Dalla rassegna stampa Cinema

La Firenze (scomparsa) di Ivory

La Firenze (scomparsa) di Ivory

È il più inglese dei registi americani James Ivory, che è nato a Berkley in California nel 1928, ma ha sempre avuto in gran dispetto il grande cinema hollywoodiano. Dopo un esordio da documentarista, verso il 1969 scopre il fascino dell’India dove rimane alcuni anni insieme al suo produttore di fiducia, I. Merchant e alla sceneggiatrice R.P. Jhabvala. È un periodo di studio, in cui Ivory non gira niente. L’unico suo film indiano è l’appassionato Calore e polvere (1983) con una intrepida Julie Christie che rivive le esperienze di una sua lontana prozia (Greta Scacchi).

Dopo questo lungo apprendistato e qualche film «americano», Ivory è pronto a scoprire l’Europa e sono proprio l’Italia e Firenze a segnare il suo successo internazionale con Ca mera con vista , preparato con estrema cura dal 1984, uscito nel 1986 e premiato con tre Oscar (migliore sceneggiatura, scenografia e costumi) nel 1987. Ed è proprio per questa ricorrenza che la città di Firenze si prepara ad onorare il regista insieme a uno degli attori (l’allora giovane e affascinante Julian Sands) con la proiezione della copia restaurata all’Odeon (il 5 ottobre), incontri-stampa, una breve rassegna dei suoi film al Teatro della Compagnia e un «Tea with a view» con il regista al British Institute. Insomma una vera celebrazione, voluta in prima persona dal sindaco Dario Nardella, che a Ivory consegnerà il Fiorino d’Oro. Sarà interessante, nel rivedere la pellicola, scoprire quanto siano cambiati i luoghi nel centro storico e nella verde campagna. Il film, tratto da un fortunato romanzo di E. M. Foster, è ambientato nel 1907. E già nel 1984 -’85 Ivory faticò non poco a ricostruire l’ambiente di inizio secolo, bloccando il traffico e girando spesso all’alba. Quindi per fare un raffronto utile, lo spettatore dovrà spingersi non nel decennio ottanta ma molto più indietro. Il paragone rischia di essere impietoso. Contemplare piazza Signoria o piazza Santa Croce come erano e come sono ora, trasformate in un bazar all’aria aperta, fa male al cuore. Ma sicuramente non è possibile frenare il corso del tempo, il progresso e il degrado e quindi sarà meglio essere cauti prima di lanciare anatemi contro l’inevitabile metamorfosi della città.

La storia è semplice. Una giovane turista inglese (Helena Bonham Carter, non ancora trasformata in strega maligna da Tim Burton) e la sua distinta cugina (Maggie Smith) hanno scelto una piccola pensione, appunto con camera con vista sull’Arno, e sono pronte a conoscere ogni angolo di Firenze. Due compagni di albergo (il maturo Denholm Elliott e il pericoloso Julian Sands), superata una diffidenza iniziale della cugina, diventeranno gli accompagnatori quasi ufficiali delle due signore. E nel cuore verde di Helena nascerà una specie di amore, mettendo in crisi il rapporto stabile che in Inghilterra la lega a un fidanzato sin troppo per bene e posato (Daniel Day Lewis, non ancora col fascino da trapper da amico dei Mohicani). Altre attrici destinate a diventare vere star del cinema inglese (Judi Dench ad esempio) fanno capolino in parti da spalla. La sensazione è che la maggior parte dei fiorentini che andranno a vedere il film si scateneranno nel gioco della geografia sentimentale.

Da parte mia, per motivi sentimentali personali, alle piazze del centro storico, preferisco la campagna vicina, le stradine intorno al Salviatino, i sentieri da percorrere in carrozza verso Maiano o la vicina Vincigliata, luoghi arcani ai miei occhi di fanciullo, che a parte qualche ristorante in più mi pare abbiano conservato il loro fascino. Perché di solito, anche se non è lontana, la campagna si mantiene meglio delle strade del centro. Poi ci sono i disastri. La pensione Quisisana, gestita dalla famiglia Marasco, dove alloggiavano alcuni membri della troupe nel 1993 fu distrutta (per fortuna senza vittime umane) dalla bomba di via dei Georgofili. Oggi c’è al suo posto un albergo più lussuoso, ma l’antico incanto è perduto per sempre. Al di là dell’effetto nostalgia fiorentina, la visione di Camera con vista in edizione restaurata potrà magari favorire la ripresa di un dibattito critico. A volte, da recensori severi, Ivory è stato accusato di fare un cinema sin troppo elegante, manieristico, ben pettinato; è un’accusa non del tutto infondata, ma non sempre giusta. E anche in Camera con vista la dolcezza di vivere nella Firenze di ieri, è a suo modo calda, mai di maniera. Finita la festa, come spettatore un po’ tenero, forse me ne andrò, sempre seguendo Ivory, verso Maiano, dove sono state girate alcune scene, per vedere meglio quel che resta del giorno.

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