Dalla rassegna stampa Teatro

La giornata particolare di Giulio Scarpati

La giornata particolare di Giulio Scarpati

Il protagonista del “Medico in famiglia” porta al Fraschini la commedia tratta dal capolavoro di Scola. Con Valeria Solarino
PAVIA. Giulio Scarpati e Valeria Solarino sono i protagonisti dello spettacolo di prosa “Una giornata particolare”, tratto dal capolavoro cinematografico di Ettore Scola e in scena al teatro Fraschini venerdì sera alle 21, con la regia di Nora Venturini (repliche sabato alle 21 e domenica alle 16, biglietti da 30 a 8 euro, per info e disponibilità dei posti 0382.371214 – www.teatrofraschini.org).
Una commedia perfetta, per unità di tempo e di luogo che presenta due storie umane con la Storia a far da sfondo. E’ il 6 maggio 1938 e mentre la radio diffonde la cronaca dell’incontro tra Mussolini e Hitler, in una Roma svuotata, in un condominio di un quartiere popolare si incontrano Antonietta e Gabriele: lei è una madre asservita al marito fascista e ad uno stuolo di figli, lui un ex radiocronista dell’Eiar cacciato perché omosessuale e destinato al confino.

Giulio Scarpati, i due personaggi della pièce vengono presentati come “due prigionieri fra le mura di casa”? Cosa li rende prigionieri?
«Antonietta e Gabriele sono due prigionieri in quanto esclusi, dalla parata che si sta tenendo per l’incontro tra Hitler e Mussolini e in parte anche dalla vita, che non è esattamente come la vorrebbero loro. Per Gabriele, omosessuale, questa è l’ultima giornata prima del confino, mentre Antonietta, essendo la serva del marito e dei suoi figli, rimane a casa a fare la pulizie mentre tutta la famiglia è alla parata».
In che modo i due si fanno bene a vicenda?
«Lui, costretto dal regime a fingere di essere quel che non è, in questa giornata particolare riesce a confidarsi con questa donna diversa da lui, fascista. Lei, abituata a non essere ascoltata, ha bisogno di evadere e si riscatta almeno per un giorno grazie all’interesse che Gabriele mostra nei suoi confronti, anche tentando di metterla in crisi sulle sue convinzioni. Tutto questo ha un significato che va al di là della vicenda: anche l’incontro tra due persone distanti diventa possibile grazie alla comunicazione e all’ascolto reciproco».
Rispetto al film di Ettore Scola, che vedeva Marcello Mastroianni nei panni di Gabriele, quali differenze?
«Tra cinema e teatro le cose cambiano. Nel primo ci sono le inquadrature e i particolari, ma anche un’intimità che a teatro non può esserci, non così sussurrata. Quindi bisogna trovare una misura diversa ed è la cosa più difficile, anche se le battute di Scola sono meravigliose. Per Gabriele dovevo trovare l’equilibrio tra la sua voglia di vivere e la prostrazione di un uomo destinato al confino, mettendo insieme le due anime del personaggio. Ma è il bello del nostro mestiere: anche dopo mesi dello stesso spettacolo, ogni singola sera dobbiamo comunicare i sentimenti dei nostri personaggi con la stessa intensità. E’ uno sforzo di concentrazione e di adesione, non puoi non essere coinvolto e recitare con abitudine. Il pubblico se ne accorge subito».
Parliamo di “Un medico in famiglia”, leitmotiv della sua carriera, almeno in televisione. Ci sarà ancora?
«Faccio Lele Martini dal 1998, e anche se qualche volta l’ho messo in panchina per ragioni
di teatro, alla fine ritorna sempre. E un personaggio a cui sono affezionato e a cui sono debitore, la mia notorietà è passata da lì. Abbiamo fatto la decima edizione l’anno scorso e forse ce ne sarà un’undicesima, vedremo. Nel frattempo mi godo il teatro». (m. pizz.)

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