Dalla rassegna stampa Cinema

Liberamente ispirato

GIANNI AMELIO SCRIVE PER FILM TV – L’AUTORE PRESENTA AI LETTORI DI FILM TV IL SUO ULTIMO LAVORO: LA TENEREZZA, DAL ROMANZO LA TENTAZIONE DI ESSERE FELICI.

Liberamente ispirato
GIANNI AMELIO SCRIVE PER FILM TV – L’AUTORE PRESENTA AI LETTORI DI FILM TV IL SUO ULTIMO LAVORO:
LA TENEREZZA, DAL ROMANZO LA TENTAZIONE DI ESSERE FELICI.

DI GIANNI AMELIO

Diceva John Huston che dopo i sessant’anni un regista non deve scegliere, deve prendere. E a me piace se suona il telefono e c’è qualcuno che mi offre un film. Io rispondo sempre di sì, poi magari strada facendo cambio idea, ma solo per una ragione: quel film non lo so fare, e non mi va di tradire la fiducia di nessuno. Capita invece che un’impresa ostile ti diventi amica, se ti è concesso di affrontarla senza avere le mani legate. E allora la storia di partenza sfuma in un’altra cosa, i caratteri si trasformano, si sfaldano “i fatti”, e poi si ricompongono quasi naturalmente in un quadro che ti appartiene. Mi ricordo le ore che ho passato con gli scrittori. Leonardo Sciascia che mi dice sorridendo: «Inventi pure. Mi dia delle sorprese…». Giuseppe Pontiggia che annuisce mentre io confesso che la sua storia non posso narrarla in prima persona, devo prenderne le distanze per capire meglio. O Catherine, la figlia di Camus, che chiude lapidaria la questione: «Lei deve fare il suo film, non riscrivere Il primo uomo. A questo ha già pensato mio padre». Il debuttante Lorenzo Marone (autore di La tentazione di essere felici, Longanesi 2015, ndr) era intimidito e gentile, per niente preoccupato della clausola che avevo nel contratto: «Liberamente ispirato a». È venuto a trovarmi tante volte durante le riprese (giravo a Napoli, la sua città) e guardava il groviglio del set col distacco del curioso che passa per caso da quelle parti. Non mi sono preso qualche libertà, caro Lorenzo, ho raccontato una storia differente dalla tua, ho scardinato il tuo Cesare e l’ho chiamato con il tuo nome, ma pensando a me stesso, che ho quasi la sua età e i suoi disagi. Troppo complicato? Non credo. La tenerezza (ho anche cambiato il titolo del bestseller) è il film più lineare che ho mai fatto, un racconto semplice, su uno stato d’animo che conosco e che prima d’ora non avevo avuto l’occasione di tirar fuori. Sul pressbook del film ho scritto, cercando di essere quasi didascalico: «Non ci sono anime perse in questa storia, solo uomini e donne che non ce la fanno a crescere sui propri errori, anche quando la vita sembra metterli al riparo, e invece rende ogni loro gesto azzardato e punitivo. L’amore si accompagna alla paura, non solo alla paura di non essere amati, ma alla paura di non sapere amare nel modo giusto. Ci si può smarrire per passione come per aridità: nessuno trova un punto di equilibrio, ammesso che esista nei rapporti umani». Non sono temi nuovi, lo so. E potrei fare un lungo elenco di titoli ai quali non ho mai pensato ma che sono venuti fuori per istinto. C’è un’inquadratura così “dedicata” da rasentare il plagio. Quella di Giovanna Mezzogiorno seduta alla scrivania che era stata di suo padre, mentre tiene in mano la targa di vetro tolta dalla porta perché ormai non serve più. Nessuno se n’è accorto durante le riprese, ma io pensavo di filmare un’antica Dorothy Malone che stringe il modellino di un pozzo di petrolio (Come le foglie al vento, ndr). Un omaggio? Forse un rammarico. Quello di non riuscire a entrare fino in fondo nella sfera del melodramma, che sarebbe la mia vera vocazione. Forse solo una volta ho centrato il bersaglio, in quello che considero il mio film migliore, Così ridevano. Spesso si dice che basta una scena per giustificare l’esistenza di un film, o la ragione per averlo fatto. In La tenerezza, da regista, ne trovo almeno quattro o forse di più. Sono quelle che non “portano avanti” la vicenda, ma se ne allontanano: digressioni, incisi, verbi senza coniugazione… E questo mi fa pensare a un paradosso: che puoi essere più generoso se non sei chiuso nelle maglie di una idea forte, alla quale devi rendere giustizia. Un film “d’occasione” diventa così un film di scoperta, perché ha bisogno di aria per respirare, e tu regista devi impegnarti a darglielo, questo respiro. Altre volte, quando è il “tema” che ti guida, capita che, per troppa fiducia, guardi sempre dritto, non ti metti in gioco, e rischi la rigidità. Non mi è capitato sempre, ma qualche volta sì. Scrivendo il soggetto con Alberto Taraglio e Chiara Valerio, confesso che non avevo idea di dove saremmo andati a parare, procedevo a braccio, ed ero scontento ogni volta che una scena si chiudeva. Volevo che le sequenze restassero aperte, per concedermi altre possibilità, altri sbocchi. E mi domandavo che cosa sarebbe stato il mio (finora) unico progetto di film di genere, che avrei dovuto fare con Barry Gifford. Con lui si era stabilita una bella sintonia, da quando aveva visto Colpire al cuore e lo avevano intrigato i fuoricampo, le ellissi, l’assenza di una logica da manuale. Chi sa, ci saremmo avventurati in qualche lost highway che da soli si ha paura di percorrere per il rischio di perdersi a metà strada. Con un complice come Barry sarebbe stato un viaggio protetto, una follia calcolata. Il credo che ci accomuna è che, in un film come in un romanzo, le emozioni non hanno bisogno di essere giustificate. Perciò, la sceneggiatura che “spiega”, invece di rassicurarmi, mi mette angoscia. E cerco, senza dare nell’occhio, di scansarla. In La tenerezza ho avuto la fortuna di avere un cast a misura del mio modo di lavorare. A parte Renato Carpentieri, che al cinema ha debuttato con me in Porte aperte e col quale basta un «buongiorno» per capirsi, ho conosciuto per la prima volta il talento di Elio Germano, duro come il vetro, fragile come l’acciaio. Ma era con le interpreti femminili che dovevo misurarmi. E l’intesa è stata perfetta. In una scena era scritto che Giovanna Mezzogiorno rispondesse con una risata a una frase del suo partner. Invece, all’improvviso, è scoppiata a piangere, e io l’ho filmata lo stesso. Dall’interno dell’azione lei ha capito meglio di me la reazione giusta. Mi ha fatto un regalo. Come Greta Scacchi che, recitando in una lingua che le appartiene a metà, vuole il testo con un mese di anticipo e poi, davanti alla macchina da presa, dà l’impressione di trovare le parole solo in quel momento. O l’ineffabile Micaela Ramazzotti che, con l’aria di chiedere un sacrificio, mi confessa che non vuole leggere, ma ascoltare dalla mia voce quello che deve dire. E poi improvvisa, non sulla memoria ma sullo stato d’animo, trovando a ogni ciak qualcosa d’inaspettato. Gli attori sono la cartina tornasole degli umori di un regista. Io non posso fare a meno di amarli, anche se qualche volta mi mettono in ansia. Entro nei loro panni quando vanno in scena e, come diceva il mio caro Jean-Louis Trintignant, non li dirigo, li abito.

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