Dalla rassegna stampa Media

IL REPORTER DA OSCAR «NON È VERO CHE NON RIDO»

IL REPORTER DA OSCAR «NON È VERO CHE NON RIDO»

di Serena Danna

In fondo, il caso Spotlight ha portato bene al giornalismo. Sfidando il luogo comune secondo cui le storie di reporter equivalgono a fallimenti certi su piccolo e grande schermo, il film sull’inchiesta con cui il Boston Globe ha svelato l’insabbiamento di abusi sessuali nell’arcidiocesi di Boston — Oscar al migliore film nel 2016 — ha dato il via a un momento d’oro per il giornalismo investigativo. Ai vertici, allora come oggi, c’è Martin Baron: 63 anni, originario della Florida, attuale direttore esecutivo del Washington Post , che nel luglio del 2001 arrivò a Boston per fare la rivoluzione al quotidiano cittadino, il Boston Globe .

Nel film diretto da Tom McCarthy, Baron, interpretato da Liev Schreiber, è un uomo schivo, serioso, a tratti triste: una versione che — racconta il direttore al Corriere della Sera dal suo ufficio di Washington — ha fatto innervosire qualche amico permaloso ma non lui: «Schreiber ha catturato alla perfezione quel periodo della mia vita, problemi compresi. Ero appena arrivato in un giornale dove non conoscevo nessuno; in una città che sa essere spietata con chi non è nato e cresciuto lì». Un luogo perfetto per chi vuole studiare tecnologia e finanza, ma non per chi deve ribaltare il dna di un giornale di lunga tradizione.«Il mio senso dell’humour non era alle stelle… a mia discolpa posso dire che gli abusi sessuali del clero sono venuti fuori alla prima riunione con il team Spotlight, al mio secondo giorno di lavoro; e sei mesi dopo il mio insediamento ci sono stati gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Avevo poco da ridere e molto da fare», racconta Baron al telefono.

Se il Boston Globe è passato dall’essere un buon giornale locale a una pubblicazione rispettata in tutto il mondo si deve proprio a quell’«outsider» devoto al giornalismo investigativo e all’afa degli Stati del Sud: «Considero la nostra indagine la prima dell’epoca di internet: un articolo stampato su una pubblicazione cittadina ha fatto il giro dell’America e poi di tutto il mondo proprio grazie al web, permettendo a persone diverse di riconoscersi in quello che leggevano. Mentre la Chiesa continuava a dire che si trattava di episodi isolati, i cittadini si organizzavano per creare gruppi di pressione proprio grazie a quello che avevano letto sul Boston Globe ».

Per quell’inchiesta, che ha portato alle dimissione dell’arcivescovo di Boston, alla denuncia di 159 preti, e a risarcimenti milionari alle vittime, rompendo definitivamente il velo di protezione sul clero, Baron è stato definito più volte un eroe. A distanza di quindici anni, detesta ancora la parola. «Abbiamo fatto bene il nostro lavoro, che consiste nel rendere le istituzioni responsabili e i cittadini informati. Confesso che la mia ambizione, quando stava per uscire il film al cinema, è che potesse restituire un’aurea positiva al nostro mestiere, mandando un messaggio generale al pubblico; ovvero che il giornalismo è prezioso e va difeso».

Adesso che è costretto a difendere il mestiere ogni giorno dagli attacchi del presidente Trump, riflette sulle differenze con il passato. Sarebbe possibile oggi un caso Spotlight? «Di sicuro avremmo molte più pressioni: l’ambiente dei media è così competitivo e veloce che penso sarebbe impossibile lavorare di nascosto a un’inchiesta per molto tempo». Secondo il direttore, la qualità del giornalismo investigativo non è per niente minata dal social web, anzi: «Sono entusiasta di come è cambiato il modo di fare informazione: quando ero un giovane reporter c’erano solo due edizioni, quindi due scadenze. Adesso il lavoro è continuo, veloce. Dobbiamo pensare a modi, strumenti e canali sempre diversi per arrivare alle persone, stando attenti a dove sono e come consumano le informazioni». Ride Baron mentre confessa di lavorare molto di più oggi rispetto a quindici anni fa e così, in pochi secondi, tradisce definitivamente l’aspetto serioso del film.

Uno dei punti di forza del team Spotlight era costituito, appunto, dall’essere una squadra. Il direttore è ancora in contatto con i cinque colleghi: alcuni li sente regolarmente, con altri il rapporto è sfumato negli anni. Quello che non è cambiato è il suo credo totale nel lavoro di squadra: «Oggi i team sono più ampi perché si sono aggiunte nuove figure: i professionisti che si occupano dei social, dei video, i grafici, gli informatici». L’obiettivo, alla fine, è sempre lo stesso: «Mandare un messaggio al pubblico: il giornalismo fa bene».

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