Dalla rassegna stampa Cinema

Sorpresa, il cinema italiano esce dai nostri confini e si riscopre internazionale

Con Virzì, Guadagnino, Sorrentino i film scelgono grandi attori e produzioni estere
ROBERTO NEPOTI
Sorpresa, il cinema italiano esce dai nostri confini e si riscopre internazionale
MILANO
ASCORRERE i programmi degli imminenti festival di Venezia e Toronto, o dell’ultima Berlinale, salta agli occhi una novità: dopo decenni di film tutti camera- e-cucina, geograficamente racchiusi entro i patri confini, il nostro cinema sta (ri?)scoprendo una vocazione internazionale. In concorso al Lido, The leisure seeker di Paolo Virzì è la storia di Ella & John: lui (Donald Sutherland) un po’ svanito, lei (Helen Mirren) piena di acciacchi ma anche di voglia di vivere, fuggono cure mediche e accudimento filiale lanciandosi alla ventura lungo le strade d’America, tra Boston e Key West; dove vivranno esperienze inedite ed eccitanti, sfidando i limiti della terza età. È un’altra grande attrice della categoria “senior”, Charlotte Rampling, la colonna su cui poggia
Hannah di Andrea Pallaoro, coproduzione europea in concorso al Lido e presente anche a Toronto: storia di una donna spezzata che cade in depressione dopo l’arresto del marito. Si è visto al Sundance Film Festival e nella sezione Panorama di Berlino, invece (e contribuirà anche a impinguare la rappresentativa italiana a Toronto), Call me by your name, romance tra due ragazzi tratto dal libro cult di André Aciman con cui Luca Guadagnino replica l’esperienza internazionale del suo film precedente, A bigger splash. E si può aggiungere alla lista l’originale A Ciambra di Jonas Carpignano, coproduzione europea di imminente uscita sugli schermi italiani dopo il premio alla Quinzaine di Cannes.
Fin qui la cronaca. Da cui appare chiaro che la novità è — soprattutto — di ordine numerico. Non era mai accaduto, infatti, che venissero prodotti così tanti film diretti da registi italiani, ma finanziati con capitali di Paesi diversi e interpretati da attori dello star-system internazionale. I motivi di un tale boom sono di varia natura: alcuni di ordine estetico, altri di natura assai più pratica e materiale. Nel mondo globalizzato non stupisce che certi registi si sentano più “internazionali” dei loro pur illustri predecessori: basti pensare a Federico Fellini che, malgrado i ripetuti inviti da Oltreoceano, trovò ogni scusa per non andare mai in America. Nei suoi epigoni, invece, la migrazione verso altri lidi cinematografici diventò spesso la realizzazione di un mito: pensiamo a Bernardo Bertolucci, naturalmente, che su film come L’ultimo imperatore e Il tè nel deserto costruì la propria fama di regista cosmopolita, ma anche a un autore tra i più legati alla propria terra come Pupi Avati che con Bix, film girato in America e in lingua inglese, rese omaggio alla sua passione per il jazz. La differenza rispetto all’oggi, però, è fondamentale e consiste nelle dimensioni del fenomeno. In passato la scelta di realizzare un film fuori dai patri confini era più individuale, più estemporanea se vogliamo: si pensi al caso di Michelangelo Antonioni quando, regista di grande curiosità intellettuale, seguì le rivoluzioni socioculturali del Novecento tra la swinging London ( Blow up) e la rivolta giovanile nei campus statunitensi ( Zabriskie point). Oggi, diversamente, sono legioni i cineasti italiani ansiosi di andare a girare i loro film all’estero, come in un perenne Erasmus cinematografico che rivela — sottotraccia — gli effetti dei recenti mutamenti culturali.
Ma qui entra in ballo con tutto il suo peso, oltre alla vocazione planetaria dei nostri registi, l’aspetto produttivo; dove s’intuisce la — comprensibile — aspirazione ad allargare i confini di mercato, “chiudendo” collaborazioni che rendano i film competitivi e vendibili anche altrove. Alla stessa esigenza risponde la scelta, sempre più frequente, di affidarne l’interpretazione ad attori in grado di esercitare un’attrazione su pubblici trans-nazionali. Il che non sarà una novità assoluta, però presenta un’inversione dal punto di vista direzionale: un tempo erano gli attori stranieri a venire in Italia (lo stesso Fellini scritturava Anthony Quinn, Broderick Crawford o Richard Basehart); ora sono i nostri registi, da Paolo Sorrentino con This must be the place, Youth e The Young Pope a Matteo Garrone con Il racconto dei racconti e il Gabriele Muccino dei film Usa con Will Smith o di Padri e figlie a farsi migranti di lusso in cerca di maggior fama e fortuna.

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