Dalla rassegna stampa USA  Estero

Thiel, il bastian contrario della Silicon Valley

Gay, miliardario dalla memoria lunghissima: contro i colleghi, lui ha scelto Donald – I diritti del movimento Lgbt si uniscono a quelli degli afroamericani e dei latini, alla lotta all’omofobia e al sessismo.

Thiel, il bastian contrario della Silicon Valley
Gay, miliardario dalla memoria lunghissima: contro i colleghi, lui ha scelto Donald
Tra tutti gli uomini del presidente potrebbe esserci lui: Peter Thiel, il miliardario delle contraddizioni. Unico uomo della Silicon Valley ad avere scommesso apertamente su Trump (un immobiliarista). Primo gay dichiarato ad avere parlato alla convention repubblicana: «Orgoglioso di essere gay, repubblicano e americano». Uno dei pochi ad avere sbattuto la porta della società che aveva co-fondato con Elon Musk, Paypal, da cui viene il suo conto in banca a nove zeri. E, pare, uno che non dimentica mai: ha finanziato con dieci milioni il processo di Hulk Hogan contro Gawner Media per la pubblicazione del video hard della ex star del wrestling. Il motivo? Secondo Nick Denton, fondatore di Gawner (fallita dopo il processo), lo avrebbe fatto perché il sito nel 2007 aveva svelato la sua omosessualità. La vendetta è un piatto che si serve freddo. Lui lo ha servito gelato.

Ora Thiel, 49 anni, potrebbe entrare nella squadra di governo, anche se chi lo ha conosciuto sembra prudente: un miliardario vero (2,7 miliardi secondo Forbes ) ha altro da fare che aiutare un ex miliardario indebitato a fare il presidente. È questa la battuta che gira nella Valle del Silicio. Ma l’uomo dal gran fiuto — uno dei primi investitori di Facebook quando era poco più di un sito per universitari — potrebbe essere comunque l’ago della bilancia della «Trump Valley», la grossa incognita del momento. Da due giorni per Apple, Google e Amazon in Borsa è un incubo.

Odio a prima vista, reciproco: mentre Thiel donava 1,25 milioni tutti gli altri si sbilanciavano sulla Clinton. Il cofondatore di LinkedIn, Reid Hoffman, a settembre aveva offerto in crowdfunding 5 milioni per indagare sulle tasse di Trump. E anche una repubblicana «doc» come Meg Whitman, Hewlett Packard, aveva preferito voltargli le spalle. Ma è anche vero che Trump, in tutta la campagna, aveva solo citato le aziende della Silicon Valley in negativo. Mai una buona parola su AirBnb o Uber. Attacchi ad Apple e Amazon, quest’ultima non incidentalmente l’azienda di Jeff Bezos, editore di un giornale come il Washington Post che non aveva fatto mancare le sue critiche per i «trumpismi». Facile collegare toni e temi della campagna di Trump al suo elettorato, fatto soprattutto dal popolo, sfiduciato, della old economy: fabbriche e mattone. Resta un fatto che i potenti «algoritmi» della Valley hanno sbagliato. Se Barack Obama era volato a festeggiare nella Valley, Trump si vedrà difficilmente. Ma ha anche promesso 25 milioni di posti di lavoro. E la Valley non può credere sul serio alla secessione in stile «Lega californiana» proposta da Shervin Pishevar, finanziatore di Musk: le parti dovranno «turarsi il naso» e incontrarsi. E Thiel potrebbe essere il fazzoletto giusto per la Realpolitik 2.0.

Massimo Sideri


«Siamo donne, arabe, nere, di ogni minoranza La nostra sfida è ai pregiudizi»

di Serena Danna
La protesta anti Trump che sta invadendo le strade di New York da quando il miliardario è stato eletto presidente è innanzitutto femmina. Le organizzatrici — mai usare con loro il termine leader — sono quasi tutte giovani donne che si sono distinte per l’attività politica in città e sui social network. D’altronde, tra i principi emersi dalla marcia che mercoledì notte ha portato centinaia di ragazzi e ragazze verso il Trump Tower al coro di «This is Not My President» c’è il riconoscimento di un cambiamento rivoluzionario che può essere guidato solo dalle donne del Paese. Tra di loro c’è Linda Sarsour, classe 1980, l’organizzatrice velata dell’Arab American Association of New York: «Stiamo assistendo a una nuova pagina della storia — racconta — e se il tuo movimento in questo momento non è guidato da una donna nera allora vuol dire che sei nel movimento sbagliato». Non a caso, a ispirare la protesta contro Trump ci sono insieme a lei Opal Tometi, cofondatrice del movimento contro le violenze della polizia «Black Lives Matter», ed Heather C. McGhee dell’organizzazione civica «Demos Action». Le giovani rappresentanti del mondo che rifiuta Trump come presidente hanno l’idea che i valori delle minoranze vanno difesi tutti insieme. I diritti del movimento Lgbt si uniscono a quelli degli afroamericani e dei latini, alla lotta all’omofobia e al sessismo. «Chiediamo a tutti, soprattutto ai bianchi, di prendere posizione contro i pregiudizi, non importa chi sia la vittima». Cresciuta a Sunset Park, un quartiere a Ovest di Brooklyn, ultima di sette fratelli di una famiglia immigrata dalla Palestina, Linda si è sposata con un matrimonio combinato a 17 anni e ha avuto primo figlio due anni dopo. Adesso che di figli ne ha tre e ha ancora accanto il marito, la politica è diventata la sua passione. L’ha fatta per i diritti di musulmani americani della città, per poi spingersi su un piano nazionale quando ha incontrato Bernie Sanders. Perché Sarsour, cofondatrice del «Muslim Democratic Club» di New York, come tanti dei manifestanti di queste ore, non è una supporter di Hillary Clinton, simbolo degli errori compiuti dalle istituzioni e anche dai movimenti: «Abbiamo fallito come generazione e peggio ancora stiamo facendo un danno incredibile alle generazioni a venire».


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