Dalla rassegna stampa Libri

Chiamatemi Pat

Solitaria, quasi asociale, grande seduttrice di donne, ha saputo creare un anti-eroe come Mr. Ripley. Alla lunga vita di Patricia Highsmith è dedicato un libro

Chiamatemi Pat
di
Cristina De Stefano
Da giovane leggeva manuali di psicologia tenendo elenchi di tutte le devianze possibili (“i matti sono i soli esseri umani attivi”) e intanto sognava di scrivere un grande romanzo, alla maniera di Poe o Dostoevskij. Solitaria, quasi asociale, grande seduttrice di donne, ha saputo creare un anti-eroe come Mr. Ripley. Alla lunga vita di Patricia Highsmith è dedicato un libro
TITOLO: IL PREZZO DEL SOGNO

AUTRICE: MARGHERITA GIACOBINO

EDITORE: MONDADORI

PREZZO: 19 EURO PAGINE: 288

Il romanzo che Margherita Giacobino ha scritto per raccontare dall’interno la lunga vita triste della romanziera americana Patricia Highsmith si apre con la fine. Una vecchia signora sola in ospedale che guarda in faccia la morte. Quando l’infermiera che riordina la stanza le rivolge la parola, dal letto si leva una voce sorprendentemente chiara: “Chiamami Pat”. Era una grande seduttrice di donne, le sceglieva sempre sbagliate, ma quello in fondo non era un problema, perché l’idea della vita di coppia la disgustava. Era solitaria, quasi asociale, non amava nessuno, però adorava la passione, quella che dura qualche mese, al massimo un anno, e illumina tutto.
Il resto della sua vita era fatto di scrittura — ventidue romanzi, nove raccolte di racconti e decine di migliaia di pagine di un diario iniziato da adolescente e portato avanti fino alla fine — l’attività che la salvava dalla depressione e le permetteva di illustrare le sue idee storte sull’umanità, inventando storie disturbanti, personaggi doppi e amorali, come il suo anti-eroe più noto, quel Mr. Ripley che ha uno speciale talento nell’uccidere e nel farla franca.
Era sempre stata attratta dai devianti. “I matti sono i soli esseri umani attivi”, diceva, “sono loro che hanno costruito il mondo”. Da ragazzina, mentre le sue compagne leggevano romanzi d’amore, lei passava i pomeriggi immersa in grossi manuali di psichiatria, tenendo elenchi di tutte le devianze possibili. La sua infanzia l’aveva messa da subito in contatto con un buon campionario: una madre bellissima ed egocentrica che tenta invano di abortire quando scopre di essere incinta di lei, un padre assente che la incontra per la prima volta quando lei ha dodici anni e la molesta mostrandole giornali pornografici, un patrigno che le suscita continui pensieri omicidi, fornendole i primi spunti per i suoi racconti crudeli.
Nata nel 1921 in Texas, cresciuta a New York, da adolescente è una graziosissima ragazzetta dal fisico androgino, prigioniera della consapevolezza — che non può affidare a nessuno — di essere attratta dalle ragazze. “Non sarai mica lesbica? Cominci a fare rumori come se fossi una di loro”, si sente dire un giorno dalla madre, disgustata, e la ferita di quella frase la perseguiterà per tutta la vita. Per fortuna scopre presto la scrittura. Da adolescente racconta al diario la soddisfazione di scrivere la prima frase di quella che potrebbe diventare una storia: “Egli si preparò ad andare a dormire, si tolse le scarpe e le mise parallele vicino al letto”. Non sa cosa verrà dopo, non sa cosa farà “egli”, ma il semplice fatto di aver scritto la frase la fa sentire in pace. Tutto è in ordine, al sicuro, in un mondo di cui lei muove i fili e non soffre, anzi è lei a far soffrire gli altri.
Scrive di notte, quando la testa è più aperta all’ignoto, batte a macchina ogni pagina due volte, perché ama l’ordine, e riempie il mondo di storie che oggi chiameremmo thriller psicologici e che allora fanno saltare molti lettori sulla sedia. Inizia con il giornale scolastico, continua con le riviste più note,
Harper’s Bazaar in testa, ma ogni tanto le sue storie sono così crudeli — una governante che incendia la casa dei padroni per farsi bella, un figlio gay che uccide la madre nel sonno — che i redattori gliele restituiscono scandalizzati.
Lei sogna di scrivere un grande romanzo come Dostoevskij, come Edgar Allan Poe. Un giorno del 1945, passeggiando lungo l’Hudson, ha l’idea di due sconosciuti che si accordano per scambiarsi gli omicidi, creando così i delitti perfetti, perché privi di movente. È il primo nucleo di quello che diventerà Strangers on a Train (tradotto in italiano da Bompiani, come quasi tutti i suoi romanzi) che un editore accetta di pubblicare nel 1950 e che Hitchcock trasforma in un film nel 1951, consacrandola come la Dark Lady delle lettere americane. Per molti anni si è mantenuta scrivendo sceneggiature di fumetti. Ora può essere una scrittrice a tempo pieno.
Dovrebbe essere perfettamente felice ma la sua vita privata la tormenta. Sa che la sua epoca non è tenera con le donne che amano le donne. Prova due volte a fidanzarsi con due giovanotti, per poi scappare quando le cose si fanno più serie, si sottopone a una psicanalisi che dovrebbe “guarirla”, ma a ogni cocktail a cui è invitata si innamora di una donna diversa. All’epoca sono soprattutto donne sposate e più grandi di lei, raffinate e irraggiungibili, come Rosalind, la sua mentore, o Virginia, ricchissima e infelice, trascinata in un processo scandaloso che le costerà la custodia della figlia, storia drammatica che le ispirerà il romanzo Carol, pubblicato sotto pseudonimo e diventato di recente un film con Cate Blanchett. Poi con gli anni — ormai matura e aureolata dal successo — sceglie amanti più giovani, corteggiandole in fretta con modi sbrigativi e un sorriso assassino: “Ci sposiamo per un anno?”. Ogni tentativo di convivenza finisce in rissa, ogni storia naufraga in fretta. Le migliori, dice, sono quelle di fantasia, che ogni tanto — per riprendersi da una rottura particolarmente disastrosa — si inventa nel diario. Richiesta di dire cosa sia l’amore non ha dubbi: “Immaginazione”. Da ogni amante prende qualcosa, alimentando la lunga lista di donne che nei suoi romanzi vengono uccise, tradite, maltrattate.
Lascia presto l’America puritana per l’Europa, dove può essere se stessa con più agio. Vive nella campagna inglese, dove alleva lumache, portandole ai cocktail londinesi dentro una grande borsa piena di foglie di lattuga che apre volentieri davanti agli ospiti stupefatti. Poi nella campagna francese, dove si circonda di gatti con i quali parla una lingua di sua invenzione e prepara deliziosi lapin à la creme.
Preferisce gli animali agli esseri umani e non lo nasconde. Scandalizza una giornalista dicendo che, se posta davanti a un neonato e a un gattino abbandonati, salverebbe senza dubbio il secondo. E all’agente americana, che si lamenta perché i suoi libri hanno personaggi sempre più disturbati, ribatte: “Forse perché non mi piacciono gli umani.
Dovrei scrivere di animali”.
Continua a pasticciare con le amanti, in quella che nel diario definisce “una serie di incredibili disastri”, e trascorre il suo tempo libero a scambiare lettere rancorose con la madre. Fuma troppo e mangia poco. Alterna depressione ed euforia creativa e annega nell’alcol il suo cattivo umore, trasformandosi presto in una vecchia gonfia e imbruttita. Beve fin dal primo mattino, mescolando birra e superalcolici e se una delle sue giovani amanti cerca di strapparla alla bottiglia, lei la prende in giro con una smorfia: “Povera tesoro, sposata con un’alcolizzata!”. Nessuna di loro resiste a lungo e la sua fine è molto solitaria.
Muore nel 1995, in Svizzera, dove si è trasferita dopo una lite furibonda con il fisco francese. Al suo funerale poche persone, come voleva lei. Al suo editore tedesco che tempo prima le aveva chiesto una lista delle cose che amava di più nella vita aveva risposto senza esitare: la Passione secondo Matteo di Bach, gli abiti vecchi e sformati, le scarpe da ginnastica, il cibo messicano, i coltellini svizzeri, le penne stilografiche, i fine settimana senza impegni, il silenzio, lo stare da sola.

La scrittrice. Patricia Highsmith è nata in Texas nel 1921 ma lascia presto l’America per l’Europa, dove muore nel 1995

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