Dalla rassegna stampa Musica

«Per ricordare Dalla scelgo “4 marzo ‘43” in versione censurata»

«Per ricordare Dalla scelgo “4 marzo ‘43” in versione censurata»

De Gregori: lì si parla di maternità ed è più dolce

roma « La mia paura è che qualcuno mi dica “un altro album live?”». Francesco De Gregori gioca di anticipo. «I miei dischi dal vivo, oltre la decina, sono una discografia parallela rispetto a quelli di studio. C’è del narcisismo in questo, c’è la voglia di far vedere al pubblico cosa succede alla mie canzoni quando le canto davanti a delle persone, e quella di provare a fissare la volatilità di un concerto».

È appena uscito «Sotto il vulcano», titolo preso in prestito dal romanzo di Malcolm Lowry («Ma non ci sono altre analogie»), registrazione al Teatro Antico di Taormina dello show conclusivo dell’ultimo tour. «Mi ero lamentato del fatto che con questa band avevamo raggiunto un’ottima coesione ma non ce n’era traccia. Hanno organizzato la registrazione a mia insaputa, come la casa di Scajola», sorride.

Come anche la polizza di Virginia Raggi, sindaco della sua maltrattata Roma. «Non cercate di farmi parlare di attualità. Nemmeno di Trump che io pronuncio apposta con la u, come si scrive. Si parla sempre e ovunque e troppo di politica. Tutti hanno qualcosa da dire. Io no». Stesso copione su Sanremo.

A rappresentare l’album in radio ha scelto «4 marzo ‘43» di Lucio Dalla. Nella versione censurata che il cantautore portò a Sanremo, quella senza le «puttane» e gli altri riferimenti ai bassifondi. «Preferisco questa, più dolce e connessa al senso di maternità che esprime la canzone. L’ho fatta solo quella sera, eravamo vicini alla casa di Lucio sull’Etna e me lo sono immaginato giovane, circondato da un’aura come in quel Festival di Sanremo del 1971. È stata una sensazione di gioia, non di dolore o rimpianto».

Da quando Lucio se ne è andato ha preferito non parlare dell’amico. «Non volevo unirmi a un dolore espresso in maniera pubblica e massiccia. Sono fiero e orgoglioso della nostra collaborazione artistica». Calcutta lo cita in una canzone, Brunori lo omaggia musicalmente. La nuova generazione lo ha eletto a monumento-modello: «Sono felice, il remix e il furto, come ho dimostrato con il mio progetto su Dylan, sono arte. E trovo bello che chi comincia adesso abbia Dalla, Modugno, Battisti e me come modelli».

A proposito di Dylan, lui sarebbe andato a ritirare il Nobel? «Sì, anche perché lo smoking mi sta bene. C’è gente che ha l’idea che la letteratura sia legata alla pagina scritta. Per me è comunicazione e i modi di raccontare il mondo si sono dilatati molto negli ultimi cento anni. Non avrei nulla da dire se il Nobel lo vincessero Charlie Chaplin o Walt Disney».

Un suo disco di inediti manca dal 2011. «Faccio meno album in studio perché diventa sempre più difficile trovare cose che non abbia già detto nella vita e nella carriera. E forse anche per paura di non essere all’altezza di quanto fatto prima. Ora mi fermo per un anno. Guarderò fuori dalla finestra e magari arriveranno idee. Per fortuna n on ho obblighi contrattuali».

Andrea Laffranchi

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