Dalla rassegna stampa Televisione

Così parlò The Young Pope

Dopo il successo della serie televisiva Paolo Sorrentino ha raccolto i pensieri e le massime del suo personaggio il pontefice Pio XIII

Così parlò The Young Pope

MICHELE SERRA

«La bravura è un affare degli arroganti », dice papa Pio XIII alla pagina numero 25, versetto 49, del suo vangelo molto apocrifo. Poco dopo: «Il presente è una feritoia dove c’è spazio solo per un paio di occhi. I miei». Chi ha già visto “The Young Pope” non si sorprenderà della lapidaria sfrontatezza di buona parte del testo. Anzi, sarà felice di ritrovarsi nuovamente immerso nello stato
d’animo di scandalosa (e a volte divertita) meraviglia che la serie tivù ha elargito puntata dopo puntata, senza lesina, al suo pubblico. Chi ha già visto prima di leggere potrà attribuire a questo papa imprevisto e imprevedibile il volto da star di Jude Law, la sua malinconica bellezza, i suoi tormenti, il fumo della sua sigaretta che sale verso i soffitti affrescati del Vaticano. Chi ha già visto potrà riconoscerne, pagina dopo pagina, l’intransigente massimalismo (reazionario? rivoluzionario? uno dei grandi pregi della serie è lasciare nell’ambiguità più totale la lettura “politica” del giovane Papa: Sorrentino non è un autore ideologico) che scuote il mondo cattolico e le gerarchie della Chiesa romana, come se l’apodittica potenza delle parole del nuovo Papa fosse la conferma che davvero ci stiamo avvicinando alla fine dei secoli. L’intransigenza verbale ed emotiva del giovane pontefice, isolata dal contesto magnifico e poetico nel quale Pio XIII agisce nella serie, suona perfino più micidiale.
Il cardinale americano Lenny Belardo, giovane e bello, salito al soglio di Pietro per il disegno imperscrutabile dello Spirito Santo e (forse) per qualche manovra sfuggita di mano al Conclave, non ama sprecare le occasioni. È diventato Papa? Allora sarà Papa con una intensità totale, insostenibile per molti, rivelatrice per altrettanti. (Di Sorrentino si può pensare la stessa identica cosa: la sua intensità artistica è insostenibile oppure rivelatrice a seconda che gli si creda o no; che si ami il suo cinema o no. La sola cosa che non è possibile fare è negarla).
Se Il peso di Dio è il titolo del libro (Einaudi Stile Libero, una specie di “meglio di” che Paolo Sorrentino ha estratto dalla sceneggiatura della serie tivù), è il peso della parola quello che muove la trama. Chi più del Papa, servitore del Verbo, conosce quel peso? E chi meglio di lui può disprezzare la frase fatta, la pigrizia intellettuale, i comfort della consuetudine ripetuta? Lenny Berardo è, in questo senso, l’alter ego di Jep Gambardella, il giornalista cinico e vinto della
Grande bellezza. Se il grande affresco romano di Sorrentino era un cantico delle occasioni sprecate e del tempo perduto, The Young Pope è il suo contrario. Una corsa formidabile dentro la responsabilità dell’Uomo che Parla per eccellenza, il successore di Pietro, le cui parole sono attese e temute come quelle di Dio. Lo spettacolo del vicario di Cristo che prende la parola, nel nome del Padre, dev’essere stravolgente oppure non deve essere. Non si sale sul palcosenico se non si sa che cosa dire. Non un istante va sprecato, non una parola spesa male, e come per contagio anche i cardinali di Sorrentino, che possiamo supporre, prima dell’arrivo di questo Papa, molto presi dalla routine del potere, adesso nelle loro conversazioni puntano all’essenziale, si scoprono anche personalmente, rischiano, fanno uso di sé tanto quanto i dolcevitosi della Grande Bellezza invece tergiversavano, nicchiavano, rimandavano. Ingannavano il tempo.
Tanto attese e temute, sono le parole del nuovo Papa, che Pio XIII decide, dopo la sua elezione, una rigorosa autosospensione mediatica. «L’assenza è la presenza. Queste sono le fondamenta del mistero. Quel mistero che sarà di nuovo al centro della mia Chiesa». Non si farà vedere, non si farà sentire fino a che non avrà deciso che cosa si deve dire, e che cosa non dire, alla comunità dei fedeli, che vanno amati “uno per uno”. (Viene in mente, qui, la soluzione opposta che Nanni Moretti ha dato alla stessa tremenda responsabilità, quella di dover dare consolazione nel nome di Dio: il suo Papa sceglieva la fuga, dunque l’assenza definitiva. Il Papa di Sorrentino, che fa coincidere “bravura” e “arroganza”, prepara invece nell’ombra il Gran Finale). È dunque “in famiglia”, nella cerchia ristretta dei suoi pochissimi affetti (è orfano dalla prima infanzia) e dei pochissimi collaboratori ammessi alle sue stanze (è Papa) che Lenny spende le sue parole e consuma le sue esperienze di potere, di seduzione, di amicizia e di amore, strettamente platonico ma non per questo meno impegnativo da reggere. Di amore, in The Young Pope, si parla moltissimo, a partire dall’amore negato per eccellenza, quello dei genitori che abbandonano il figlio così come Dio ha abbandonato gli uomini. Nel libro questa evidenza del discorso amoroso è ancora più percepibile, appunto più “testuale”, la pagina ha una nudità claustrale, non ci sono le visionarie sequenze vaticane, i corridoi, le sale, i giardini, le passeggiate, i volti in primo piano. Tutto è solo parola, e se Pio XIII non fosse, come sappiamo, anche così narciso, così felice di essere bello e così desideroso di riflettersi nella bellezza del mondo, tra il libro e il film magari sceglierebbe il libro, che lo porta in sole 130 pagine fino alla tanto attesa omelia finale, in piazza San Marco a Venezia (Sorrentino non si fa e non ci fa mancare mai niente. Non è un narratore sobrio, e non sa quanto gliene siamo grati).
Nella sua prefazione, ombrosa ma non reticente, l’autore indica la genesi di Young Pope nel “contraddittorio sentimento di fascinazione e diffidenza nei confronti del clero” che ha elaborato, adolescente, frequentando il liceo classico dai Salesiani, a Napoli. Non so se la fascinazione sia la stessa, ma del prete, e in specie del Papa, conquista – nel film come nel libro – lo stato di “necessità professionale” nel quale esercita, o si immagina che eserciti, la sua riflessione sull’amore, sulla bellezza e su Dio. Più o meno questa è la Trinità (apocrifa) che potrebbe sortire da una lettura “teologica” della vicenda sorrentiniana. Con Dio terza persona – la più misteriosa – e stretta conseguenza delle prime due, amore e bellezza, che ricorrono, nel libro, con la stessa frequenza con la quale, nel film, Lenny tira una boccata di fumo. Che, come deve, sale al cielo.

L’intransigenza verbale ed emotiva suona così ancora più micidiale
Disprezza la pigrizia e la frase fatta e pare l’alter ego di Jep Gambardella
IL LIBRO
Esce domani il libro di Paolo Sorrentino ispirato a The Young Pope S’intitola Il peso di Dio ( Einaudi Stile Libero, pagg. 130, euro 13). Al centro i discorsi, le massime, le preghiere, le iperboli di Lenny Belardo, salito al soglio pontificio col nome di Pio XIII. Nella fiction televisiva, scritta e diretta da Sorrentino e trasmessa da Sky plc, HBO e Canal+, il papa americano è interpretato da Jude Law, mentre Silvio Orlando è Angelo Voiello e Diane Keaton è Suor Mary

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