Dalla rassegna stampa

Venezia 73 - Tra nostalgia per il Novecento e road movie all’italiana

Tra nostalgia per il Novecento e road movie all’italiana
QUESTI GIORNI
VENEZIA.
Andrei Konchalovsky, dalla carriera lunga ormai più di mezzo secolo, tra alti e bassi, tra Urss del disgelo e trasferte americane, aveva vinto il Leone d’argento due anni fa e torna con un film d’altri tempi, un melodramma d’ambiente nazista che ricorda titoli lontani come Kapò di Gillo Pontecorvo. Siamo al di qua di ogni problematizzazione estetica sulla rappresentazione della Shoah, e in anni in cui il cinema e la riflessione teorica hanno raggiunto punte di complessità come Il figlio di Saul, Konchalovsky ci riporta a una dimensione spettacolare da “cinema europeo di qualità” che tuttavia, almeno nella prima parte, governa con indubbia maestria.
Il film sembra partire raccontando una vicenda che viene troncata a sorpresa, poi si concentra su una prigioniera del campo (una nobile russa) e su un giovane ufficiale nazista. E arrivano i primi déjà vu. Il film è un po’ rovinato dal finale misticheggiante, ma per lo più il meccanismo cattura e fa appassionare ai destini dei personaggi Passato anche il terzo italiano del concorso, Questi giorni di Giuseppe Piccioni, storia di quattro ragazze di vent’anni che partono per Belgrado perché una di loro è stata assunta come cameriera. Il film ha i toni ovattati caratteristici dell’autore, ma questo sguardo non riesce a rendere interessanti personaggi sempre tristi, poco simpatici, e senza evoluzione, in un road movie raccontato con numerose lungaggini e senza incontri davvero interessanti. I personaggi della madre di una delle ragazze (Buy) e del professore (Timi), che offrono i momenti più interessanti, sono lasciati in asso e ripresi alla fine, come se fossero un altro film.
( e. mo.)

Regia di Giuseppe Piccioni Con Margherita Buy, Marta Gastini, Laura Adriani, Filippo Timi
PARADISE
Regia di Andrei Konchalovsky Con Julia Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne
Il regista Giuseppe Piccioni


Domani la consegna dei premi della 73ª Mostra del cinema Poche possibilità per i nostri film

Caccia al Leone

Un musical e un biopic in pole position E Natalie Portman si candida alla Coppa
EMILIANO MORREALE
VENEZIA
OGGI, ultimo giorno della Mostra, come è ovvio dilagano già pronostici e auspici, anche se devono ancora passare gli ultimi due film del concorso, che non sono secondari: il filippino Lav Diaz, uno dei beniamini della critica più sofisticata, già vincitore a Orizzonti 2008 e a Locarno due anni fa, e il ritorno di Emir Kusturica con The milky way, interpretato anche da Monica Bellucci. Al momento, si staccano dagli altri per unanimità di consensi il film d’apertura La La Land di Damien Chazelle e Jackie di Pablo Larraín. Due titoli di nazionalità americana che potrebbero contendersi il Leone, e che in molti vedono già proiettati verso gli Oscar. Certo, Jackie è paradossalmente “penalizzato” dall’interpretazione di Natalie Portman, finora maggior candidata alla Coppa Volpi per l’attrice, il che, secondo il regolamento del festival, gli impedirebbe di ricevere anche il massimo riconoscimento. Per la verità, oltre alla Portman almeno una mezza dozzina di attrici sarebbero possibili candidate: dive americane (Amy Adams, Emma Stone, Dakota Fanning), la tedesca Paula Beer del film di Ozon (molto più forte del partner maschile) e la francese Judith Chemla di Une vie, la russa Julia Vysotskaya di Paradise. Ma, per esempio, anche Lav Diaz lavora a stretto contatto con l’attrice Charo Santos- Concio, protagonista anche di quest’ultimo The woman who left: e all’ultimo festival di Cannes un’altra attrice filippina ha soffiato il premio a un parterre di dive una più famosa dell’altra.
Più ristretta la rosa degli interpreti maschili. Spicca su tutti l’argentino Oscar Martínez di El ciudadano ilustre (che è in realtà possibile vincitore di altri premi, a cominciare da quello per la miglior sceneggiatura). Ci sarebbero al massimo, tra i divi, Ryan Gosling o Jake Gyllenhaal.
Leone d’argento alla miglior regia, Gran premio della giuria e premio speciale potrebbero muoversi tra una rosa di nomi. Se i premi fossero da prendere alla lettera, la miglior regia dovrebbe andare a Une vie di Stéphane Brizé, lezione di messa in scena. Ma comunque, a dar retta ai critici in lizza ci sono almeno Animali notturni di Tom Ford e Paradise di Konchalovsky, ma anche Frantz di François Ozon e La regiòn salvaje di Escalante e Arrival di Villeneuve, più amati dagli stranieri.
Tra gli italiani si vedono poche possibilità, a meno che la giuria non si lasci conquistare dalla forza delle immagini di Spira mirabilis, o che qualcuno dei giovani del film di Piccioni e Johnson non vinca il premio Mastroianni per l’attore emergente. Ma, come sempre, i pronostici basati sui pareri della critica raramente coincidono col verdetto. E dedurre i gusti dei giurati dalla loro carriera è sempre un azzardo. Oltretutto, il presidente Sam Mendes è un regista eclettico: inglese di famiglia intellettuale, passato da American beauty ai film di James Bond, con in mezzo un noir rétro, un film di guerra, il raffinato adattamento del romanzo Revolutionary road e una commedia on the road scritta da Dave Eggers e Vendela Vida. C’è da aggiungere che, di tutti i registi in lizza, nessuno ha mai vinto un Leone d’oro (Wenders e Kusturica, decenni fa, ebbero la Palma a Cannes), e nello stesso tempo molti di loro sono autori apprezzati a livello internazionale per i quali il Leone sarebbe la perfetta consacrazione. Dunque ci sono forti possibilità di un Leone d’oro solido e insieme non troppo scontato.

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