Dalla rassegna stampa

Pasolini Cerami

Pasolini Cerami
Quando il poeta raccomandò il “Borghese piccolo piccolo”

PAOLO MAURI

Vincenzo Cerami esordiva nella primavera del 1976 con “Un borghese piccolo piccolo”, storia che appartiene ad un “neocrepuscolarismo romano sciatto e atroce”, come l’aveva definito il suo antico professore alla scuola media di Ciampino, Pier Paolo Pasolini, ora disposto a far da editor al suo ex allievo diventato amico e anche a promuoverne la pubblicazione. Pasolini scrive a Giovanni Raboni, che lavorava da Garzanti, nel luglio del 1974 (la lettera fin qui è rimasta inedita). Gli annuncia l’invio del libro di cui gli aveva già parlato e in pochissime righe definisce la storia e la lingua in cui è scritta. A corredo invia anche alcune poesie di Cerami perché Raboni possa conoscere meglio il nuovo autore. Si badi alla data: luglio del ’74. Passeranno praticamente un paio di anni prima che il romanzo veda la luce. Pasolini ne ha fatto un cenno in un suo articolo, ma non vedrà mai il libro: viene infatti assassinato nel novembre del ’75. Era il candidato ideale a redigere la quarta di copertina. Al suo posto subentra Italo Calvino. In una breve lettera (inedita) da Parigi a Piero Gelli, scritta il giorno di Santo Stefano del 1975, mandandogli il testo per la nota editoriale, Calvino così commenta: «Ho letto il Cerami e mi ha fatto molta impressione. È uno scrittore davvero, e non somiglia a nessuno ».
Tra pochi giorni, il 17 ottobre, al teatro Eliseo di Roma andrà in scena una riduzione teatrale del romanzo con Massimo Dapporto e le musiche di Nicola Piovani, testimonianza della lunga durata di un testo già portato sugli schermi da Mario Monicelli, quarant’anni fa, con Alberto Sordi protagonista. Esordire in quegli anni significava passar l’esame di una società letteraria agguerrita e spesso anche dispettosa. Cerami ebbe un’accoglienza che oggi potremmo definire di lusso: ne parlò sul Mondo Giorgio Manganelli, al solito in modo estroso, lamentando che non c’erano gatti: si può mai scrivere un libro su Roma senza gatti? Si chiedeva, discorrendo poi di un libro sgradevole (ma era un complimento) che non cerca in alcun modo di blandire il lettore; ne scrisse Angelo Guglielmi su Paese Sera parlando di un linguaggio indistruttibile, resistente, senza tremori… un linguaggio che non dice nulla e semplicemente fa. Attilio Bertolucci sul Giorno citò addirittura Maupassant. L’anno dopo, quando uscì il film di Mario Monicelli, Alberto Moravia scrisse per L’Espresso (che aveva già recensito il libro con Paolo Milano) un articolo intitolato “La morte ha le mezze maniche” dove lodava il romanzo e molto meno il film che naturalmente dal romanzo si discosta un po’. E Raboni su tuttolibri ricordò come aveva ricevuto il romanzo da Pasolini e come poi Calvino avesse colto bene il succo di questa storia «di vittime e nello stesso tempo di mostri».
Ho riletto Un borghese piccolo piccolo dopo molti anni che non lo prendevo in mano. È un breve romanzo a più strati, una storia comico-grottesca sulla quale si innesta, con uno scarto improvviso, la tragedia e in seguito alla tragedia, la vendetta violenta come unico sbocco possibile. (Ma che ci sia il seme della violenza lo si vede in una delle pagine iniziali dove il protagonista uccide un pesce appena pescato quasi con ferocia). La vicenda è nota: un impiegato ministeriale, Giovanni Vivaldi, è felice perché il figlio Mario si è diplomato ragioniere e si adopera per farlo entrare al ministero dove lui stesso lavora. Giovanni è la blanda caricatura di un impiegato secondo un modulo che viene da lontano, dal Cappotto di Gogol, ma anche dal Travet di Vittorio Bersezio, dalle mezze maniche di Courteline e via seguitando, non senza un passag- gio per i Misteri dei Ministeri di Augusto Frassineti. Dal quartiere Tuscolano dove vive accanto ad una moglie sciatta, intenta a bere fiaschi di acqua tiepida e a leggere Cronaca Vera, Giovanni (che invece si misura con La settimana enigmistica) pensa bene di chiedere aiuto al suo capufficio col quale ha una certa confidenza. È così che, per far passare il figlio al concorso, consigliato dal capufficio, entra nella massoneria e scopre che molti suoi colleghi sono massoni da un pezzo. Il ridicolo rito di iniziazione con la sfida alla morte che consiste nel bere un sorso di amaro Averna, è il culmine del romanzo comico. Poi, la mattina degli esami, mentre padre e figlio si avvicinano alla sede del concorso, Mario muore per una pallottola vagante, sparata da un ladro in fuga, dopo una rapina al Monte di Pietà. Il borghese piccolo piccolo è sostanzialmente un egoista. Prova dolore per la morte del figlio e per l’improvvisa paralisi che ha colpito la moglie dopo aver appreso la notizia, ma lo sorprendiamo a chiedersi come mai non abbia generato due figli, così ora avrebbe qualcuno da amare ancora. La sua reazione sarà comunque feroce e non la riveliamo nel dettaglio per lasciarla scoprire ai nuovi lettori. Intanto muore anche la moglie Amalia e Giovanni è quasi compiaciuto nel vedere, durante il miserabile funerale, che i negozianti hanno abbassato le saracinesche in segno di lutto. L’ingenuo e atroce Vivaldi, che del mondo ha cognizioni vaghe, lotta per sopravvivere: è un individuo-massa senza un minimo di coscienza politica o sociale e per questo sgomenta e fa riflettere il lettore. In qualche modo l’autore cerca di capirlo, di cogliere anche in lui un barlume di umanità e lo fa con un linguaggio scabro e preciso che lascia agli eventi e alle cose il compito di parlare. La casa di Giovanni al Tuscolano e la 850 con cui va al lavoro sono, per fare un esempio, elementi-protagonisti, neppure del tutto secondari. Le bare che scoppiano nel deposito del cimitero precipitano di nuovo nel grottesco il dramma della morte. Si può infatti dire che il doppio registro, del comico e del tragico, perdura fino alla fine del libro, ed è la sua forza. Anni fa Cerami ricordava come il titolo, fortunatissimo, del suo romanzo fosse diventato una specie di tormentone: tutto poteva diventare “piccolo piccolo”, bastava un goal striminzito in una partita per spingere i redattori a titolare “un goal piccolo piccolo”. Ma non è un romanzo “piccolo piccolo” e racconta un’Italia che, badando alle cronache, non è molto diversa da quella di adesso. Cerami si conferma scrittore originale, appassionato di “fattacci” e di uomini minimi (in sostanza uno scrittore antropologo) come provano molti suoi libri successivi a questo d’esordio.

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