Dalla rassegna stampa Cronaca

Il ragazzo di borgata che uccise il poeta

È morto Pino Pelosi, detto “la Rana”. Nel novembre del 1975 ammazzò Pier Paolo Pasolini. Ma su tutta quella vicenda restano molti misteri
Il ragazzo di borgata che uccise il poeta

MARCO BELPOLITI

L’ha ucciso lui. Il ragazzo dal naso schiacciato e dai capelli ricci, che staziona la sera con gli amici a piazza dei Cinquecento dinanzi alla Stazione Termini, sguardo intemerato e strafottente. Un angelo dell’infernuccio di quello slargo, dove gravitano marchettari e nullafacenti, ragazzi di borgata e piccoli delinquenti,
spacciatori e curiosi. Vittime innocenti e piccoli carnefici. L’ha ammazzato a colpi di bastone, e poi passandogli sopra con quell’auto su cui è salito, invitato dall’uomo che probabilmente già conosce, almeno di fama. L’automobile, Alfa Romeo GT 2000 color grigio metallizzato è lo strumento con cui il più celebre intellettuale italiano, Per Paolo Pasolini, è andato all’appuntamento con la morte, da Termini all’Idroscalo di Ostia. E lui, l’assassino, è Pino Pelosi, morto ieri a Roma, a 59 anni, dopo una lunga malattia.
La morte ha le fattezze di Pino “la Rana”? Difficile crederlo, eppure sì. L’ha confessato: «Ho ucciso Pasolini». Difficile pensare che l’abbia fatto da solo, eppure chi l’abbia aiutato, chi c’era quella notte a Ostia, non si è mai saputo, e forse non lo si saprà mai. Dopo il delitto Pino guida contromano l’Alfa Romeo GT 2000 sul lungomare di Ostia. Lo fermano i carabinieri. L’auto di chi è? A chi l’hai presa? Prima dice di averla rubata. Non si fa forse così tra quelli di piazza dei Cinquecento? L’auto è l’oscuro oggetto del desiderio. PPP lo sa e con quella vettura sportiva, veloce, aerodinamica, fotografata poco tempo prima da Pino Pedriali, carica i ragazzi e corre verso il mare. L’ha ucciso lui, dopo un rapporto sessuale consumato nell’auto.
Pelosi ha detto che questa è stata la causa scatenante: i modi e le maniere di quel rapporto. Ne ha dette tante di cose e spesso contraddittorie. Ha affermato e smentito, ha aggiunto, circostanziato, e poi negato, cambiato versione. Tenere dietro a tutte le verità dette da Pino “la Rana”è quasi impossibile, si riempie un dossier, una serie di faldoni. Così sono gli atti giudiziari che ne sono seguiti. La verità non è mai venuta a galla, non si è mai saputo perché e come. E soprattutto chi? Può “la Rana” aver ucciso quell’uomo tutto muscoli, scattante, sportivo?
La mattina del 2 novembre 1975, giorno dei morti, una donna esce dalla sua casupola e va verso lo spiazzo dove la notte si fermano le auto con i fari spenti. Le sembra di scorgere un mucchio di rifiuti. Guarda meglio: è un uomo. «Come un gatto bruciato », dirà agli inquirenti. Una poltiglia di polvere e sangue. Pino ribadisce di essergli ripassato sopra più volte. I processi, le indagini aperte e chiuse, poi riaperte e di nuovo chiuse, non accerteranno mai la verità. Un gorgo d’ipotesi, di teoremi, d’indizi, di prove, di fantasie, di immaginazioni. Nessuna certezza. PPP l’hanno ammazzato perché si era interessato degli affari sporchi dell’Eni. Aveva ficcato il naso nelle storie politiche e affaristiche di quegli anni. Il segreto starebbe in Petrolio il romanzo che PPP stava scrivendo e che ora, sostengono alcuni, contiene la chiave del mistero. Un capitolo scomparso sarebbe la prova del delitto politico. Dice di averlo Marcello Dell’Utri. Mafia, Banda della Magliana, trame nere, bombe fasciste, servizi segreti e altro ancora.
Un lungo filo di storie italiane sembra collegare, si dice, la storia di quell’omicidio a Pino “la Rana”, al borgataro che accetta il passaggio di quell’uomo dal viso duro e dalla vocina sottile, che gli propone: «Facciamo un giro?». Pino sa dove vuole portarlo con la sua scattante Alfa GT 2000, a cosa mira PPP. Non si tira indietro, dopo il diniego di due amici. Va con lui. Ha diciassette anni. Un minorenne. Pasolini ama i ragazzi. Non gli uomini adulti del suo stesso sesso. Solo i ragazzini. La foto di Pino che i giornali pubblicano a qualche giorno di distanza lo ritraggono con una giacca e sotto un maglioncino bianco e nero. Poi altre foto nel corso degli anni, mentre invecchiava, senza mai perdere la strafottenza di quello sguardo. Neppure anni più tardi, dopo la sentenza sulla sua colpevolezza passata in giudicato, la libertà condizionata ottenuta nel 1983, i trascorsi per altri reati comuni e un periodo di lavoro alla cooperativa 29 Giugno – quella di Salvatore Buzzi, ieri condannato a 19 anni: destini incrociati.
Oggi che non c’è più, che anche lui è morto, ne sono trascorsi quarantadue di anni da quella notte maledetta. L’assassino del poeta porta con sé nella morte il proprio segreto. Ha scritto PPP: «La morte non è/ nel non poter comunicare/ ma non nel poter più essere compresi».
LE IMMAGINI
Un’immagine giovanile di Pino Pelosi. Sopra, William Kentridge, Pasolini ( 2015), opera che fa parte del progetto
Triumphs and Laments
realizzato sui muri del Tevere

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De Cataldo “Rimane l’interrogativo sui complici”

RAFFAELLA DE SANTIS

Giancarlo De Cataldo non è solo il giallista che ha saputo raccontare la criminalità degli anni Settanta, la lotta tra bande, i traffici d’Italia negli anni di piombo. De Cataldo è anche un magistrato che sa qual è la differenza che passa tra narrazione e verità giudiziaria.
Sembra che il delitto di Pasolini da un certo momento in poi sia diventato più materia di interesse narrativo che processuale.
«Quando si parla di fatti come questo dobbiamo tener presente che lo strumento processuale è limitato. I giudici e i pubblici ministeri non possono che stare alle regole del gioco e agli atti. Ma spesso la verità processuale non coincide con la verità storica. Il processo non è una fiction, né può identificarsi con l’ipotesi di un giornalista».
E dunque l’affaire Pasolini muore con Pelosi?
«La nostra verità processuale, oltre la quale non ci è dato andare, è che Pino Pelosi ha ammazzato Pier Paolo Pasolini. Rimane un punto interrogativo sul concorso di altri. Nella prima sentenza del tribunale dei minori si diceva che l’omicidio era avvenuto “in concorso con ignoti”. Poi Pelosi nel corso del tempo ha dato versioni diverse, ha ritrattato, rendendo tutto più complicato».
Ma lei una sua idea se la sarà fatta?
«Non ho mai visto gli atti giudiziari, ma credo che Pasolini fosse prima di tutto un intellettuale scomodo e che avesse molti nemici. Inoltre non dimentichiamo che in quella fase storica eravamo negli anni di piombo, in piena strategia della tensione. Ho letto tanti libri su questa vicenda, a cominciare da quello di Carlo Lucarelli, ma le dirò che non sono riuscito a farmi un’idea precisa. L’unica cosa a cui non ho mai dato credito però è che Pasolini sia stato ucciso perché aveva saputo qualcosa che non doveva sapere. Su questo ancora oggi non ci sono prove».
Resta però il fatto che è uno dei tanti misteri irrisolti della storia d’Italia.
«Rimango della convinzione che Pasolini abbia pagato il suo essere scomodo, omosessuale, comunista. In quegli anni l’intellettuale aveva un peso, incideva seriamente sulla società. Non esisteva ancora il merchandising dello scandalo»



da Il Manifesto

Con Pino Pelosi se ne vanno le bugie sul delitto Pasolini

Gianfranco Capitta

La notizia della morte di Pino Pelosi al Gemelli di Roma, 59 anni, malato di tumore, non è di quelle che possano dar «gioia» ovviamente, ma neanche soverchio dolore.

Protagonista, o comprimario, o anche semplice sicario-civetta di uno degli avvenimenti più sanguinosi e crudeli della cultura del novecento, l’assassinio di Pier Paolo Pasolini, Pelosi detto affettuosamente «er rana» dai suoi amici malavitosi del Tiburtino, è stato per quel delitto condannato e poi parzialmente assolto dalla giustizia, ha cambiato diverse volte la sua versione dei fatti orrendi all’Idroscalo di Ostia, ha detto di aver agito da solo per pura «ripicca» di ruolo sessuale, ma ultimamente ammetteva di non essere stato solo quella notte di sangue: una moto, le altre macchine, i due fratelli killer. Dopo la cena che si era fatto offrire dal poeta al Biondo Tevere, è cresciuto un polverone smisurato di bugie e simmetriche rivelazioni.

Che non fosse solo è stato provato dalle indagini per le quali Laura Betti, la grande amica di Pier Paolo, ha dato praticamente la vita, e anche in alcuni gironi giudiziari di questo estenuante rondò con la verità. A leggere il romanzo incompiuto di Pasolini, Petrolio, è evidente che il poeta stesse frugando in un pentolone di affari sporchi, petroliferi e non solo.

Molti, a cominciare da avvocati e giuristi, ritengono compatibile con quei «misteri» la condanna a morte dello scrittore, un servizio che per definizione deve restare «segreto».
Certo Pelosi,tra rivelazioni e smentite, era rimasto l’unica ma insufficiente chiave di accesso a quel doloroso mistero. Ma, per scelta o costretto, rimarrà per sempre semplicemente «er rana».

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