Dalla rassegna stampa

Il giorno dell’allegria

Ora sembra la cosa più naturale del mondo ma la lotta per questo diritto è stata dura

Il giorno dell’allegria

di Anna Paola Merone
Ma quanti sono? Impossibile contarli. È il momento delle unioni civili e gli inviti fioccano come la neve di dicembre a Cortina.

Le nozze degli amici di infanzia e di università hanno subìto una flessione intorno ai 35 anni. E solo gli audaci che si sono sposati una seconda volta hanno fatto vibrare, come rade meteore, gli anni successivi. Adesso ci si trova (chi più, chi meno) all’improvviso a gestire una quantità di inviti di amici e amiche gay che finalmente possono «sposarsi », possono dirsi ufficialmente di sì.

Qualcuno lo aveva fatto all’estero, ma ora la libertà è al Maschio Angioino a Napoli. È nelle masserie della provincia di Caserta e Benevento, dove ufficiali di stato civile vengono coinvolti in feste colorate dove zie in ghingheri versano lacrime a fiumi. È nelle belle ville di Posillipo, dove nobildonne che sfoggiano i più bei gioielli di famiglia organizzano nozze di grande effetto, discrete ed elegantissime. Da qui alla primavera sono decine le unioni civili che saranno celebrate dopo anni di convivenza. Alcuni inviti si accavallano, ma nessuno vuole rinviare perché si rischia di slittare in avanti di sei mesi.

Luigi Loffredo, il dirigente dell’Anagrafe del Comune di Napoli, è un signore gentile e sorridente che gestisce con empatia ciascuna di queste richieste. Ci si può «sposare» gratuitamente nella propria municipalità, o opzionare il Maschio Angioino con una spesa che non arriva a 400 euro. E ci sono anche tantissimi non napoletani che vogliono «sposarsi» in città, per avere la possibilità di vivere un sogno nel sogno. Sono loro ad ingolfare i registri.

E così ora ci si trova a gestire una girandola di liste di nozze: un fondo benefico, un viaggio, ma anche tradizionalissimi servizi di piatti e bicchieri di cristallo, perché gli sposi vogliono il brivido di normalità che hanno sempre sognato.

E poi i vestiti… Due spose non più giovanissime diranno sì stringendosi in una grande sciarpa rossa che faranno realizzare su misura. Due sposi si stanno facendo tagliare impeccabili abiti dal vecchio sarto di famiglia che, per il papà di uno dei due, cucì il tight per nozze fastose e tradizionali negli anni Sessanta, che fecero scandalo per i trascorsi da soubrette della sposa.

E in queste unioni civili è evidente che si dice sì per amore, per allegria. In queste nozze si respira libertà e felicità. Una parola che gli etero hanno smesso di pronunciare e che hanno dimenticato. Una parola che fa paura, ma non ai tanti che per anni sono rimasti a coccolare un sogno senza mollare mai.


Il boom delle unioni civili «Vi dichiaro coniuge e coniuge»
In Campania i sindaci stanno facendo a gara per celebrare le “convivenze di fatto”

Ora sembra la cosa più naturale del mondo ma la lotta per questo diritto è stata dura

Di fronte all’ufficiale di stato civile, ci sono sempre due mani che s’intrecciano, con le nocche sbiancate per l’emozione. Talvolta appartengono – quelle mani – a due persone che si presentano in giacca e cravatta. In altre occasioni sono entrambe in tailleur a colori vivaci. La formula di rito è semplice, diritti e doveri snocciolati in pochi minuti in un contesto sobrio.

L’unione tra persone dello stesso sesso è finalmente sancita dalla legge Cirinnà, entrata in vigore il 5 giugno scorso, e un cappello normativo può legittimare legami spesso consolidati da anni. Ma questi risvolti burocratici accompagnano vicende umane ben più intense di una semplice certificazione sul registro comunale. Se vogliamo comprendere l’esplosione di un fenomeno che ha già portato in pochi mesi alla celebrazione di centinaia di “convivenze di fatto” in tutta Italia, dobbiamo svolgere la matassa di quelle storie tormentate, dell’emarginazione carica di angoscia e attesa provata dai tanti protagonisti che oggi vivono questa “formalità” come una liberazione.

Anche in Campania i sindaci di grandi e piccole città fanno a gara ad annunciare la prima unione all’insegna dell’arcobaleno, simbolo internazionale dei movimenti gay. È un tema che fa tendenza, è stato “sdoganato” e tutti ne parlano come la cosa più naturale del mondo. Ma in realtà la lotta condotta da molte coppie omosessuali per l’ottenimento del riconoscimento giuridico, è stata per lungo tempo solitaria. Lo sanno bene Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, e il ballerino Danilo di Leo, che il mese scorso hanno fatto da apripista alle unioni civili nel capoluogo partenopeo. «Questa è una vittoria – ha spiegato Sannino il giorno della celebrazione al Palazzo San Giacomo – ma la lotta è ancora lunga. Oggi mi emoziono davanti al salumiere sotto casa che mi fa gli auguri». Gli fanno eco le due donne, una poliziotta e una maestra d’asilo, che a Caserta hanno suggellato la loro vita insieme e si sono sentite come «berlinesi che hanno vissuto la caduta del muro».

E i muri crollano anche a livello istituzionale, tanto che pure un sindaco (Giorgio Zinno, primo cittadino di San Giorgio a Cremano) si è unito ufficialmente al suo compagno con il rito celebrato proprio dalla senatrice Monica Cirinnà. Quell’atto registrato nell’archivio di stato civile diventa l’affermazione di una conquista e merita la giusta visibilità, come confermano l’attore Massimo De Luca e l’autotrasportatore Gianni Costa, che hanno celebrato la prima unione gay a Marina di Camerota. Aspettavano questo momento da 20 anni e hanno deciso di organizzare tutto alla luce del sole, addirittura sulla spiaggia. Per altri, invece, resta la difficoltà di affrontare i pregiudizi. È il caso del 31enne di Avellino e del 40enne di Salerno, che si sono uniti civilmente nel capoluogo irpino chiedendo che i loro nomi non venissero divulgati.

L’approvazione della nuova legge ha generato un diffuso entusiasmo ma molti hanno espresso delusione per i limiti ancora imposti. Al centro di accese polemiche la questione delle adozioni. Il testo passato in Parlamento, infatti, esclude sia quella dei bimbi abbandonati che del figlio biologico del partner. E alcuni considerano discriminante anche il veto di accedere alla pratica dell’utero in affitto o della procreazione medicalmente assistita. Argomenti che sono oggetto di continui dibattiti, con accuse di “oscurantismo”, da un lato, e di “attentato alla famiglia tradizionale”, dall’altro. Temi alti che riguardano le libertà fondamentali dell’individuo. Ma del fenomeno unioni civili, stampa e tv prediligono più spesso l’aspetto glamour, la curiosità dei confetti arcobaleno, l’intramontabile pettegolezzo del “chi l’avrebbe detto che quei due…” In questo can-can mediatico, i veri discriminati sembrano quegli eterosessuali che, grazie alle nuove norme, possono ora presentarsi al Comune (numerose prenotazioni pure in Campania) per costituire un “contratto di convivenza” che consente numerosi riconoscimenti assimilabili ad un matrimonio. Un notevole passo avanti giuridico. Ma chi se ne è accorto?

Marco Molino

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