Dalla rassegna stampa Libri

Perché è il momento di smettere di credere alla famiglia ideale

Perché è il momento di smettere di credere alla famiglia ideale
ROSARIA AMATO
Nel suo nuovo saggio Chiara Saraceno analizza i cambiamenti dei modelli di convivenza e denuncia i ritardi culturali del legislatore
Papà e mamma sposati, uno o due figli, nonni in discreta salute che all’occorrenza danno anche una mano: un’allegra famiglia “ideale”, che sembra ispirare ancora oggi il legislatore italiano. Tutte le altre famiglie, quelle omosessuali, separate, costituite da un unico genitore, sono destinatarie di interventi occasionali, spesso monchi, inadeguati. È come se venissero considerate ancora rare eccezioni rispetto al modello dominante, ragiona Chiara Saraceno nel saggio L’equivoco della famiglia.
Ed è come se solo quel modello lì, la famiglia ideale, venisse considerato davvero meritevole di tutela, e tutte le altre, le famiglie imperfette, venissero considerate irrilevanti, se non pericolose. Per cui sì alle unioni civili tra omosessuali, però per carità non le si chiami matrimoni. E soprattutto no alle adozioni, perché i minori hanno diritto a una famiglia “naturale”. Poco importa che poi questa famiglia naturale sia un’invenzione, una convenzione, che si è modificata nel tempo. Nata per difendere il patrimonio, il nome, i diritti ereditari, si è trasformata nel luogo nel quale si coltiva l’amore, secondo le ultime encicliche papali. Una convenzione anche questa, purtroppo, visto che spesso invece la famiglia è luogo di sopraffazione, di violenza. È diventata in particolare il luogo privilegiato della violenza sulle donne, un ulteriore segno degli squilibri della società italiana.
Al legislatore negli ultimi anni sono mancati il realismo e la capacità di osservare senza pregiudizi la struttura autentica delle famiglie italiane, primo passo fondamentale per prendere in considerazione i loro bisogni, e provvedervi in maniera adeguata. Non considerare le famiglie omosessuali come “deviate”, ponendo ostacoli al riconoscimento dei figli del partner e all’adozione. Non considerare le donne che desiderano lavorare a tempo pieno dopo la nascita dei figli come rari esempi di egoismo, con il risultato che gli asili nido sono sempre troppo pochi rispetto alle reali necessità. Non considerare i mariti o le mogli troppo stanchi e anziani per occuparsi del partner malato, o i figli troppo impegnati con il lavoro per prendersi cura dei genitori, eccezioni antipatiche rispetto a parenti affettuosi che di norma non affidano i loro cari alle strutture pubbliche. Sono i giudici ormai troppo spesso a fare da apripista al riconoscimento dei nuovi diritti, arrampicandosi faticosamente sulle norme esistenti. Con il risultato però che «se la giurisprudenza supplisce all’assenza della norma» si rischiano trattamenti diseguali di situazioni identiche.
Intervenire a favore della famiglia significa anche investire più risorse. Se si vuole che la nostra società non muoia di vecchiaia bisogna aiutare le madri ad avere e allevare i figli senza essere costrette a rinunciare al lavoro, allargando il diritto/dovere al congedo parentale anche ai padri. Gli assegni per i figli appena nati vanno bene, ma è negli anni successivi che i figli costano di più. Gli interventi a sostegno della povertà e in particolare della povertà infantile stanno facendo passi in avanti, ma sono ancora disorganici e poggiano su risorse insufficienti. La diseguaglianza affligge i bambini italiani quanto la povertà: se il tempo pieno a scuola è considerato un lusso, chi non ha genitori istruiti che possano seguirlo il pomeriggio dopo la scuola è condannato a imparare meno e peggio degli altri.
Insomma è il momento di andare oltre «la vecchia logica tutta italiana della frammentazione categoriale». E di smettere di “evocare” la famiglia, bisogna invece sostenerla davvero, «a prescindere dal fatto che corrisponda o meno al modello standard».

* IL LIBRO
L’equivoco della famiglia
di Chiara Saraceno ( Feltrinelli pagg. 173 euro 15)

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