Dalla rassegna stampa CINEMA

I dolori del giovane Dolan

I dolori del giovane Dolan
Il regista torna ad attaccare la Rete: «Mi fa paura il modo in cui si diffonde la cultura dell’odio attraverso i social»

Con È solo la fine del mondo — deflagrante ritratto di famiglia in occasione del ritorno a casa del figliol prodigo, scrittore di successo alle prese con una malattia terminale — il 27enne Xavier Dolan ha vinto il Gran premio speciale della Giuria all’ultimo festival di Cannes dove partecipava per la quinta volta.

Ma il regista del Quebec ha sofferto molto la veemenza di alcune critiche e di commenti che in quei giorni si sono riversati sui social. E che hanno lasciato il segno, anche ora che il film è un successo al box office in Francia e in Canada (da noi esce il 7 dicembre per Lucky Red) e che sta lavorando al prossimo lungometraggio, il suo primo in lingua inglese, The Death and Life of John F. Donovan , con Natalie Portman e Kit Harington, pellicola sulle disfunzioni dello star system. «C’è qualcosa di ciò che ho vissuto a Cannes, qualcuno potrebbe considerarlo una specie di rivincita. Non fosse che l’ho scritto cinque anni fa…».

In quei giorni ha attaccato la «cultura dell’odio», riferendosi a chi ha criticato, non il film, ma la sua persona.

«Il pubblico sta apprezzando il film e questo fa piacere. Ma mentirei se dicessi che tutto è dimenticato. Non faccio la vittima e cose così ti aiutano a tenere i piedi per terra. Artisticamente può anche essere un beneficio, ma è stato duro umanamente. Mi spaventa l’idea di dovermi costruire una corazza, diventare freddo e cinico».

«Preferisco la follia delle passioni alla saggezza dell’indifferenza», ha detto ritirando il Grand Prix. Parlava della vita, non solo del suo cinema, vero?

«L’entusiasmo non è abbastanza per attraversare la vita e le complessità di questo mestiere. Io mi appassiono moltissimo a ciò che faccio, e questo mi rende difficile agli occhi di qualcuno. È un’incomprensione che per me è stata piuttosto dolorosa in passato. Potrei rimediare facilmente ma vorrebbe dire essere meno passionale e non mi va».

Quando Jean-Luc Lagarce, autore della pièce da cui è tratto il film, morì di Aids, lei era solo un bambino.

«È stata un’amica, Anne Dorval, che l’aveva recitato in teatro, a farmi leggere Juste le fin du monde. In generale sento il bisogno di guardare a artisti e opere del passato. Devi andare indietro per capire chi sei, da dove vieni, di cosa è fatta la società. Tutto il mio lavoro è basato sul passato, la nostalgia di ciò che è andato e ci manca».

Lei è un regista-attore. Come ha scelto il cast: Gaspard Ulliel, Vincent Cassel, Marion Cotillard, Léa Seydoux e Natalie Baye?

«L’ammirazione è essenziale al successo della collaborazione. E deve essere reciproca. Durante le scene parlo, creo insieme agli attori, recitiamo insieme. Faccio molta attenzione ai dettagli e trovare colleghi che fanno altrettanto è una benedizione».

«È solo la fine del mondo» rappresenta il Canada nella corsa al miglior film straniero agli Oscar. Come si sente?

«Mi lusinga molto, non voglio deludere la gente. Ma sento anche che le probabilità sono contro di noi questa volta. Ma la vita è lunga e ci saranno molti altri film».

Il suo paese è diventato sinonimo di apertura e tolleranza, in un mondo dominato dalla paura. Da canadese come vede l’era Trump?

«Sartre diceva “forse vi sono tempi migliori ma questo è il nostro”. Ha ragione. Dobbiamo prendere posizione e combattere per ciò che abbiamo conquistato. Rischiamo di tornare indietro in un pugno di secondi. È spaventoso».

Di cosa ha paura?

«La violenza degli uomini. Mi fa paura, soprattutto, la loro ignoranza, la nostra. Mi fa paura il modo in cui promuoviamo rabbia, intolleranza, fanatismo attraverso i social media. Il mondo come lo conosciamo ci sta scivolando tra le dita. E l’ironia non cambierà le cose. Guardiamo al mondo con humor perché ci fa comodo. Ma è un lusso che non potremo permetterci a lungo. Temo che conosceremo presto tempi incomprensibili per molti di noi. Per questo dobbiamo combattere e informare. E prenderci dei rischi per difendere la libertà».

Stefania Ulivi

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