Dalla rassegna stampa Cinema

«Divento Lola ma per mio figlio resto papà»

Locarno, Fanny Ardant in versione trans nel film di Moknèche: è un merito girare una storia sull’inclusione

«Divento Lola ma per mio figlio resto papà»

Locarno, Fanny Ardant in versione trans nel film di Moknèche: è un merito girare una storia sull’inclusione

LOCARNO Certo che Fanny Ardant versione trans era il santino più atteso del Festival insieme alla Huppert in formato Jeckyll-Hyde. Ed eccola svelata nel film di Nadir Moknèche Lola Pater (pàter come padre, latino, anche se pronunciano patèr) dove l’attrice amata da Truffaut è, in gergo seriale tv, «transparent», cioè un uomo che si sente prigioniero di abiti maschili, ma si sposa e ha un figlio, Zino. Poi diventa donna sempre desiderando donne, non è gay: abiti e seno vistosi, insegna danza del ventre e non si sa se ha fatto quella famosa operazione che si faceva a Casablanca ai tempi della prima trans, la cantante Coccinelle di cui il padre del regista era un fan.

Fanny arriva dopo un photocall in cui si aggira come tigre in gabbia, blusa blu con scollatura a V, vestito colorato da glicini fioriti lungo il corpo e alle dita dieci anelli rifrangenti.

Sia chiaro che si parla d’amore annunciano: genitore incontra figlio, come nella Nemica o Madame X . Quindi evitare di fare domande intime, ma chiedere come si possono capire e tendere la mano: il soggetto, mai morboso, sta nell’incontro di un figlio che, morta la madre, non immagina un padre new wave, col nome di Lola, e fatica ad accettarlo. «Il dolore — dice l’attrice — è quello di un padre che non conosce il figlio, lo trova ma poi rischia di perderlo definitivamente. La domanda da mille dollari è se, come e quanto siano simili l’amor materno e paterno».

Fra un padre assente e uno travestito, dice il regista di origini algerine, meglio il secondo. «Non è la mia autobiografia, le memorie sono solo nella amicizia che da studente avevo stretto con due trans che si prostituivano a Pigalle. E la scelta di Fanny imposta da mia madre: solo lei può fare quel ruolo». La Ardant non è andata a vedere i trans, non ha studiato il gender, fa il salto mortale dell’istinto: «Un uomo si ritrova in altri abiti ma ama le donne e il figlio è il frutto del suo vero, trascinante, primo amore». Prima mondiale in Piazza a Locarno, poi il debutto a Parigi con le destre in attesa che mirano alla sacra famiglia: «Consideriamo un merito fare un film sull’inclusione in questo momento» dicono tutti insieme appassionatamente, col protagonista maschile Tewfik Jallab.

«Io ho amato questo personaggio — confessa l’attrice —, il suo carattere, la sua fantasia e vulnerabilità incartate nell’umorismo emotivo dell’autore che va subito al di là di apparenze e luoghi comuni. Tutto ciò è un bel regalo per un’attrice che non si prepara al ruolo, ma entra come un lupo nella foresta con tutta la sua passione: dovevo solo abbassare la tonalità della voce e fare un corso di danza orientale per captare una gestualità diversa». Tutto su mia madre e mio padre, ma senza folk e vizietti: si parla di individui, non di caricature.

La produttrice ammette che poteva anche essere una commedia brillante ma non era nei piani: stavamo scoprendo il gender del film giorno dopo giorno. Ardant: «Il mestiere dell’attore non è come gli altri, è un misto di amore, eccitazione, fragilità e ad ogni film si ricomincia daccapo, cambiano i contesti. Il nostro mestiere è uno stato dell’anima e deve bussare per forza all’universo privato del regista». Perché Lola, un nome che si porta dietro tanti ricordi di cinema da Ophüls a Demy, oltre all’angelo Marlene? «Se cambiassi sesso — dice l’autore —, vorrei chiamarmi così».

Maurizio Porro

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