Dalla rassegna stampa Televisione

La tv delle ragazze - Il nuovo femminismo è sul piccolo schermo

Incontro con l’attrice e regista Lena Dunham al Tribeca Film Festival di New York Dall’aborto alle pari opportunità la sua serie “Girls” continua a far discutere
La tv delle ragazze – Il nuovo femminismo è sul piccolo schermo
FILIPPO BRUNAMONTI
NEW YORK
CON BATTUTE come «non posso andare a correre perché ieri ho abortito», la serie HBO Girls è diventata un rompi-tabù, al pari delle galeotte di Orange Is the New Black e del bugiardissimo cast di Big Little Lies. Lena Dunham e le altre protagoniste dello show hanno fatto il pieno di ascolti per sei stagioni, premi (due Golden Globe) e critiche. L’ultimo episodio, trasmesso in America dieci giorni fa, è stato il secondo finale più visto di sempre dopo quello della prima stagione (2012).
«Per me è così ovvio che la maternità metta a disagio le ragazze della serie», ha raccontato Dunham durante un incontro al Tribeca Film Festival, moderato dall’ex Ugly Betty America Ferrera. «Nessuna di loro terrebbe mai un bambino a quell’età e, avendo una formazione umanistica, tutte e quattro non sentirebbero chissà quale forte emozione, a parte togliersi il dente, abortire e supportarsi a vicenda». Trent’anni, attrice, scrittrice e regista. Lena Dunham, quarzo rosa al collo, è una voce indipendente non solo a New York, dov’è nata, vive e ambienta le sue produzioni tv, ma in tutto il mondo: dopo aver creato
Girls è stata inserita dal Time tra le 100 persone più influenti, diventando la prima donna a ritirare il premio per Outstanding Comedy Series ai Directors Guild of America. Due anni dopo ha dato alle stampe il libro di debutto, Not That Kind of Girl. Nel 2015, insieme all’amica e showrunner Jennifer Konner è riuscita a coadiuvare un pool di creativi sul web, dando vita a “Lenny Letter”, una newsletter settimanale femminista, sostenuta dalla stessa compagnia editoriale di Cosmopolitan, dove si discute di tutto, dalla maternità allo stupro, fino alla disparità tra uomo e donna, una crociata iniziata proprio su quelle pagine dalla star più pagata di Hollywood, Jennifer Lawrence. «Mi ha stupito la reazione dei miei amici quando ho inserito la questione “gravidanza” in Girls » commenta la Dunham. «Non mi sono messa a fare ricerche su Twitter ma ho preferito un riscontro immediato dai coetanei. Mi dicevano. È la cosa più eccitante al mondo: quando partorirai il figlio di Riz Ahmed?. Non interrompere la gravidanza è un tema tanto politicizzato, nelle comunità liberal, quanto l’aborto in sé. Così come mostrare il mio corpo nudo e burroso nello show: “Ma perché sei sempre svestita?” mi domandano gli uomini. Sono arrabbiati con me perché mi sento a mio agio nella mia pelle».
Al Tribeca Fest, Dunham ha detto di aver quasi convinto il produttore esecutivo, Judd Apatow, a parlare di aborto sin dall’episodio pilota: «A un certo punto, volevamo che le ragazze festeggiassero l’aborto di una di noi con un party». La scelta di Hannah di gestire la gravidanza ha tenute incollate milioni di donne di tutte le età, come se fosse un affare di famiglia. «Sono un’autrice autodidatta. Ho vinto il DGA Award che sembravo una principiante, invece avevo già due corti e un lungo ( Tiny Furniture, 2010) alle spalle.
Ho scoperto la mia città, New York, attraverso una videocamera che usavo per esplorare con uno zoom i posti dove sognavo di essere». Per far presa sulle giovani millennials, tra un incursione su Snapchat e un selfie con Kim Kardashian, la candidata democratica Hillary Clinton ha scelto Lena come interlocutrice. «Ti consideri una femminista? », le aveva domandato Dunham senza peli sulla lingua. Nemmeno Beyoncé ed Emma Watson fanno lo stesso effetto a politici e tycoon. Il femminismo di Lena Dunham passa — spiega — attraverso una regola di base: «Credo che le donne che rifiutano il termine ‘femminista’ non sappiano cosa significhi. Non è un concetto che ti puoi permettere di rigettare. Se sei una femminista, credi nelle pari opportunità.
Per esempio, di fronte ai nude leaks con le foto senza veli, in rete, di Jennifer Lawrence, Kirsten Dunst e altre celebrità, mi sono detta: Se abbiamo fame di privacy fino a questo punto, hanno davvero vinto i terroristi. Non sono per il politicamente corretto ma l’intimità di una donna va difesa». Durante il finale di Girls ci sono state anche polemiche sull’appartenenza etnica del neonato. Essendo l’attore Riz Ahmed di origini pachistane e, al tempo stesso, il Baby Daddy di Girls, si domandano tutti perché il personaggio di Hannah Horvath non intavoli una discussione sulla razza del bambino: «Ha appena tre mesi di vita e Hannah soffre di depressione post- partum. Avrà tutto il tempo per parlare al figlio di razzismo. Una conversazione su com’è la vita nell’America di Trump arriverà. Per ora concentriamoci sulle nostre, quotidiane battaglie da donna».

LA SERIE
Le vite di quattro amiche che tra desideri, ambizioni e immancabili delusioni cercano la loro strada dopo essersi trasferite a New York La serie di Lena Dunham è una delle più acclamate dal pubblico e dalla critica negli ultimi anni Tra i premi un Emmy e un Golden Globe

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