Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia 73 - Vince un tipo di cinema che non troverebbe spazio senza premi importanti

EMILIANO MORREALE

VENEZIA. Intanto, né La la land né Jackie. Il fascino rétro di Hollywood non arriva al Leone e i due film più amati dalla critica mancano entrambi il massimo riconoscimento. Alla fine, la giuria presieduta da Sam Mendes ha snobbato i favoriti americani, il che, si ripete spesso, potrebbe non aiutare il festival nei rapporti con l’industria americana. Questo, abbiamo visto, in realtà non è proprio vero, e ogni anno film hollywoodiani importanti hanno continuato ad arrivare tanto da trasformare il festival, a prescindere dai premi, in un osservatorio portafortuna. Peraltro, il cinema americano rimane tutt’altro che a mani vuote. Anzi, vince la maggioranza dei premi: Tom Ford il secondo premio, Emma Stone quello per la miglior attrice, Jackie la miglior sceneggiatura, mentre il premio speciale della giuria al post-apocalittico The bad batch. E i film di Chazelle e di Larraín vincono in fondo premi meritati, anche se ovviamente erano favoriti soprattutto per il Leone d’oro: la Stone, seppur meno in luce di Natalie Portman in Jackie, balla e canta con impegno, e recita con picchi di virtuosismo, e la sceneggiatura di Jackie era forse davvero la più bella. In definitiva, non si può dire però che la scelta della giuria sia stata priva di senso. Anzi, a guardare l’elenco, e a prescindere dalle esclusioni (parziali) dei due favoriti, si tratta di scelte molto equilibrate. Comprese quella quasi obbligata per il miglior attore, l’argentino Oscar Martínez di El ciudadano ilustre, e tutto sommato anche la tedesca Paula Beer come interprete emergente in Frantz di Ozon. Dispiace solo per l’esclusione di Une vie di Stéphane Brizé, che avremmo preferito al film di Ana Lily Amirpour o al messicano La región salvaje di Amat Escalante, Leone d’argento della giuria (in sostanza il terzo premio). L’ex aequo di quest’ultimo film con il più convincente Paradise di Konchalovsky copre il settore di un cinema d’autore, diciamo così, riconoscibile, da festival: un regista emergente già premiato per la miglior regia a Cannes tre anni fa, e un vecchio autore alle soglie degli ottant’anni. Comprensibilmente ignorati, invece, i film dei maestri più riconosciuti, da Terrence Malick a Kusturica a Wenders (unico autore in gara ad aver vinto il Leone d’oro, nel 1982 con Lo stato delle cose). E poche speranze avevano secondo l’opinione diffusa i tre film italiani. Ma, fuori dal concorso maggiore, fa molto piacere che ancora una volta un nostro documentario venga premiato: Liberami di Federica Di Giacomo vince come miglior film della sezione Orizzonti (ed è la prima volta che accade nella direzione Barbera). Il Leone d’oro a Lav Diaz premia uno dei maggiori registi emersi nell’ultimo decennio, pur con un’opera forse meno dirompente (ma anche meno fluviale nella durata) di altre. The woman who left è un film dalla bellezza immediata, che porta il suo autore nei pressi di un gusto quasi da romanzo d’appendice, seppure depuratissimo. Una scelta in fondo ribadita dalla giuria dell’opera prima, che ha incoronato The last of us del tunisino Ala Eddine Slim, film senza dialoghi presentato alla Settimana della critica. I premi servono anche a questo: a sostenere un cinema difficile che non troverebbe altre strade. Tutti ci siamo appassionati alle cadenze di La la land e alla tenuta di regia e di scrittura di Jackie, ma un Leone d’oro al film filippino (del quale anche la gran parte dei critici conosceva poco l’opera, e che in Italia si è visto solo a Fuori Orario su RaiTre) ribadisce il valore di un’idea di cinema forte, e mette il premio in direzione di qualcosa di nuovo, di non scontato (basti paragonarlo, per contrasto, all’ultimo verdetto del festival di Cannes). La la land e Jackie, produzioni ricche in corsa per l’Oscar, saremmo comunque andati a vederli (e rivederli) in sala; in questo modo, una parte di pubblico potrà forse incontrare con più facilità anche un altro tipo di film, che altrimenti non troverebbe spazi di mercato. E così la sua esperienza del cinema sarà magari un po’ più varia e ricca.


La giuria della 73ª Mostra presieduta da Sam “007” Mendes ha scelto la qualità più elevata con un “palmarès” che ignora le opere di casa nostra
Leone al film filippino in bianco e nero Emma Stone è la più brava
Venezia premia il regista di culto Lav Diaz, amato dal popolo dei cinefili All’Italia va il riconoscimento di “Orizzonti” per “Liberami” di Di Giacomo
ARIANNA FINOS

Un Leone in bianco e nero. La Mostra di Venezia alla fine premia un film di 226 minuti e inquadrature fisse, che rinuncia al colore. A girare The woman who left (“La donna che partì”) poteva essere solo il filippino Lav Diaz, autore culto di film fiume adorati dai cinefili di tutto il mondo (e mai distribuiti in Italia). Nel racconto di Horacia, rimessa in libertà dopo trent’anni di carcere scontati ingiustamente, il cineasta di Mindanao dimezza la durata rispetto al suo standard. Sul palco la gioia pacata di Lav: «Non ci credo ancora di aver vinto. È bellissimo questo Leone che va al popolo filippino, per la sua lotta e per quella dell’umanità».
La giuria dell’inglese Sam Mendes, regista Oscar di Bond raffinati, ha scelto la qualità più elevata e difficile. Consegna un palmarès privo di italiani, insolitamente affine ai gusti di critici e pubblico della Mostra, cercando di spalmare i premi più che si può e con una nutrita pattuglia di film, tre, in bianco e nero. Sul palco ringrazia i colleghi giurati «divertenti e brillanti», loda la varietà delle opere e per spiegare i premi parafrasa Orwell: «Tutti i film sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri».
Lo sono meno, evidentemente, i tre italiani, Piuma, Questi giorni e Spira Mirabilis, rimasti fuori (la consolazione arriva da Liberami di Federica Di Giacomo, vincitore della sezione Orizzonti).

Subito sotto il divino Diaz, ecco lo stilista felicemente votato al cinema, il texano Tom Ford, Gran Premio della giuria con Animali notturni, thriller sul tema di amore e vendetta. Lo stilista ringrazia parlando nella nostra lingua: «Mi sono trasferito in Italia nel ’90, ci ho vissuto i migliori anni della mia vita, è la mia seconda casa. Dopo il bel ricordo di sette anni fa, stasera realizzo un sogno».
Il Leone d’argento è diviso a metà, tra due film diversissimi. Il russo Andrei Konchalovsky per l’elegante e poetico Paradise, sull’Olocausto: sul palco il regista ringrazia «i figli della grande patria russa che hanno sacrificato la vita per salvare bambini ebrei nella lotta con i nazisti». Più contestato lo spiazzante fanta-erotico- horror La región Salvaje (“La regione selvaggia”) di Amat Escalante, con un alieno multifallico sceso sulla terra che provoca un incremento del desiderio sessuale in animali e persone, facendo godere donne e uomini con i suoi tentacoli: «Vorrei chiarire che il mio alieno non è un polpo ma una creatura sexy», precisa sul palco il regista messicano, tra le risate generali.
Azzeccate le due Coppe Volpi. Una a Emma Stone, che in versione musical batte la favorita Natalie Portman (sarà deluso il cileno Pablo Larraín, alla cui lodatissima Jackie tocca “solo” il premio alla sceneggiatura per Noah Oppenheim). Quella maschile va all’attore argentino Oscar Martínez per la commedia El ciudadano ilustre (“Cittadino onorario”) di Mariano Cohn e Gastón Duprat. Sorprende il premio speciale della giuria al postapocalittico The bad batch (“Il lotto difettoso”) di Ana Lily Amirpour, verdetto che divide la sala stampa. «È psichedelico qui, grazie, se mamma e papà fossero presenti amerebbero questo cavolo di evento», dice la regista americana di origine iraniana.
Premio Mastroianni alla 21enne tedesca Paula Beer per Frantz di François Ozon, mentre la giuria presieduta da Kim Rossi Stuart assegna il Leone del futuro- opera prima a The last of us, film senza dialoghi del tunisino Ala Eddine Slim. Premio consegnato da Marco Giallini.
Assume un carattere consolatorio la vittoria in Orizzonti di Liberami, sugli esorcisti in Sicilia di Federica Di Giacomo. «Questo film sembrava impossibile. Lo dedico alle persone che mi hanno regalato un pezzo della loro vita così intima e al mio eroe padre Cataldo, uomo di sana autoironia e di grandi passioni».

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