Dalla rassegna stampa Cinema

Ferzan Ozpetek: quando nel 2001 gay divenne mainstream

Ferzan Ozpetek: quando nel 2001 gay divenne mainstream

Francesco Alò

Fu un’edizione dei David di Donatello altamente significativa. Quanto o forse addirittura di più rispetto a quella dello scorso 2016. Durante la 46ª edizione dei David svoltisi sedici anni fa all’Auditorium Rai del Foro Italico, e presentati da un vivace Piero Chiambretti, una serie di film si spartirono i premi più importanti stabilizzando dei nomi, lanciando le nuove promesse, proponendo il ruggito dei vecchi leoni (Freccero, inavvertitamente, rischiò di rompere un costola ad Alberto Sordi per quanto lo abbracciò forte sul palco) attraverso uno show televisivamente meno grigio e disorganizzato del solito. Non c’era Sky Cinema ma la Rai. Non c’era Cattelan ma Chiambretti. E poi tanto buon cinema italiano capace di riportare in sala la gente. Miglior Film fu La Stanza Del Figlio di Nanni Moretti, pronto un mese dopo a riportare in Italia la Palma d’Oro del Festival di Cannes a ben 23 anni di distanza da L’Albero Degli Zoccoli (1978) di Ermanno Olmi. C’era ancora la lira e facendo una conversione a spanne La Stanza Del Figlio si assestò sui 6 milioni di euro al botteghino. Miglior Regista fu un certo Gabriele Muccino per L’Ultimo Bacio (12.5 milioni di euro), Miglior Sceneggiatura andò a I Cento Passi di Marco Tullio Giordana (3.2 milioni di euro) mentre Miglior Produttore lo presero insieme Tilde Corsi e Gianni Romoli per Le Fate Ignoranti (6.6 milioni di euro al box office), terzo film diretto da un regista turco trapiantato dal 1976 in Italia, di nome Ferzan Ozpetek. Esplose la stella di Stefano Accorsi (sia in versione etero con Muccino che gay con Ozpetek), si sentì per la prima volta parlare di un certo Luigi Lo Cascio (I Cento Passi) e Alex Infascelli resuscitò il pernicioso argomento “È rinato il cinema di genere italiano?” vincendo il David come Miglior Regista Esordiente per Almost Blue da best-seller poliziesco firmato Carlo Lucarelli.
La Stanza Del Figlio, L’Ultimo Bacio, I Cento Passi, Le Fate Ignoranti e Almost Blue.
Di tutti questi titoli quello su cui ci vogliamo soffermare è Le Fate Ignoranti di Ozpetek, scritto dal nativo di Istanbul insieme a uno sceneggiatore ex critico cinematografico, attivista di cineclub e produttore di Dellamorte Dellamore (1994) ovvero l’elegante e unico Gianni Romoli.
Perché fu rivoluzione?
The Gay After
Prendiamo a prestito la battuta degli Squallor dentro Arrapaho (1984) di Ciro Ippolito per ribadire quanto quel film di Ozpetek del 2001 cambiò le carte in tavola dopo la sua uscita in sala. Certo… c’erano stati il Marcello Mastroianni di Una Giornata Particolare (1977) di Scola, il soave Luca Barbareschi di Via Montenapoleone (1987) di Carlo Vanzina passando per Immacolata e Concetta, l’Altra Gelosia (1980) di Piscicelli senza dimenticare il sensibile Carlo di Gabriele Lavia dentro Profondo Rosso (1975) di Dario Argento. A volte il nostro cinema non trattava l’omosessualità in chiave macchiettistica. Ma erano dei veri e proprio casi. Il film di Ozpetek fu dirompente perché totalmente a schiena dritta (la recitazione di Accorsi con il busto sempre eretto fu sensazionale) e sovversivo nel soggetto: una vedova scopre che il marito morto non aveva una scontata “altra” quanto piuttosto un insolito “altro”.
Il Michele di Stefano Accorsi non era una vittima della società quanto piuttosto un gay circondato d’affetto, forte nell’amicizia e così rilassato da invadere il campo altrui (l’etero Antonia) come un vero e proprio conquistatore sociale. Ozpetek e Romoli decidevano di erigere un quartiere a loro luogo simbolico come Argento aveva fatto con la zona Coppedè, Moretti con Prati e Monteverde e Citti/Caligari con Ostia. Il Gazometro, zona Ostiense di Roma, divenne la patria cinematografica di Ferzan Ozpetek, in grado di rendere l’omosessualità mainstream perché presentata con humour e tranquillità dentro un film commerciale per pubblico borghese senza l’intento dello scandalo o del vittimismo. Il personaggio della vedova Antonia (Margherita Buy) è così incuriosita da questo uomo rivale in amore da lasciarsi quasi sedurre da lui e dalla sua rumorosa cerchia amicale (le inquadrature di Gabriel Garko malato sotto la pioggia sono ancora oggi stordenti per come Ozpetek fece risaltare la bellezza del soggetto). Le Fate Ignoranti ha cambiato la percezione dei gay nel cinema italiano e grazie ai grandi incassi e infiniti premi, rese possibile un nuovo cinema portavoce di istanze LGBT di nessun estremismo né linguistico né contenutistico. Con Andrea Renzi (il marito morto di nome Massimo) Ozpetek non si trovò particolarmente bene.
Con Buy e Accorsi volò, regalandoci ancora oggi uno dei suoi film più belli delle dodici fatiche registiche.
Conclusioni
Era dunque la primavera del 2001. Le elezioni politiche nazionali del primo quinquennio berlusconiano erano alle porte (13 maggio 2001). Le serate danzerine romane targate Muccassassina, organizzate dentro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, facevano furore. Si imponevano personaggi socialmente esuberanti come Vladimir Luxuria e Imma Battaglia (fondò il Gay Village nel 2002). Si sentiva che per la prima volta nel nostro paese era arrivata una ventata d’aria nuova. C’è una bellissima battuta nostalgica, infatti, in Mine Vaganti (2010) quando si ricordava quel preciso periodo storico in cui l’Italia non era ancora il paese stanco, depresso e arrabbiato di oggi. Quell’Italia dei primi anni 2000 in cui un film con protagonista omosessuale, per di più amante invasivo di un supposto eterosessuale da canonica coppia borghese, si presentava con l’approccio maturo di commedia per famiglie con due attori per niente di nicchia come Stefano Accorsi e Margherita Buy.
Le Fate Ignoranti fu forse allora il film storicamente più rilevante di quella edizione numero 46 dei David di Donatello. Il nostro cinema non sarebbe stato più leggermente omofobo per non usare espressioni più forti. Romoli e Corsi avevano alzato la barra per Ozpetek in chiave nazionalpopolare dopo i primi due film Il Bagno Turco (1997) e Harem Suare (1999).
Ora, nel 2017, Ferzan Ozpetek è un cineasta sempre più esperto e maturo. Rosso Istanbul lo dimostra.
Ma quanto ci manca quella spensieratezza del 2001 grazie alla quale lui, Romoli e Corsi ci avevano fatto diventare tutti un po’ più fate e un po’ meno ignoranti.

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