi lesbiche, gay, bisessuali e transgender, come avremmo imparato a conoscere anche da noi) che da isolati o sporadici rivendicatori di tranquillità diventano forza politica che ha in animo di trasformare la società.

C’erano già stati i “moti di Stonewall” (e sembra in qualche modo di parlare del Risorgimento italiano, ma certo di un risorgimento si è tratta) iniziati venerdì 27 giugno 1969, quando l’irruzione della polizia nel bar Stonewall Inn di Christopher Street nel Greenwich Village di New York fu per la prima volta respinta con resistenza attiva (“Non siam scappati più”, avrebbe potuto cantare Paolo Pietrangeli, che parlava di Valle Giulia nel Sessantotto…).

Niente sarebbe più stato come prima…

La copertina di Life finisce in mano al giovane Cleve Jones (interpretato da Austin P. McKenzie), che vive in Alabama e ha un padre psichiatra che cura l’omosessualità con l’elettroshock; al soldato nero Ken Jones (tenete d’occhio nei prossimi anni Jonathan Majors, che gli dà voce e volto, perché è un grande attore), che sta combattendo in Vietnam; alla ragazzina Roma Guy, che è in Africa con una Ong insieme Diane, e le due scopriranno insieme di sentirsi ben più che semplici amiche (Roma è Emily Skeggs; Diane è Fiona Dourif, e anche loro sono giovani e bravissime attrici).

Dal 1972 al giugno 2015, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti emette una sentenza che dichiara incostituzionali i divieti al matrimonio fra persone dello stesso sesso, la miniserie segue le vicende, attraverso i tre personaggi principali, di una grande rivoluzione prima del costume e poi giuridica.

Lo fa in otto ore di racconto e con quattro registi diversi, che alternano ricostruzione in fiction e immagini documentarie delle varie epoche fornendoci moltissime informazioni di carattere storico e legislativo e non poche emozioni.

Una parte rilevante, e non poteva essere altrimenti, è dedicata all’insorgere e al diffondersi di quella che siamo abituati a conoscere come AIDS, ma che nei primi anni dalla comunità medica era stata battezzata GRID (Gay Related Immuno Deficiency) e cioè come un morbo che colpiva esclusivamente la comunità dei maschi omosessuali.

Com’è noto, così non è – e non sono mai troppi i momenti in cui è necessario ribadirlo e richiamare all’attenzione di tutti comportamenti che possono avere conseguenze devastanti -, ma, e nello scorrere delle puntate la questione viene giustamente rimarcata, per gli oppositori, più o meno ossessionati, del movimento GLB, il manifestarsi di una epidemia che sembrava colpire solo i gay assunse la potenza simbolica di un castigo di Dio, da considerarsi meritato e ineccepibile.

Come detto, la miniserie ha alti (molti) e bassi (qualcuno). Fra i secondi, a mio parere, ci sono alcune scelte di casting non proprio azzeccatissime. Guy Pearce, che interpreta Cleve Jones da adulto, è un attore appena sufficiente. Così come Michael K. Williams, nella parte di Ken Jones non più giovane.

Mentre la sempre bravissima Mary-Louise Parker, che è Roma Guy da adulta, dona continuazione di credibilità al personaggio. Mary-Louise Parker era anche nel cast di Angels in America, 2003, produzione HBO diretta da Mike Nichols del testo teatrale Angels in America: A Gay Fantasia on National Themes di Tony Kushner, che a tutt’oggi risulta essere ancora l’insuperato capolavoro sull’AIDS.

Tra gli alti, su tutto, il merito di documentare con rigore gli avvenimenti storici e di non dividere le ragioni degli uni e degli altri in modo grossolano, con alcuni momenti davvero interessanti relativi al dibattito interno al movimento LGBT.

Dibattito e movimento che continuano, perché anche diritti che oggi sembrerebbero elementari e che sono costati, come sempre succede, sangue sudore e lacrime, non sono certo acquisiti una volta per tutte, se è vero che con un presidente come Donald Trump gli Stati uniti (e il mondo) sono a rischio di una inversione a rotta di collo verso il peggiore dei passati possibili.

When We Rise è disponibile sul Box-Sets della piattaforma Sky.

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