Dalla rassegna stampa Cinema

Il cinema è finito anzi no

Per anni i Festival ci hanno fatto scoprire cinematografie sconosciute Ma col tempo ci siamo assuefatti a prodotti spettacolari e adolescenziali
Il cinema è finito anzi no
NATALIA ASPESI

Tra tanti supereroi dobbiamo riscoprire le opere di qualità
MA ALLORA è questo settantesimo festival di Cannes che va bocciato, o è l’idea di festival del cinema in generale che comincia a essere fuori tempo, oppure è il cinema stesso a essere sfinito? Gli appassionati di festival e di cinema non necessariamente di rigore cinefilo e che, stando a casa loro, ogni giorno hanno appassionatamente letto le pagine dedicate all’evento del quotidiano o dei quotidiani di riferimento, non solo cartacei, questa volta ci sono rimasti male. Tra fotografie di bei sederi di modelle e attrici sontuosamente e sventatamente abbigliate, su e giù per le scale tappezzate di rosso e mozzafiato (le scale, nel senso proprio di spezzare il respiro per la fatica), un lamento quasi quotidiano della miglior critica, una distribuzione minima di palline, stellette o altri emoticon, spesso uno solo per dire brutto, un senso di sconforto, delusione e persino rancore.
E noi a casa, amareggiati: falliti anche l’indimenticabile Haneke di Il nastro bianco, anche l’emozionante Loznitsa del documentario Austerlitz, e persino la Coppola la cui Marie Antoinette aveva diviso critica e pubblico, di cui una parte però contentissima. Può certo aver sbagliato nelle scelte il Festival stesso, tanto che per esempio il film più apprezzato dalla critica soprattutto italiana è stato Cuori puri dell’esordiente Roberto De Paolis, giudicato quasi un capolavoro, ma inserito in una sezione laterale come la Quinzaine des réalisateurs e comunque non premiato.
Negli anni i Festival, di Cannes, Venezia, Berlino e altri (e l’entusiasmo dei critici), pur mettendo a dura prova anche i più disponibili a qualsiasi faticosa cinevetta, hanno fatto scoprire e spesso molto amare film che venivano dalla Corea, dalla Romania, dalla Thailandia, dalla Grecia, ribaltando le attese e le pigrizie di chi si era assuefatto a cinematografie più ricche e diffuse, come quella americana. Si spera molto che la Mostra di Venezia in settembre restituisca euforia riscattando l’amarezza di questa Cannes: ma intanto se film di grandi registi, nuovi autori, bravi attori, ricerca colta e preziosa, in una manifestazione che privilegia il cinema vitale, sorprendente, appagante, trascinano amarezza e sconforto anche in chi dovrebbe incuriosirci, indirizzarci, non sarà forse l’inizio, da anni immaginato ma sempre scongiurato, di una inevitabile fine? Può darsi che le difficoltà di chi ancora crede necessario e persino remunerativo quello che chi ama il cinema definisce il “buon cinema”, suggeriscano una ricerca più confusa, stravagante, forse ipnotica e meno autentica, che amplifica il disorientamento e il rifiuto anche da parte di chi quel cinema ama e difende.
Il problema però è più profondo: per esempio in questi giorni danno nei nostri cinema (quelli che non sono diventati supermercati o isole di abbigliamento a buon mercato) Ritratto di famiglia con tempesta: un bel film, appassionante e commovente, che racconta una storia che ci riguarda, quella di una famiglia disunita con un padre perdigiorno eppure innamorato del suo figliolino. Sono quasi due ore che scorrono lievi, vere, con interpreti molto bravi: ma è giapponese e sono finiti i tempi in cui per i film giapponesi, e cinesi esisteva un pubblico interessato. Tra un paio di giorni uscirà il francese Un vie, tratto da un racconto di Maupassant, in costume, la storia delicata e benissimo interpretata di un matrimonio sbagliato. La buona critica, a differenza di quel che ha visto a Cannes, ha apprezzato questi due film: ma basterà a creare un vero pubblico, a colmare le distanze che lo stanno separando da un cinema che non sia quello grandioso, rumoroso, spettacolare, adolescenziale? E anche quello non è che stia benissimo.


Alberto Barbera: “La Mostra 2017 è una scommessa sui giovani autori”
ARIANNA FINOS
ROMA
L’ITALIA dei giovani autori sarà protagonista alla Mostra. A Festival di Cannes appena archiviato il direttore di Venezia Alberto Barbera, in viaggio verso il Lido, fa un punto sui lavori in corso e consegna la buona notizia: «Fino allo scorso anno era difficile trovare buoni film nostri. Tra marzo e aprile ne ho visti almeno trenta e ho scoperto che c’è stato un forte ricambio generazionale: i giovani autori si staccano dalla commedia o dal film di denuncia dagli schemi banali per tentare strade inedite, con una forte dimensione internazionale. Alcuni dei film che si sono visti a Cannes già andavano in questa direzione. Sì, quest’anno segnerà una svolta importante per il nostro cinema».
Dice, Barbera, che la rassegna francese appena chiusa «mi ha ricordato che non c’è nulla di scontato. Tutti diciamo che Cannes è il più grande, che tutti i registi vogliono andarci. Poi ti capita una serie di film non pronti, che i grandi autori hanno fatto opere meno belle, le metti in fila e scontenti tutti». Rispetto alla Francia «ho un margine di manovra più alto. Non devo dialogare ogni volta con determinati autori o società di produzione come succede ai francesi, sono più libero di scegliere. Di rinnovare, di puntare su nuove cinematografie, mettere in concorso opere prime. E apro le porte alla tecnologia ». Il grande evento di Cannes è stata l’installazione sui migranti di Iñárritu, che Frémaux ha agguantato al volo prima dell’arrivo a Milano, «noi abbiamo puntato sulla realtà virtuale già dall’anno scorso con il Biennale college, ora avremo un concorso dedicato a questa sezione. I festival continueranno se sapranno cavalcare il rinnovamento ». In questo senso liquida come locale la querelle su Netflix: «Solo in Francia c’è una legge per cui un film va in streaming tre anni dopo la sala. Ragioniamo sul concreto: il prossimo film di Scorsese è di Netflix: un festival può non volerlo?».
Barbera liquida le indiscrezioni sui titoli alla Mostra che «generano false aspettative: il film di Clooney non l’ho visto, quelli di Cuarón e Thomas Anderson non saranno pronti, Bigelow è in sala il 4 agosto, Blade Runner 2049 lo faranno vedere a ridosso dell’uscita per evitare spoiler». Ma, sorride, «negli ultimi quattro anni abbiamo ospitato grandi film celebrati agli Oscar, speriamo di avere uguale fortuna».

C’è una nuova generazione che sperimenta e cerca di uscire dagli schemi consolidati della commedia o del documentario
Alberto Barbera

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.