Dalla rassegna stampa Cinema

Non volevo, ma sono il re della vendetta

…due donne sono protagoniste di The Handmaiden (2016) presentato a Cannes l’anno scorso ma mai uscito in Italia. Lo si potrà vedere nell’ambito del Florence Korea Film Fest (23-31 marzo)..

Non volevo, ma sono il re della vendetta

Consegnando il Grand Prix Speciale della Giuria a Park Chan-wook, Quentin Tarantino, presidente di Cannes 2004, disse di Old Boy : «È il film che avrei voluto fare». Tredici anni dopo, il regista di Seul mantiene saldamente la fama di maestro di storie di vendetta. E di esploratore della psiche femminile, come in Lady Vendetta (2005), Sono un cyborg ma va bene (2006) e nel disturbante Stoker (2013), film del suo debutto in lingua inglese con Nicole Kidman e Mia Wasikowska. E due donne sono protagoniste di The Handmaiden (2016) presentato a Cannes l’anno scorso ma mai uscito in Italia. Lo si potrà vedere nell’ambito del Florence Korea Film Fest (23-31 marzo) che, oltre a 44 titoli tra corti e lungometraggi, propone un’ampia retrospettiva (13 film) dedicata a Park in un momento politico tesissimo: da un lato la ex presidente Park Geun-hye convocata il 21 marzo dai giudici del tribunale di Seul per testimoniare nell’inchiesta per corruzione e abuso di potere che ha portato alla sua destituzione; dall’altro l’arroganza militare della vicina Corea del Nord e le minacce nucleari del dittatore Kim Jong-un. Sabato 25, prima della proiezione di The Handmaiden , Park — inserito dall’ex presidente nella lista nera (9.473 nomi) di artisti a cui ha negato il sostegno logistico e finanziario del governo, da loro accusato di inettitudine nella gestione del naufragio del traghetto «Sewol» (304 morti) nel 2014 — riceverà il premio alla carriera.

«The Handmaiden», è ispirato a «Ladra», romanzo di Sarah Waters. Come mai ha deciso di spostare l’ambientazione dall’Inghilterra vittoriana alla Corea del 1930, durante il dominio giapponese?

«In prima istanza sapevo di una miniserie della Bbc tratta dallo stesso libro e ambientata in contesto vittoriano: fare la stessa cosa mi sarebbe sembrato banale. Mi interessava mettere in evidenza le differenze sociali, le due protagoniste sono un’aristocratica e una serva; ambientare il film durante l’occupazione giapponese ha aggiunto un ulteriore livello di disparità, ovvero la nobile — Hideko — è cittadina della nazione dominante (il Giappone) e l’altra, Suk-Hui, appartiene alla nazione colonizzata (la Corea). Aggiungendo questa differenza la vicenda diventa ancora più drammatica».

Da «Lady Vendetta» in poi al centro dei suoi film ci sono sempre donne…

«In realtà ho iniziato molto prima di Sympathy for Lady Vengeance , per l’esattezza dal mio primo film, JSA ( Joint Security Area ). In DMZ, il libro di Park Sang-yun da cui è tratto, il protagonista, un commissario, è un uomo, ma quando ho adattato la storia per il cinema l’ho trasformato in una donna. In questa scelta, però, più che una concezione femminista c’era un obiettivo narrativo: la Corea è una società in cui l’uomo è dominante rispetto alla donna, dove gli stranieri sono esclusi dalla società o tenuti a distanza, e queste tendenze si accentuano nel contesto militare in cui è ambientato il film. In questo senso avere una protagonista donna che cerca di indagare su questioni che riguardano la delicata relazione tra le due Coree, creava una situazione estrema. In Old Boy il personaggio della figlia, che possiamo definire protagonista insieme al padre, viene escluso dal segreto al centro del film. Così ho deciso che il mio film successivo avrebbe avuto come protagonista una donna».

Con «The Handmaiden» è tornato a girare in Corea dopo il debutto a Hollywood. Cos’è cambiato dopo l’esperienza negli Stati Uniti?

«Sono diventato molto più veloce a girare film. Se avessi girato The Handmaiden prima dell’America avrei avuto bisogno di molte più riprese ma dopo l’esperienza di Stoker , in cui il tempo mi inseguiva continuamente, ho girato l’ultimo in pochi mesi. Per un regista il numero di giorni necessari per girare un film è un argomento complesso: si vorrebbe sempre girare un po’ di più in modo da migliorare ogni dettaglio ma questo porta a un aumento dei costi di produzione e a una conseguente necessità di grandi incassi per rientrare nelle spese. Una competizione commerciale che ricade sulle spalle del regista».

Il suo è uno dei pochi Paesi al mondo dove gli incassi dei film nazionali superano quelli di Hollywood. Perché?

«In primo luogo, la maggior parte dei film coreani sono di buon livello. Poi, come ho detto prima, la società coreana è abbastanza esclusiva e per questo l’interesse e l’amore per la cultura locale è alto. Inoltre sono i film a dare voce allo scontento, ai desideri e alle complesse situazioni sociali con cui i cittadini si confrontano ogni giorno. Penso che sia questo il fattore principale del loro successo».

Quali sono i registi che hanno più influenzato il suo lavoro? È vero che ha deciso di dedicarsi al cinema dopo aver visto «Vertigo»?

«Sì, la storia di Vertigo è vera. Oltre a Hitchcock sento le influenze di Kurosawa e del coreano Kim Ki-young, un regista degli Anni 60-70 ora scomparso che ha girato film molto belli, tra cui The Housemaid che è il suo capolavoro».

Da dove trae idee e ispirazione?

«Le idee arrivano da tante fonti: opere letterarie o fumetti, com’è stato per Old Boy . Nel caso di Lady Vendetta la scintilla è stata una notizia data in tv: una criminale aveva rapito un bambino e lo aveva ucciso. Ho assistito all’arresto e alla ricostruzione dell’omicidio: da qui mi è venuta in mente la storia. Per Thirst sono partito dalla mia educazione cattolica… insomma le possibilità sono tante. La sceneggiatura di Mister Vendetta l’ho scritta da solo in 24 ore e contiene pensieri accumulati per anni e che mi si sono chiariti all’improvviso. L’ho scritta di getto, senza neanche pensare al finale».

Perché trova il tema della vendetta così affascinante?

«Non è una cosa voluta. Dopo Mister Vendetta il mio produttore mi diede per caso il fumetto da cui ho tratto Old Boy . Così, all’improvviso, avevo fatto due film di fila sul tema della vendetta e i giornalisti mi chiedevano perché. Un po’ scherzando, ho risposto: “La vendetta è un bel tema, ne ho fatti due e potrei girarne anche dieci ma in realtà sto progettando una trilogia”. Dopo Old Boy , come dicevo prima, desideravo realizzare un film con una donna protagonista e giusto per mantenere la parola data ho deciso di farlo sulla vendetta. Perciò si può dire che Lady Vendetta sia l’unico dei tre film che ho girato con la consapevolezza di avere per le mani una trilogia».

Quali elementi della sua educazione e del suo universo più intimo confluiscono nelle sue opere?

«Oggi non vado più in chiesa ma da piccolo ero cattolico e questo è uno degli elementi. Poi, durante il periodo della dittatura militare in Corea, ho assistito alle quotidiane violenze della polizia. A Seul, durante le manifestazioni, volavano molotov e lacrimogeni. Sono state importanti nella mia formazione anche tante esperienze che ho vissuto all’università. Inoltre mio padre è un architetto e un amante dell’arte, un interesse che mi ha trasmesso fin da quando ero piccolo. Tutto questo confluisce nei miei film».

Le serie tv oggi sono ambiti di grande creatività. C’è qualche fiction che le piace particolarmente? Le interesserebbe lavorare in questo campo?

«Ci sono varie serie che mi piacciono, tra cui Mad Man e The Wire , ma ho apprezzato molto anche Black Mirror e True Detective . Mi piacerebbe lavorare in tv, sto ricevendo molte proposte dall’America e se dovesse saltare fuori una bella storia potrei accettare. A patto che siano pochi episodi e girati da un solo regista per salvaguardare l’autorialità».

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