Dalla rassegna stampa Personaggi

“Ora voglio la verità su mio cugino Pier Paolo”

“Ora voglio la verità su mio cugino Pier Paolo”

Mozzon è convinto che ci fossero dei complici “C’è un Dna di ignoto”

RORY CAPPELLI

«NON È la famiglia Pasolini che ha chiesto la riapertura delle indagini. Non è la famiglia Pasolini che continua a lottare ferocemente perché questa storia lunga 41 anni trovi finalmente una verità» dice Guido Mazzon, cugino di Pier Paolo, che da sempre lotta perché su quella morte assurda e violenta, intorno alla quale sono state create storie torbide e inverosimili, venga fatta giustizia. «Non è la famiglia Pasolini: sono io».
È stato Guido Mazzon, infatti, il musicista al quale quando aveva 11 anni Pasolini regalò la sua prima tromba, a sollecitare, assistito dal suo legale Stefano Maccioni, una nuova riapertura delle indagini, chiedendo al procuratore capo Giuseppe Pignatone e al pm Francesco Minisci che venga tentata anche la via delle nuove tecnologie per identificare chi, quella notte, si trovava insieme a Pino Pelosi, che già nella prima sentenza dell’allora presidente del tribunale per i minori Carlo Alfredo Moro, non era stato ritenuto l’assassino. O almeno non l’unico.
«Nel maggio del 2010 mi venne notificato l’avviso dell’inizio degli accertamenti irripetibili presso il Ris di Roma. Così presi il treno, da Pavia, e arrivai nella Capitale, a Tor di Quinto per assistere alla riapertura degli scatoloni polverosi e fino a quel momento dimenticati nel museo di Criminologia». Così incontrò Stefano Maccioni, che dal 2008, per «puro senso civico », insieme alla criminologa Simona Ruffini, che poi divenne consulente di parte, si era messo a studiare gli incartamenti del caso. Ne nacque un rapporto fiduciario, tanto che il legale poi ne assunse la delega nel procedimento chiuso con un’archiviazione nel maggio del 2015. «Ma io non smetto di lottare. Non smetterò mai».

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