Dalla rassegna stampa Cronaca

Pino Pelosi I misteri che porta con sé

Pino Pelosi I misteri che porta con sé

di Paolo Conti

L’unico condannato per il delitto dello scrittore

Davanti ai giudici sostenne sempre di essere stato solo in quella notte del novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia

Dopo il carcere raccontò diverse versioni. Mai accertate

È morto in ospedale a Roma Pino Pelosi. Aveva 58 anni ed era malato da tempo. Condannato per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Pelosi venne fermato la notte stessa del delitto a Ostia alla guida dell’auto dello scrittore.

C’è chi, morendo, porta con sé e per sempre (come si dice banalmente: nella tomba) la verità. È sicuramente il caso di Giuseppe Pelosi, detto «Pino la Rana», un volto antropologicamente perfetto per una foto segnaletica, nato a Roma il 28 giugno 1958 e morto all’alba di ieri dopo una lunga lotta con un tumore. Dire «Pelosi» è sinonimo di «delitto Pasolini», uno dei capitoli di storia italiana del secondo Novecento che hanno segnato la nostra cultura contemporanea, per l’assassinio di un grande, straordinario regista, letterato, poeta, polemista (con i suoi Scritti Corsari apparsi sul Corriere della Sera ), e anche la storia giudiziaria, per la matassa di verità, ritrattazioni, sentenze definitive, probabili depistaggi che non ha mai assicurato una verità su ciò che davvero accadde la notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. L’unica certezza fu la morte di Pasolini: atroce, con un pestaggio a sangue, la vittima colpita violentemente alla testa con una tavoletta di legno, poi caduta a terra e travolta più volte dalla Giulia dello scrittore.

Pelosi viene fermato la notte stessa a Ostia, all’1.30 per il furto dell’auto dopo aver percorso il lungomare a folle velocità e contromano, trasferito a Casal del Marmo. Al compagno di cella confessa: «Ho ammazzato io Pasolini». Dopo lunghi interrogatori (a Casal del Marmo c’è anche Johnny lo Zingaro, Pelosi prima lo accusa ma nel 2009 dirà che è estraneo alla vicenda Pasolini) il 10 dicembre 1975 Pelosi viene rinviato a giudizio dal Tribunale dei Minori per omicidio volontario: racconta di aver reagito con un paletto a un tentativo di violenza da parte di Pasolini, quando invece— spiega— era stato pattuito un semplice rapporto sessuale. Risponde sempre «no» a chi gli chiede se ci fossero altri. Il 26 aprile 1976 la corte lo condanna a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni. Il giudice Alfredo Carlo Moro scrive: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». Ma Pelosi, anche nei due successivi gradi di giudizio, per la verità processuale ufficiale resta l’unico responsabile del delitto. La Cassazione, il 26 aprile 1979, conferma la contestatissima sentenza di appello del 4 dicembre 1976 che liquida tutto come una lite «a due» in uno «scenario tra omosessuali». Pelosi esce dal carcere il 18 luglio 1983 in libertà vigilata ma comincia subito con un nuovo arresto per rapina nel 1984, poi furti e rapine fino al 2000, infine spaccio di droga nel 2005.

Ma è nel 2005 che Pelosi torna a parlare del delitto Pasolini. Nella trasmissione «Ombre sul giallo» condotta da Franca Leosini, «Pino La Rana» apre un capitolo nuovo: «Erano in tre, all’Idroscalo, parlavano con un forte accento del Sud, gli gridavano “sporco comunista”, “fetuso”». Avrebbero massacrato Pasolini e terrorizzato Pelosi al punto da impedirgli di soccorrere lo scrittore. Nel 2011 altra versione: nella sua autobiografia svela di aver conosciuto Pasolini 5 mesi prima dell’incontro in piazza dei Cinquecento della sera del 1 novembre 1975, quando andarono insieme all’Idroscalo. Nel dicembre 2011 Pelosi conferma tutto durante un incontro pubblico con Walter Veltroni che non ha mai creduto all’ unico assassino. Nel 2010 il cugino di Pasolini, Guido Mazzon, presenta una denuncia sostenendo che i vestiti di Pasolini contenevano tracce di dna di persone diverse. Ma nel maggio 2015 la definitiva archiviazione. E così Giuseppe Pelosi, detto «Pino la Rana», per la giustizia italiana muore all’alba del 20 luglio 2017 come l’unico assassino di Pier Paolo Pasolini.

————–

L’angelo della morte uscito da «Salò»

di Emanuele Trevi

Quali sono esattamen-te i segreti che Pino Pelosi si è portato nella tomba, nessuno di noi lo saprà mai con esattezza. Sono sempre stato convinto che nel 2005, quando ritrat-tò le dichiarazioni rilasciate al momento del primo processo per l’omicidio di Pasolini, e del successivo appello, affermò sostanzial-mente delle cose vere. È probabile che ci fossero altre tre persone quella sera sulla scena del delitto; ed è anche verosimile il ruolo marginale che si attribuì, giovanissimo e abbastanza gracile all’epoca, nell’orri-bile mattanza. Ma avesse pure tirato fuori dei nomi, il mistero sarebbe rimasto tale e quale. Un mistero è un fatto le cui narrazioni finiscono sempre per fare acqua nei punti decisivi. Quali che siano le inten-zioni del narratore. Può apparire singolare il fatto che Pelosi abbia deciso di attirare di nuovo su di sé le luci dei riflettori senza rinunciare al tratto più costante del suo carattere, che è la reticenza. La più loquace delle reticenze, se mi si passa l’ossimoro, ma pur sempre di reticenza si tratta. Trent’anni dopo l’omicidio, sostanzialmente mise in scena il solo potere che la Storia gli aveva concesso, quello di stabilire un limite tra ciò che poteva dire e tutto ciò che sapeva, e non voleva dire, o non poteva, o credeva di non potere. Ed è invecchiato, per quel poco che è riuscito a invecchiare, indossando questa maschera scorag-giante. La cosa più sbagliata che si è potuta dire di lui è che era un ragazzo di vita che aveva finito per ucci-dere Pasolini. La notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975, non c’era più a Roma e nel mondo nessun ragazzo di vita nel senso che all’espressione diede Paso-lini nel suo romanzo che, si badi bene, fu pubblicato nel 1955: tre anni prima che Pelosi venisse al mondo. Semmai, Pelosi sembra uscito dritto dalle visioni terminali di Pasolini, quelle affidate alle pagine di que-sto giornale, ai frammenti di Petrolio , e soprattutto, a mio parere, a Salò . Perché a Pelosi toccò certamente il ruolo dell’aguzzino, ma di rango talmente inferiore che sarebbe bastato un nulla per farne una nuova vittima. Tutto quello che Pasolini vedeva nella realtà durante gli ultimi anni della sua vita, così febbrili e disperati, si incarnò in Pino Pelosi, detto la Rana. Spun-tato dal buio di una notte d’autunno, fu come un an-gelo della morte, un’idea che diventa concreta pren-dendo l’aspetto del più leta-le dei destini. È su questo che converrà d’ora in poi meditare, perduta per sempre la chiave dei fatti.

——————-

«Non ha mai fatto i nomi dei mandanti Ma un’altra persona sa tutto, ed è viva»

«Non ha mai voluto confessare né il movente, né cosa davvero successe quella notte. Ha solo ammesso di aver ammazzato Pier Paolo, ma perché e chi erano i suoi mandanti, mai».

Nino Marazzita, lei però come legale della famiglia Pasolini Pino Pelosi lo ha visto diverse volte…

«Certo, in tanti interrogatori. In quelli a Casal del Marmo, quando era minorenne e il fatto era appena accaduto, lui mi odiava. Poi mi considerava uno di famiglia».

Ha mai provato a fargli confessare la verità?

«Sempre».

E lui? Pino Pelosi?

«Non ha mai voluto dire nulla di più che già non si sapesse. Anche che era con i fratelli Borsellino lo disse solo quando erano morti. Si porterà nella tomba i segreti di quella notte. Forse».

Forse, perché?

«Perché a sapere come andò quella notte potrebbe esserci pure un’altra persona ancora viva».

Ah sì? E chi è questa persona?

«Johnny Lo Zingaro».

Alessandra Arachi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.