Dalla rassegna stampa Storia LGBT

La tecnologia svela gli abbracci gay nei calchi di Pompei

Come se nella vita pompeiana del 79 dopo Cristo le famiglie arcobaleno fossero all’ordine del giorno come le unioni civili

La tecnologia svela gli abbracci gay nei calchi di Pompei

di Alessandra Arachi

Sembra più di un semplice abbraccio, il loro. A vederli così — con il gesso che nel 1863 li rese calchi grazie alla perizia del soprintendente Giuseppe Fiorelli — sembrano un’immagine rubata all ’A rs amand i di Ovidio. Ma sono due uomini. In questa posa li colse a Pompei l’eruzione del Vesuvio, nel 79 dopo Cristo. E in questa posa arrivano a noi nella Casa del Criptoportico, cristallizzati in un abbraccio decisamente erotico che però soltanto adesso si scopre essere omosessuale.

Perché soltanto adesso sui resti umani rinvenuti nel corso dei secoli negli Scavi di Pompei si stanno eseguendole analisi raffinate, a cominciare dal Dna e anche dalla Tac. Fino ad ora, invece, si era andati avanti a braccio, a intuito, si scrutavano le fattezze e le altezze, si immaginava la vita nelle Domus, si ipotizzavano sesso ed età. E, a volte, si sbagliava.

«Infatti nel 1913, quando il soprintendente di Pompei era l’archeologo Vittorio Spinazzola, quei calchi nella casa del Criptoportico erano stati denominati Le due fanciulle », racconta Massimo Osanna, attuale soprintendente degli Scavi, patrimonio dell’Umanità. E spiega: «Anche queste analisi del Dna e della Tac fanno parte del Grande Progetto Pompei, oltre al restauro delle Domus e la messa in sicurezza degli Scavi. Sono analisi molto raffinate che vengono svolte in un laboratorio specializzato a Firenze e che ci forniscono un mucchio di informazioni sulla vita delle persone di Pompei prima dell’eruzione del Vesuvio: oltre al sesso, anche l’età, lo stato sociale, le malattie».

Sono stati catalogati circa 90 di quei resti che l’intuizione dell’archeologo Fiorelli trasformò in calchi perché fece colare il gesso nei vuoti lasciati dalla carne in decomposizione. «L’idea è di farli analizzare tutti quanti e fino adesso ne abbiamo fatti esaminare circa una decina», dice ancora il soprintendente Osanna, prima di svelare un’altra scoperta che potrebbe gettare una luce assai innovativa sulla vita pompeiana.

Una scoperta che riguarda una Domus che negli Scavi è meno famosa e meno centrale della Casa del Criptoportico — che è nella Regio I — ma molto più lussuosa, e infatti si chiama la Casa del Bracciale d’oro per via di un amuleto d’oro — la bulla — rinvenuto sul petto di un bimbo.

Spiega Massimo Osanna: «In questa Domus sono stati rinvenuti tre calchi, ce n’è uno con un bimbo in braccio e vicino a loro un uomo. Senza analisi del Dna e senza dubbio si era delineata la scena di un quadretto familiare: i tre, infatti, stanno uscendo dalla casa».

Ma anche in questo caso, la realtà non è quella che è sembrata finora: «Abbiamo scoperto che è un uomo che tiene in braccio il bambino con la bulla d’oro. E un uomo è la figura che sta vicino a loro in procinto di uscire dalla casa», garantisce il soprintendente Osanna, anche lui un po’ stupito. Come se nella vita pompeiana del 79 dopo Cristo le famiglie arcobaleno fossero all’ordine del giorno come le unioni civili.



da Corriere del Mezzogiorno

«Gli amanti», l’abbraccio gay di 2000 anni fa

di Vincenzo Esposito
Quando Vittorio Spinazzola vide il calco di quei due corpi intrecciati, appena ritrovati nella casa del Criptoportico di Pompei non ebbe dubbi. Un uomo e una donna, abbracciati insieme nell’ultimo istante di vita. E un amore grande, immenso, che fa affrontare insieme la morte, anche la più terribile. Qualcuno li battezzò «Gli amanti». Era il 1922, l’alba dell’Italia fascista, maschia e virile.

«Gli amanti » e la scoperta del Dna «A Pompei un abbraccio omosex»
La rivelazione del soprintendente Osanna dopo i test scientifici

SEGUE DALLA PRIMA
Un anno dopo, Spinazzola, archeologo e reggente degli Scavi, venne mandato via perché le sue simpatie non erano proprio indirizzate verso Mussolini. «Gli amanti» invece rimasero lì, con alterne fortune, raramente mostrati agli uomini. Ma, nell’immaginario, rimasero il calco più affascinante della storia di Pompei. Simbolo dell’amore e della passione. Per decenni i calchi sono rimasti chiusi nei depositi e non sono mai stati studiati. Per una «Pietas cristiana», perché come spiegò Massimo Osanna nel 2015, «hanno sempre rappresentato corpi di persone morte e non reperti archeologici». Era di maggio, qualche giorno prima della mostra «Rapiti alla morte» prevista nella grande Piramide di legno allestita nell’arena dell’Anfiteatro. Una data storica, non solo per l’esposizione. Quei gessi che nascondevano ossa, fibre di vestiti, fibie, e oggetti comuni che normalmente indossavano i pompeiani del 79 dopo Cristo, potevano essere studiati. Tac, esami del Dna, spettroscopie e quanto di più sofisticato possa donare la moderna medicina. Per uomini e donne di duemila anni prima.

Alcuni calchi vennero addirittura curati con delle flebo perché stavano cedendo al tempo. Per assurdo i più giovani, quelli degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Era stato utilizzato gesso scadente. Meglio, molto meglio quelli di Giuseppe Fiorelli, l’uomo che inventò i calchi nel 1863. Ma i suoi erano intatti per il materiale di altissima qualità utilizzato. Ovviamente la mostra avrebbe riportato davanti agli occhi della gente «Gli amanti». Ma Osanna, con grande rigore scientifico, riportò la verità a cui lo stesso Spinazzola credeva. Non si trattava di un uomo e una donna ma di due donne. Forse una mamma con la figlia. L’amore «rapito alla morte» non era la passione di due amanti ma quello filiale di una madre che con l’ultimo disperato abbraccio tenta di salvare la figlia.

Ieri l’ultimo colpo di scena. Ed è sempre il soprintendente Massimo Osanna ad aggiornare le «puntate» sulla fiction «vesuviana». «Pompei – ha detto a margine di un convegno – non finisce mai di stupire. Si è sempre immaginato che fosse un abbraccio fra donne. Ma Tac e Dna hanno rivelato che sono uomini». E non padre e figlio. Perché si tratta, per la scienza, di due ragazzi di 18 e 20 anni. Quindi ecco la terza verità sull’amore «rapito alla morte».

«Non si può dire – spiega Osanna – che i due personaggi fossero amanti. Ma considerata la loro posizione, si può ipotizzare. È difficile però averne la certezza».

Infatti le analisi hanno evidenziato in maniera matematica che il diciottenne è di sesso maschile, e che con molta probabilità lo è anche il ventenne. Ma su quest’ultimo non c’è certezza perché il Dna, dopo duemila anni, è molto rovinato. L’unica cosa che resiste al tempo è il loro amore.



da Notizie.it

Pompei, Dna rivela forse abbraccio gay nel calco di una casa

Alessandra Boga

Agli Scavi di Pompei è stato scoperto grazie alla Tac e alla prova del Dna che il calco della cosiddetta Casa del Criptoportico, rivenuto nel 1914 dall’archeologo Vittorio Spinazzola e che sembrava rappresentare una abbraccio tra due donne, in realtà lo rappresenterebbe tra due uomini. Più che un abbraccio, si vede una figura con la testa contro il grembo di un altra in un atteggiamento che sembra intimo, ma grazie ad esami antropologici, morfologici e di ricostruzione dl Dna attraverso campioni di un dente e di ossa – precedentemente puliti e polverizzati –, è certo che i personaggi rappresentati siano due uomini. Si pensa ad uno di oltre 20 anni e di uno di circa 18, ma non è stato possibile se vi fosse una parentela tra i due. La rivelazione è stata fatta durante un convegno dal Prof. Massimo Osanna, direttore generale della Soprintendenza per i beni archeologici di Pompei.

La scoperta

Gli Scavi di Pompei riservano sempre moltissime sorprese. L’ultima è che nel calco della cosiddetta Casa del Criptoportico, scoperto nel 1914 dall’archeologo Vittorio Spinazzola, si trova quello che è stato definito un possibile “abbraccio omosessuale” tra due uomini: lo hanno stabilito la prova del Dna e la Tac. L’annuncio è arrivato durante un convegno da parte del Prof. Massimo Osanna, direttore generale della Soprintendenza per i beni archeologici della rinomata località storica. Egli ha sottolineato che quelle erano sempre state considerate figure di donne, ma ora si è scoperto che non lo sono affatto. Si ipotizza che fossero due uomini morti in atteggiamenti intimi – in realtà non abbracciati, bensì l’uno con la testa contro il petto dell’altro – ma non si può averne la certezza.

Gli studi

Studi antropologici sulla conformazione ossea e le caratteristiche morfologiche dei due personaggi hanno dimostrato che si tratta di un adulto di oltre 20 anni e di un giovane che ne aveva circa 18. La prova del Dna invece – con la ricostruzione della sequenza attraverso campioni prelevati da un dente ed ossa, dopo che sono stati puliti e polverizzati – ha portato alla scoperta che la figura più giovane era certamente quella un uomo e forse anche l’altra. Tuttavia in questo caso non si può dirlo con certezza, poiché l’immagine è stata più danneggiata nel tempo. Si sperava anche di scoprire il vincolo di parentela tra i due soggetti – per linea materna –, ma ciò non è stato possibile.

Chi era Vittorio Spinazzola

Vittorio Spinazzola (Matera, 2 aprile 1863 – Roma, 13 aprile 1943), lo scopritore del misterioso calco, nel 1898 era stato designato curatore del Museo nazionale di San Martino di Napoli, incarico che mantenne fino al 1910, quando divenne direttore del Museo archeologico nazionale della città, e nel 1911 Soprintendente agli scavi e ai musei della Campania e del Molise.
Intanto, dal 1903 al 1907, aveva insegnato archeologia all’Università di Napoli. L’incarico di Soprintendente degli scavi gli consentì di dirigere quelli di Pompei, cosa che fece fino al 1923, quando fu costretto lasciare perché si opponeva al fascismo.

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