Dalla rassegna stampa Libri

Esce oggi La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren: il primo romanzo di denuncia contro l’omofobia negli ambienti sportivi.

Esce oggi La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren: il primo romanzo di denuncia contro l’omofobia negli ambienti sportivi.

L’omofobia nello sport purtroppo è ancora molto radicata: pochi sono gli sportivi che hanno il coraggio di rivelare la propria identità, rischiando di compromettere la loro carriera agonistica. Ma qualcosa si sta muovendo: solo ieri la proposta provocatoria del presidente della Federcalcio inglese contro l’omofobia, un coming out di massa per i calciatori gay (LEGGI >). È interessante in questo senso il modo in cui Nell Warren affronta la questione: attraverso una tortuosa e incredibile storia d’amore.

Pubblicato per la prima volta nel 1974 con il titolo The Front Runner, esce in Italia grazie a Fazi Editore, nella traduzione di Silvia Nono. Un libro ormai di culto, tradotto in più di dieci lingue e ispiratore dei club ginnici definiti per l’appunto Frontrunners, punto di riferimento per la comunità gay-lesbo-transgender di Los Angeles, San Francisco e molte altre città degli States.

A metà degli anni Settanta, l’allenatore Harlan Brown trova rifugio dal suo passato e da se stesso in un piccolo college di New York, dopo essere stato cacciato dalla prestigiosa Penn State University per sospetta omosessualità. Si è fatto una promessa e ha intenzione di mantenerla: non innamorarsi mai più di un uomo. La sua vita, però, è sconvolta quando tre giovani atleti si presentano nel suo ufficio: l’esuberante Vince Matti, il timido Jacques LaFont e il ventiduenne Billy Sive, un potenziale grande talento per i diecimila metri. Sono appena stati scaricati da un’importante squadra a livello nazionale per aver ammesso la propria omosessualità. L’uomo è profondamente diviso: se accetterà di allenarli, questo alimenterà le voci sul suo essere gay, ma i tre hanno stoffa e questa potrebbe essere la sua ultima occasione di puntare in alto. La sua ammirazione per uno dei tre, Billy, si trasforma presto in una emozione che non provava da anni: combattere i propri sentimenti o uscire allo scoperto e sfidare l’ultraconservatore establishment sportivo, rischiando di far sfumare per sempre il sogno olimpico dei tre? È questo il dilemma che si trova ad affrontare il protagonista, e che porterà a risvolti inaspettati.

In esclusiva per i lettori di Gay.it, ecco un estratto dal libro, da oggi in tutte le librerie.

Quando vidi per la prima volta i tre ragazzi dell’Oregon, provai un vago senso di disagio. Si sedettero, anzi si stravaccarono, nel mio ufficio. Avevo chiuso la porta e appeso il cartello che diceva L’ALLENATORE È IN RIUNIONE. NON DISTURBARE. Mi fissavano in silenzio. Anch’io li fissavo. Conoscevo i loro volti perché avevo visto le fotografie pubblicate su «Track & Field News», «Runner’s World» e «Sports Illustrated».

Sembravano tre rockettari, provati dal viaggio di ritorno da Memphis dove le avevano prese di santa ragione. Avevano lo sguardo spento e la barba lunga. Pensai con un pizzico di nostalgia agli anni Cinquanta, quando gli atleti portavano i capelli a spazzola e si rasavano tutti i giorni. Anch’io avevo smesso di pretendere i capelli a spazzola.

La star del terzetto era il mezzofondista Vince Matti. Era anche il più attraente. Ventidue anni, veniva da Los Angeles, era alto e slanciato come dovrebbe essere un mezzofondista. Aveva capelli mossi nero carbone che gli sfioravano il colletto, insolenti occhi marrone e una piccola cicatrice sotto l’occhio destro. Indossava un paio di Levi’s sbiaditi, una giacca strappata dell’Aviazione e scarponi da montagna. Deteneva un record di 3’52’’19 sul miglio, il terzo miglior tempo nella storia degli Stati Uniti. Aveva anche un paio di gambe molto delicate che spesso gli impedivano di correre così forte. In gara, avevo sentito dire, era piuttosto disinvolto con i gomiti ed era molto irascibile.

Il mio sguardo si spostò su Jacques LaFont. Aveva ventun anni ed era originario di Canton, Illinois. Non era al livello di Vince, ma era comunque uno dei migliori sul miglio e sul mezzo miglio. Le riviste di atletica lo descrivevano come un tipo bizzarro e difficile, eccitabile e nervoso. Era leggermente più muscoloso di Vince, come può esserlo uno specialista del mezzo miglio. Aveva capelli castano dorato, crespi ed esuberanti, tenuti fermi da una fascia scozzese, e portava una giacca da motociclista. I suoi luminosi occhi azzurri oscillavano tra la vivacità e l’ansia. Il mio sguardo si fermò su Billy Sive. Aveva ventidue anni ed era di San Francisco. Era stato uno di quegli spettacolari fondisti che venivano dalle scuole superiori della California. Quando era arrivato in Oregon, faceva i 10.000 metri in 28’49’’ ma, a quanto pareva, si era fermato lì. Chissà come mai non era stato all’altezza delle aspettative. Forse si era bruciato.

Billy sedeva comodamente nella poltroncina di quercia dove era stato Joe poco prima. Mi guardava tranquillo attraverso i suoi occhiali dalla montatura dorata. Dietro quelle lenti c’erano gli occhi più belli che avessi mai visto in un uomo. Erano di un limpido grigio-azzurro, ma a renderli così belli era l’espressione orgogliosa e spaventosamente candida.

Vince Matti masticava la gomma in un modo che mi diede subito sui nervi.

Indicai il cestino. «La gomma», ordinai.

Vince esitò, poi, forse perché in quel momento l’obiettivo era entrare nella mia squadra, obbedì.

Il mio sguardo tornò su Billy Sive.

Seduto, mi guardava dritto negli occhi. Indossava una lacera giacca trapuntata alla cinese, di un azzurro sbiadito. I pantaloni marroni dovevano essergli costati cari: adesso erano sformati e lisi, ma mettevano ancora in evidenza le sue lunghe gambe da cavallo di razza. Squadrandolo con il mio occhio esperto da allenatore, calcolai che il suo corpo esile dovesse essere alto un metro e ottanta e pesare sessantadue chili. Ai piedi portava delle scalcagnate Tiger da corsa azzurre. Lo immaginai sul bordo dell’autostrada ghiacciata con quelle scarpe dalla suola sottile.

«Allora», dissi, «Lindquist vi ha dato un calcio sul sedere per “motivi disciplinari”. Che dovrei farmene di voi? Se un po’ mi conoscete, dovreste sapere che sono inflessibile come Lindquist».

«Ah già, i giornali hanno scritto che si trattava di disciplina», disse Sive. Calmo come era, sembrava essere il loro portavoce. «Lindquist aveva paura di raccontare la verità alla stampa».

«E dunque?», feci io.

«E dunque le diremo la verità», rispose Sive. «Poi potrà decidere se darci una tuta oppure mandarci via».

«Allora», dissi, «qual è questa grande drammatica verità?».

Gli altri due abbassarono lo sguardo, lievemente a disagio, ma gli straordinari occhi grigio-azzurro di Sive non mi mollarono un attimo. Ebbi la strana sensazione che quel ragazzo conoscesse tutto della mia vita. (Come si vide in seguito, avevo colto nel segno). Il suo viso mi ricordava quello di American Gothic, in versione giovanile. Era piacevolmente attraente, aveva bei lineamenti, gli zigomi alti, la fronte spaziosa, il naso poco appuntito, una bella bocca. La criniera di riccioli castano chiaro pareva appena uscita dalla galleria del vento.

«Siamo gay», mi disse.

Mi sentii come se mi avessero sferrato un pugno da quindici chili sullo stomaco. Dopo un istante di panico, il mio corpo si ricoprì di un fastidioso sudore.

Fuori, la squadra delle ragazzine stava andando agli allenamenti e al loro passaggio in corridoio risuonarono gridolini e risatine.

Sive non aveva finito di parlare. Indicò Vince e Jacques.

«Lindquist li ha beccati nello spogliatoio, una sera, mentre si davano da fare», continuò. «Erano molto su di giri e Vince stava slacciando la cintura a Jacques. Il vecchio Lindquist li ha pizzicati sul fatto. Gli hanno risposto male e gli hanno detto che il movimento gay era sbarcato all’Oregon University e un sacco di altre stronzate».

Adesso parlavano animatamente tutti e tre, piegati in avanti. «Lindquist era furioso, cazzo», disse Vince. «Ha torchiato Jacques ed è venuto fuori il nome di Billy. E siccome Lindquist è un vero fascista, ci hanno tolto le borse di studio».

Jacques stava imitando la filippica di Lindquist, con tanto di accento svedese, e forse in un altro momento l’avrei trovato pure divertente.

«Nemicci delo sport, ecco coza siete», diceva Jacques. «Andatte fia. Al diafolo. Non ci sarà nessuna Zodoma e Gomorra nela mia skvadra».

Billy e Vince sghignazzavano fino alle lacrime. La tensione e la fatica dovevano averli resi un po’ isterici.

Rimasi seduto a osservarli, senza sorridere, incapace di dire una parola.

Alla fine si calmarono e mi guardarono speranzosi.

«Come mai non vi ha mandati in galera?», chiesi, infine. «È illegale in Oregon, no?».

«Non voleva che uscisse su tutti i giornali che c’erano tre froci nella sua squadra», spiegò Billy.

«Capisce, la gente si sarebbe fatta delle domande anche sugli altri, su di lui… Insomma, se la stava facendo sotto, aveva una paura matta di quello che i giornali avrebbero potuto scrivere».

«Vuol dire che lo sapete solo voi tre e lui?», chiesi.

«No», rispose Vince bruscamente. «Urlava tanto forte che nonostante la porta chiusa qualcuno della squadra e dell’amministrazione deve averlo sentito. Le voci fanno presto a circolare, si sa».

Con lo sguardo fisso sulla scrivania, ammutolii di nuovo. Mi accorsi che stavo leggermente tremando.

Billy riprese a parlare piano e con calma. «Dobbiamo finire la scuola e temiamo che in tutte le altre università farebbero lo stesso casino. Così siamo venuti direttamente qui». Con la coda dell’occhio notai che mi cercava con lo sguardo.

«Abbiamo il diritto di correre», disse. «Non stavamo infastidendo nessuno. E il regolamento dell’Amateur Athletic Union e della National Collegiate Athletic Association non dice nulla sul sesso della persona con cui vai a letto».

Tentando di controllarmi, lo guardai di nuovo negli occhi. Un ex marine dovrebbe essere in grado di mostrare più autocontrollo, ma ero stato preso alla sprovvista. Ero stato tanto ingenuo da credere che, dopo quattro anni di reclusione in un piccolo college, non avrei più dovuto affrontare quell’argomento e avrei potuto condurre una vita normale. E invece eccone ben tre! E tutti gay macho. Avrei dovuto riconoscere subito quei pantaloni di pelle di Billy. Avevo una gran voglia di incavolarmi con loro per aver turbato il mio tranquillo esilio.

Feci un ultimo tentativo di nascondermi dietro un dito. «Cosa vi fa pensare che vi capirò? Cosa vi fa pensare che non vi propinerò un bel sermone sulla moralità e sulla purezza dei ragazzi americani?».

«Mio padre ha detto che forse lei ci capirà», rispose Billy.

«Chi è tuo padre?».

«John Sive».

Scossi la testa. «Mi dispiace, non lo conosco».

«È un avvocato che si batte per la causa dei gay», disse implacabile Billy. «Sta lavorando al caso in esame presso la Corte Suprema in cui si mettono in discussione le leggi relative alla sodomia. Gli abbiamo raccontato ciò che era successo e che probabilmente non ci avrebbero preso in nessuna squadra, e ci ha suggerito di tentare con Harlan Brown a Prescott».

Non c’era ombra di diplomazia nel discorso di Billy. Mi aveva messo con le spalle al muro.

Avrei presto imparato che questo era il suo modo di fare, in qualsiasi circostanza. Billy viveva per la spietata verità, perché era l’unica maniera che conosceva per sopravvivere.

«Se non ci accetta, capiremo», disse Jacques con un’aria un po’ sconsolata.

Non sapevo cosa dire. Era una decisione importante da prendere così su due piedi, e sapevo che ci sarebbero state ripercussioni su di me, su di loro, sul college e forse persino sull’atletica. Se li avessi accolti nella mia squadra, non sarebbe accaduto nel silenzio.

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