Dalla rassegna stampa Libri

Patricia Nell Warren: “Scrissi La corsa di Billy in ufficio nelle pause pranzo per paura di essere scoperta”

La scrittrice: “A quel tempo non avevo ancora fatto coming out ero sposata e mio marito avrebbe scatenato l’inferno”

Patricia Nell Warren: “Scrissi La corsa di Billy in ufficio nelle pause pranzo per paura di essere scoperta”

La scrittrice: “A quel tempo non avevo ancora fatto coming out ero sposata e mio marito avrebbe scatenato l’inferno”

Patricia Nell Warren, nata nel 1936, apertamente lesbica, ha fondato la casa editrice Wild Cat Press. Tra i suoi romanzi, «La sfida di Harlan» (seguito della «Corsa di Billy», tradotto da Fazi), e «The Wild Man», appassionata denuncia delle pratiche antiabortiste. «La corsa di Billy» ha ispirato i club ginnici «Frontrunners», punto di riferimento per la comunità gay-lesbo-transgender di Los Angeles, e molte altre città degli States

PATRICIA NELL WARREN

Non avrei mai scritto La corsa di Billy se non avessi iniziato a correre io stessa. Tutto cominciò nel 1968. All’epoca non avevo ancora fatto coming out ed ero sposata. Io e mio marito facemmo un patto con un’altra coppia della nostra età. Eravamo tutti un po’ sovrappeso e decidemmo di allenarci per la maratona di Boston del 1969. Tuttavia, in base alle regole della federazione sportiva americana, che all’epoca controllava gli sport amatoriali, oltre che l’accesso alle Olimpiadi e alle competizioni internazionali, le donne non potevano competere nelle gare di resistenza.

Così decisi di dare il mio contributo affinché fossero cambiate le regole: il Road Runners Club, l’associazione atletica dilettantistica, ci sosteneva fino in fondo, ma all’assemblea della federazione ci furono violenti scontri e la dirigenza dichiarò che non avrebbe modificato lo statuto.

Fu solo nel 1971 che finalmente la federazione consentì alle donne di partecipare ufficialmente alla maratona di New York: potei finalmente indossare una di quelle agognate pettorine numerate e arrivai quarta nella categoria femminile. Nel 1972, a una festa del Road Runners Club, mi ritrovai a parlare con un atleta che ai tempi dell’università correva i 1500 metri: era il secondo più veloce del paese nella sua categoria. Mi dichiarò la sua omosessualità e di aver preso la decisione di non partecipare alle Olimpiadi, stanco di mentire…

Per giorni non riuscii a togliermi dalla testa la sua confessione. Poi la mia immaginazione si mise in moto: cosa sarebbe accaduto a un corridore intenzionato ad avere entrambe le cose, la medaglia d’oro e la possibilità di uscire allo scoperto?

Quattro mesi più tardi, nell’aprile del 1973, consegnai al mio agente, John Hawkins, una scatola piena di fogli. Li avevo scritti durante le pause pranzo in ufficio, dove li avevo custoditi sotto chiave in un cassetto della mia scrivania. Se avessi scritto a casa e mio marito, che era omofobo, li avesse trovati, si sarebbe scatenato l’inferno.

Qualche giorno più tardi, Hawkins chiamò: «È un tema per cui i tempi sono maturi».

Nella primavera del 1974, La corsa di Billy fece il suo coming out, finendo nella lista dei bestseller del «New York Times». Hawkins aveva ragione: i tempi erano maturi. Poco dopo la pubblicazione, molti atleti LGBT uscirono allo scoperto a mezzo stampa, dimostrando che lo sport è uno dei più duri campi di battaglia per l’uguaglianza LGBT.

Ancora oggi, nonostante i mezzi di informazione parlino tranquillamente di omosessualità nello sport, e molti atleti o allenatori, uomini e donne, dichiarino apertamente il loro orientamento, non si può dire che l’uguaglianza sia stata raggiunta: negli Stati Uniti gli ultraconservatori religiosi hanno annunciato l’intenzione di far abrogare tutti i diritti conquistati dalle persone LGBT, continuando a creare un clima in cui gli atleti omosessuali dichiarati potrebbero essere vittime di violenze. Avvisaglie di un clima anti-gay ci sono anche in altri paesi – notoriamente in Russia, dove il governo di Putin ha cercato di occultare la presenza degli omosessuali ai giochi invernali di Sochi, mentre in tutta Europa ci sono esponenti della chiesa ultraconservatori, cattolici e protestanti, che contestano i diritti civili garantiti dall’Unione Europea.

Questo crescente clima revisionistico è la ragione per cui così tanti lettori continuano a scrivermi che la mia storia è ancora attuale e per cui, a quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, La corsa di Billy è ancora stampato e tradotto in tutto il mondo.

[Traduzione di Nicola Vincenzoni]

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