Dalla rassegna stampa Cinema

Varichina, una vita a mo' di gay pride

Varichina, una vita a mo’ di gay pride

Vizi pubblici e virtù private nella Bari Anni ’70

OSCAR IARUSSI

Il momento più pregnante del film coincide con l’assenza del protagonista. La sua «invisibilità», l’essere tagliato fuori, è un’evidenza, è una «smarcatura» per dirla con Gilles Deleuze, ovvero «un’immagine strappata alle sue relazioni naturali». È l’epifania di un mondo. Parliamo di Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis, il «docudrama» dei baresi Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo, con un bravissimo Totò Onnis en travesti, da oggi in alcune sale pugliesi (Showville, Galleria e Ciaky di Bari, Uci Cinemas di Molfetta ed Elia di Corato) e da domani all’Apollo 11 di Roma.

Una donna sta mostrando ai registi l’album delle sue nozze, quando si sofferma su una fotografia e ricorda: «Ecco, qui sulla sinistra c’era Lorenzo, ma non si vede, perché mio padre non volle che restasse nella stampa e facemmo riquadrare l’immagine, tagliandolo. Ma lui era lì con noi».

Varichina è un mediometraggio di cinquantadue minuti, distribuito da «Ismaele Film» e prodotto dalla Apulia Film Commission nell’ambito del «Progetto Memoria 2014», il bando di concorso concepito per finanziare opere dedicate a personaggi o storie che abbiano in vario modo contribuito all’identità regionale. Un omosessuale dal gergo sboccato nel pantheon del ‘900 pugliese? Sì, perché la sua personalità sanguigna, plebea e per certi versi tenerissima, rivela in filigrana una magnifica Bari popolare che non c’è quasi più (il quartiere Libertà) e, di contro, un’ipocrisia borghese mai tramontata: vizi privati e pubbliche virtù, a Bari come altrove. Laddove Lorenzo De Santis, nato nel 1938 e morto nel 2003, rovesciava l’assunto, sbandierando i vizi e custodendo le virtù.

Barbanente è una documentarista e sceneggiatrice di pregio (In viaggio con Cecilia o L’intervallo diretto da Di Costanzo) e Palumbo ha fatto esperienze da attore e videomaker. Nel film la finzione affidata soprattutto a Onnis e le testimonianze sul personaggio si alternano e si amalgamano con esito felice. Il tutto trasmette una drammatica e poetica autenticità: l’andatura caracollante di «Varichina», gli esibiti boccoli, il trucco eccessivo, e, tra i vezzi e i lazzi, il sentore di «una disperata vitalità» pasoliniana. Riecheggia più volte il suo popolare tormentone «Tutt’ddo avit’a vnì», urlato in faccia a chi lo prendeva in giro, mentre si batteva le terga con una mano. «Tutti qui verrete un giorno», era la sua sfida ai benpensanti, condita da fosche previsioni per il maschio eterosessuale: finiranno prima o poi le femmine… Ma l’italiano non traduce che pallidamente l’originale barese «L’femmn hann’a ffernèsc’».

Chiamato «Varichina» perché da bambino, sul finire della guerra, vendeva a domicilio bottiglie di candeggina preparate dalla madre, Lorenzo De Santis si guadagnò da vivere come parcheggiatore abusivo in piazza Cesare Battisti o prostituendosi occasionalmente. Fu picchiato più di una volta e irriso per anni, ma anche «adottato» con ironica indulgenza dalla gente del «Libertà» e amato dalle vicine di casa in via Garruba, che ora raccontano di lui davanti alla cinepresa (nelle scene di finzione le interpretano Ketty Volpe e Federica Torchetti). A rievocarlo ci sono i registi Alessandro Piva e Nico Cirasola, l’imprenditore Giancarlo Di Paola, il chirurgo Renato Laforgia che dovette amputargli una gamba per salvargli la vita e molti altri.

Soprattutto, parla il «nostro» Alberto Selvaggi che nel 2013 su queste colonne propose di erigere in città «un busto per il mito diverso» di Lorenzo: «Sguardo a terra, per la miseria, davanti a chi ha fatto di un’intera vita un gay-pride in perenne solitaria… Primo, anzi unico omosex oltranzista, urlante, pressoché animalesco della storia incolore di Bari». Da quell’articolo della Gazzetta prese le mosse l’iter del film. Ci voleva la penna sulfurea e visionaria di Selvaggi per sottrarre «Varichina» all’oblio e riscattarne la memoria sullo schermo.

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