Dalla rassegna stampa Cinema

Queer as Folk

RICOGNIZIONE SU COME È CAMBIATO E COME STA CAMBIANDO L’IMMAGINARIO QUEER NEL CINEMA CONTEMPORANEO

Queer as Folk

RICOGNIZIONE SU COME È CAMBIATO E COME STA CAMBIANDO L’IMMAGINARIO QUEER NEL CINEMA CONTEMPORANEO, CHE HA SMESSO DI DAR SCANDALO, E DIMOSTRA DI CONOSCERE IL PASSATO E DI COMPRENDERE IL PRESENTE

di PIER MARIA BOCCHI

È passato giusto qualche anno da Diversi dagli altri (1919) di Richard Oswald, Desiderio del cuore (1924) di Carl Theodor Dreyer e Sesso incatenato (1928) di Dieterle (che all’epoca era Wilhelm, e non ancora William). Giusto un po’ di tempo dai “friends of Dorothy” (il nome in codice adottato dai gay per darsi appuntamenti clandestini, courtesy of Il mago di Oz ), dalla rivolta di Stonewall e dalla successiva liberation . Dovrebbe essere ormai perso negli annali della vergogna anche il rigurgito moralistico hollywoodiano post-AIDS, ma non si può mai dire. Quel che è sicuro, però, è che l’immaginario queer cinematografico ne ha fatta, di strada. È stato via via – e spesso senza soluzione di continuità – coraggioso, corteggiato, applaudito, rimosso, intimidito, censurato, castrato, drogato, torturato, prosciolto, scarcerato, martoriato ancora, e ancora rimosso, e ancora condannato, e poi di nuovo assolto, e risvegliato, e poi riapplaudito, e ricelebrato, e ricorteggiato. A conti fatti, come può la sua identità essere ancora integra? Dopotutto, sarebbero pur comprensibili due o tre lividi, una manciata di segni, alcune cicatrici, e non possiamo certo biasimarlo. Eppure, stando a Alain Guiraudie, Andrew Haigh e Marco Berger(al momento i tre migliori, senza i quali non avrebbe neppure senso parlarne), il cinema queer contemporaneo dimostra di aver imparato la lezione. Anzi, le lezioni: quelle del tempo, delle culture, dei queer studies , delle sensibilità sociali. Chissà come la vedrebbe, adesso, Mario Mieli, e quali sarebbero oggi i suoi elementi di critica omosessuale. E Vito Russo vestirebbe ancora i panni spaventosi del Santo inquisitore? Forse no, o almeno lo spero. Sarà un “quesito” retorico, però chiedersi quali potrebbero essere le reazioni degli spettatori, della critica e dell’ intellighenzia queer (la peggiore, da sempre e per sempre), se mai dovessero uscire in questi giorni film come Cruising , Vestito per uccidere o Basic Instinct , non è così peregrino. Allora in America si scendeva in piazza e si picchettavano le sale, cristiani cattolici gay lesbiche femministe conservatori sinistra destra centro tutti per uno e uno per tutti, invocando il rogo, e scambiando dei capolavori sullo slittamento fondamentale del gender per merce trash-reazionaria; oggi probabilmente passerebbero nel silenzio generale, magari un paio di sacerdoti dell’apocalisse e di psicologi salottieri e telegiornalieri, e nulla più. La Storia dunque è stata buona consigliera per il cinema queer? Proviamo a rispondere di sì, suvvia. Se è vero che nel recente passato le sciocchezze inaudite non sono mancate (ricordo distintamente alcune voci al passaggio veneziano di La vergine dei sicari e Il fantasma : il Novecento era appena finito, ma sembrava sempre il Medioevo), i favori ecumenici che Lo sconosciuto del lago e Weekend hanno generato dovrebbero mettere di buon umore un po’ tutti (oltre a rinfocolare gli animi dei teorici delle lobby gay). A voler truccarci da bastian contrari militanti, però, o da ideologi integralisti, potremmo cambiare prospettiva, e lamentarci di una realtà mediatica dove le immagini queer, ontologicamente disomogenee, antinormative e rivoluzionarie, hanno ormai trovato il loro giusto posto alla tavola della conformità, imbandita dai festival più à la page e dalla critica radical chic. Tanto che adesso al cinema si danno per scontate fellatio ed eiaculazioni, roba che fino all’altrieri era quantomeno disonorevole. Insomma, lo scandalo non abiterebbe più qui; e non serve scomodare Susan Sontag, il camp e la normalizzazione operata dalla cultura egemone, che osserva da vicino le minoranze per poterle prima additare e poco dopo assorbire e trasformare a proprio vantaggio (minoranze che, il più delle volte, gradiscono eccome essere assorbite e trasformate: d’altronde, di Bruce LaBruce ne esistono pochi), per riscontrare un rischio d’adeguamento all’uniformità. Tuttavia non è produttivo per nessuno tornare a dare battaglia sanguinosa alla concordanza di pensiero o all’omologazione delle idee. Credo sia più giusto, oggi, celebrare un risultato, e non castigarne il contesto (che verosimilmente è inevitabile): allora film come Rester vertical di Guiraudie, Hawaii e Taekwondo di Berger, Heterofobia di Goyo Anchou o la serie televisiva Looking di Haigh possono rivelarsi infine quello che sono, nuovi punti fermi, straordinari esercizi di queer theory che dimostrano di conoscere il passato e di capire il presente. Quali siano i canali più o meno istituzionalizzati attraverso i quali giungono a destinazione o al successo dovrebbe interessare molto meno della loro efficacia “interna” al discorso queer. È qui dentro che creano un precedente, senza necessariamente parlare ai già convertiti, ma lavorando per rifondare quelle stesse ideologie e identità che il tempo ha ammaccato e deformato. In questo modo, fanno politica. Quindi si torna alla prima e unica ragione valida della queerness : la disuguaglianza.


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