Dalla rassegna stampa Personaggi

Caro amico ti odio

… Esattamente gli anni in cui per me l’invidia verso di lui diventava odio. Principalmente per due motivi: il primo che lui era nato bene, e io male. Il secondo tutto sul piano della virilità: lui normale, galletto, simpaticamente bastardo, io anomalo, «diverso», insomma frocio… Ho avuto un …

Caro amico ti odio

Walter Siti, 69 anni, scrittore di successo, premio Strega 2013, critico letterario e saggista, da pochi giorni in libreria con Bruciare tutto (Rizzoli); Marco Santagata, 69 anni, premio Campiello 2003, petrarchista e dantista, il più importante d’Italia, professore di Letteratura italiana all’università di Pisa, in libreria con Il poeta innamorato, su Dante, Petrarca e la poesia amorosa medievale (Guanda). Entrambi di Modena, entrambi studenti del liceo Muratori prima, e della Normale di Pisa poi. Una vicinanza che dura da cinquant’anni e che di anno in anno ha preso forme diverse: indifferenza, competizione, odio, amicizia, disprezzo, stima, e ancora affetto, e invidia. Tantissima invidia. Ne parlano nell’ebook Amici nemici , pubblicato da Il Dondolo, casa editrice digitale del Comune di Modena diretta da Beppe Cottafavi. «La Lettura» li ha incontrati mercoledì 5 aprile a Pisa.

Il vostro fu odio da subito?

WALTER SITI — Ci fu una fase d’indifferenza, gli anni del liceo classico Muratori. Io venivo dalla periferia, i Mulini Nuovi, arrivavo in bici. Lui ragazzo cittadino di estrazione borghese. Era l’unico che avesse voti simili ai miei: tutti otto e nove.

MARCO SANTAGATA — Lo vedevo camminare nei corridoi del liceo. Mi sembrava impacciato, come se si sentisse fuori posto. Non ci siamo mai parlati.

Poi?

WALTER SITI — Al concorso alla Scuola Normale di Pisa, lui arrivò secondo, io terzo. Da allora, ebbi l’impressione che sarebbe stato davanti a me in tutto.

MARCO SANTAGATA — Il nostro rapporto cominciò a quel tempo, alla Scuola Normale.

Primo avvicinamento?

MARCO SANTAGATA — Quando mio padre, dopo l’alluvione di Firenze, fu costretto a portarci in macchina da Modena a Pisa. Viaggiammo per molte ore attraverso l’Appennino. Quella è stata la prima volta che ci siamo effettivamente parlati.

Che vi siete detti?

MARCO SANTAGATA — Ha presente l’anno in cui è avvenuto? Il 1966.

WALTER SITI — Pensare che io ero convinto di aver fatto quel viaggio con mio padre. Ho una grande capacità di rimozione. Oggi per esempio ritrovo un plico di lettere con la mia calligrafia dove dichiaro amore imperituro per un certo signor Roberto. Mi sono chiesto chi fosse.

MARCO SANTAGATA — Invece quel viaggio lo abbiamo fatto insieme. Non ricordo cosa ci siamo detti, ma ricordo che papà parlò a lungo con Walter: gli si rivolgeva con il tono e l’attenzione che si riservano a interlocutori maturi. Ciò mi confermò nell’idea che Walter fosse una persona fuori dal comune.

Inizia l’amicizia?

MARCO SANTAGATA — Gli anni della Normale sono stati quelli dell’amicizia più piena fra me e Walter.

WALTER SITI — Esattamente gli anni in cui per me l’invidia verso di lui diventava odio. Principalmente per due motivi: il primo che lui era nato bene, e io male. Il secondo tutto sul piano della virilità: lui normale, galletto, simpaticamente bastardo, io anomalo, «diverso», insomma frocio. Le donne che a me piacevano preferivano lui.

Le donne?

WALTER SITI — Anche a noi piacciono le donne, alcune donne.

Che ricordi avete di quegli anni?

MARCO SANTAGATA — I ricordi personali si mescolano con quelli degli anni straordinari che allora vivemmo. Nel nostro settore di studi, la critica letteraria, in poco tempo si passò dalle sopravvivenze crociane e da un vago marxismo coniugato con De Sanctis e Gramsci all’avvento della critica formalista, prima con lo strutturalismo linguistico e poi con le sue applicazioni ai testi letterari. Furono anche gli anni dei primi approcci psicoanalitici al fatto letterario.

WALTER SITI — Quando li ho vissuti mi sembravano orribili. Mi sentivo diverso, ci trattavano male. Ripensandoci dopo, anche pochissimo dopo, invece ho ricomposto il ricordo di un ambiente in cui le persone con cui avevi a che fare erano tutte intelligenti. Cosa rara.

MARCO SANTAGATA — Nel febbraio nel 1967 ci fu la prima occupazione della Sapienza e scoppiò il movimento studentesco. Che, fra l’altro, coinvolgeva direttamente la Scuola: normalisti non molto più anziani di noi, ma già avvolti dal carisma dei capi, erano Adriano Sofri e Gian Mario Cazzaniga. Nostri compagni e amici erano Fabio Mussi e Massimo D’Alema, capi ancora in formazione.

WALTER SITI — D’Alema era molto emotivo.

MARCO SANTAGATA — Un po’ diverso dal personaggio pubblico che conosciamo.

WALTER SITI — Giocava a poker, e all’epoca era fidanzato con una ragazza, che poi ha sposato su ordine del partito, che ogni tanto lo faceva stare male. Una volta Massimo venne in camera mia e, raccontandomi della fidanzata, cominciò a piangere e si buttò per terra e aveva la bava alla bocca, gridando perché perché e io non sapevo neanche tanto consolarlo, poi guardò l’orologio e disse: è l’ora di andare in via Fratti.

E?

WALTER SITI — Siamo andati in via Fratti, la sede del Pci, lui ha cominciato a parlare di strategie politiche con grande lucidità e io mi chiedevo: ma è la stessa persona che vomitava in camera mia cinque minuti fa? Ho avuto la netta sensazione che avesse una scissione di personalità molto forte.

Torniamo a voi che oggi scrivete questo piccolo libro a quattro mani.

MARCO SANTAGATA — Sono convinto che per la mia formazione la frequentazione, i colloqui, lo scambio di idee, di libri, con Walter sia stata importantissima.

WALTER SITI — Ma negli anni della Scuola Normale?

MARCO SANTAGATA — Parlavamo di letteratura, di critica letteraria, del ruolo del critico letterario.

WALTER SITI — Non mi ricordo niente. Ma ripeto: ho una grande capacità di rimozione. Non ho ricordi di mia sorella prima dei suoi dodici anni, eppure abitavamo nella stessa casa.

MARCO SANTAGATA — Si parlava di quello che avevamo scoperto. Avevamo scoperto la politica e contemporaneamente il sesso.

WALTER SITI — Io da tempo.

MARCO SANTAGATA — Sul sesso si facevano discussioni infinite che accompagnavano anche la prassi, ma quello che contava in quel momento era proprio la visione del sesso come fenomeno politico, come fenomeno esistenziale, hai cancellato tutto?

WALTER SITI — L’ottanta per cento, direi.

Anche le discussioni sul sesso?

WALTER SITI — Per me fu decisivo l’incontro con una signora del Partito Radicale di Pisa, si chiamava Laura Fossetti, mi introdusse al mondo del Partito Radicale, e fu decisiva per le mie teorizzazioni sull’omosessualità. Mi fece capire intanto che dovevo dirlo.

Lo disse?

WALTER SITI — Sì. Ero al secondo, terzo anno della Normale.

Reazioni?

WALTER SITI — Un attivista di cui ero molto amico mi tolse il saluto, un italianista di Reggio Emilia ipotizzò che lo dicessi per vantarmi, in effetti erano anni in cui essere omosessuali iniziava a essere un po’ di moda. Il professor Francesco Orlando invece mi avvisò: bene, ora ti sei rovinato la vita per sempre.

Reazione di Marco Santagata?

MARCO SANTAGATA — Sei venuto a Modena un pomeriggio e mi hai detto: ti stupiresti se ti dicessi che sono omosessuale? E io risposi no, ma ero un po’ titubante, perché avrei voluto rispondere: e come faccio a stupirmi se camera tua è piena di riviste pornografiche con uomini nudi?

WALTER SITI — Le riviste «Colt», che venivano dagli Stati Uniti in busta chiusa.

Come ha vissuto l’omosessualità alla Normale?

WALTER SITI — Ho avuto un grande amore mai realizzato. Sensi di colpa, cose del tipo io mi rovino la vita e altre storie. Avevo pensato una volta di scrivere un racconto intitolato Lettere a Miss Italia . Perché questo signore di cui non faccio il nome, scampato il pericolo di stare con me fisicamente, cosa che a un certo punto mi aveva anche proposto, ma al dunque ero stato io che, cretino, avevo detto forse è meglio di no, decise di mettere subito incinta una donna. La ragazza che è nata da questo matrimonio ha fatto il concorso per Miss Italia e io volevo scrivere a Miss Italia e raccontarle la storia di come era nata.

Intanto i rapporti Siti-Santagata?

MARCO SANTAGATA — Di stima, e scambio intellettuale.

WALTER SITI — Io elaboravo progetti per ucciderlo o per rovinargli la carriera.

MARCO SANTAGATA — Mai accorto di niente.

WALTER SITI — Lui aveva tutto quello che non avevo io.

Ovvero?

WALTER SITI — Gli invidiavo il padre. Io vengo da famiglia non colta, ho cominciato a pensare di essere culturalmente più avanzato di mio padre a 6 anni, quando lui mi dettava dei pensierini per scuola, e io di nascosto li strappavo e riscrivevo, pensando: guarda che coglione questo. Il padre di Marco invece era colto, intelligente, protettivo, raccontava tanto di sé, conoscendolo ho pensato: allora si possono avere dei padri così.

Quando c’è stato il vero confronto tra voi?

MARCO SANTAGATA — Lui ebbe l’incarico di insegnamento molto prima di me, io vinsi la cattedra prima di lui: le vittorie di uno non erano automaticamente sconfitte dell’altro, ma in ogni caso lasciavano dei segni. Segni, non ferite.

WALTER SITI — Ogni dolore suo era per me una piccola gioia, ogni suo successo un mio dispiacere. Quando lui vinse la cattedra, in un concorso a cui io non avevo fatto domanda, ne soffrii come se l’avessi persa io. L’odio già divampava nella sua fase più passionale, pronto a trasformarsi in ossessione odiativa.

E Santagata?

WALTER SITI — Non sembrava accorgersene, sua moglie mi preparava buoni pranzetti. E io provavo tutto il tormento di un odio non ricambiato.

Davvero non ricambiava l’odio?

MARCO SANTAGATA — Non ricordo di avere nutrito nei confronti di Walter sentimenti di questo tipo. Poi è arrivato Scuola di nudo .

WALTER SITI — Nel 1982 intrapresi la lunga strada verso questo romanzo-suicidio che fu per me Scuola di nudo . Sullo sfondo culturisti e erotomania, ma la trama, lo scheletro narrativo non sarebbero mai nati senza un amore: per Bruno Cellai, infermiere fiorentino. E un odio: per Marco Santagata, appunto.

Sempre non corrisposto?

WALTER SITI — Forse lui non corrispondeva perché non sapevo odiarlo nel modo giusto: dopo la notizia della sua cattedra, sprecai stupidamente le mie energie in una notte di orgia a Firenze.

MARCO SANTAGATA — Diciamo che con Scuola di nudo iniziai ad accorgermi di qualcosa. È un romanzo, e perciò non pochi episodi sono di invenzione, ma parecchi altri sono presi dalla realtà, come i personaggi. Fra questi, ci sono anch’io. Matteo Casimbeni, di Modena, questo è il nome del personaggio a me riferibile, l’antagonista del narratore, Walter Siti, di Modena. Ebbene, il Siti del romanzo nutre nei confronti di quel Matteo un grumo di sentimenti che oscillano fra ammirazione, quasi amore, repulsione, odio, fortissima invidia.

Che cosa ha pensato leggendolo?

MARCO SANTAGATA — Come critico letterario non avevo certo preso alla lettera le affermazioni del libro, ma siccome conoscevo anche con quali trucchi la letteratura svela le realtà nascoste, ero stato costretto a prendere atto che il Siti autore aveva ricostruito un paesaggio sentimentale che fino ad allora io avevo ignorato.

Tutto qui?

MARCO SANTAGATA — Confesso che un punto del libro mi aveva ferito. Quello in cui è raccontata la morte di mio padre. Non mi avrebbe colpito tanto dolorosamente se non fosse stato il resoconto esatto di ciò che era realmente accaduto.

Cosa c’era scritto?

MARCO SANTAGATA — «È morto suo padre, finalmente una notizia bella come un ginnasta in calzoni corti, i miei piedi si abbandonano da soli a una danza di tripudio. Wow wow wow…».

Siti, perché lo ha scritto?

WALTER SITI — Nella vita reale quando mi è arrivata la notizia, ho goduto: almeno una delle ragioni per cui lo invidiavo era venuta meno. Soffrirà, ho pensato. Sulla pagina mi sono rifatto alla litania, al modello di invettiva, esagerando letterariamente.

MARCO SANTAGATA — La sensazione di avere subito violenza a pagina 182, e anche in altre, non mi impedì di giudicare il romanzo di Walter un gran bel romanzo. Se non fosse stato tale, sarei rimasto più deluso di quanto fossi rimasto amareggiato per il trattamento riservato al mio personaggio. Voglio dire che, se Walter avesse fallito, sarebbe crollato l’intero investimento intellettuale che avevo fatto su di lui. Ma Walter non fallì.

Che succede dopo quel libro al vostro rapporto?

MARCO SANTAGATA — Nella copia che mi aveva regalato, Walter aveva scritto: «Sembra buffo dirlo, ma: con amicizia». La cosa doveva sembrare problematica anche a lui.

WALTER SITI — Poi lui fece un errore che diminuì il mio odio, cominciò a farlo appassire: lo stimato critico Marco Santagata prese la strada della letteratura — lì mi sentivo io il più forte, quello era il mio terreno, stavolta non sarei arrivato secondo. Scrisse un romanzo erotico sotto pseudonimo, Carlo Tussanti o qualcosa del genere, risposta non proprio felice al mio Scuola di nudo , a parere di molti.

Era davvero una risposta a «Scuola di nudo»?

MARCO SANTAGATA — No.

WALTER SITI — Dopo scrisse romanzi più belli. Uno soprattutto: Il maestro dei santi pallidi . Gliene scrissi, mi rispose.

E poi?

WALTER SITI — Marco invecchiò, ebbe un attacco di cuore. Io di salute stavo bene, mi limitavo a ingrassare. A Torino, credo fosse nel 2014, lo vidi che sembrava suo padre. A pranzo notai il tremore delle mani nel portare il cucchiaio alla bocca.

Dunque?

WALTER SITI — L’odio cedeva alla comprensione. Invece di odio, il mio diventava pian piano il ricordo di un rancore, e poi ancora più lentamente una memoria di gioventù.

I vostri rapporti oggi?

MARCO SANTAGATA — Negli anni non si sono interrotti, ma si sono fatti più timidi, più attenti. La confidenza spontanea di un tempo riaffiora a volte, ma facendosi strada tra non detti e cautele. Adesso, che abbiamo entrambi quasi settant’anni.

WALTER SITI — Entrambi del 1947, lui di aprile, io di maggio.

MARCO SANTAGATA — Adesso che abbiamo entrambi settant’anni il passato ritorna più spesso, i ricordi ci legano di nuovo.

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