Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia 73- Le stelle di Mereghetti - L’Italia fragile del Lido

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L’Italia fragile del Lido

di Paolo Mereghetti

Storie esili e narcisismo: non bastano i tocchi d’autore

Deludono anche le ragazze in viaggio di «Questi giorni»
Un verdetto la Mostra l’ha già dato, in anticipo sui Leoni: il cinema nazionale non ha superato gli esami. Troppo esile, troppo fragile, troppo narciso. L’ultima conferma è venuta da Questi giorni , terzo titolo italiano presentato in concorso ed ennesima conferma della fragilità di un regista che sa usare il tratteggio per le psicologie dei suoi personaggi ma non sa mai spingerli verso i chiaroscuri cui il cinema ambirebbe.

Qui si racconta di tre amiche ventenni che accompagnano la quarta decisa a fare la cameriera a Belgrado. E la sua voglia di tagliare i ponti con tutto diventa il pretesto che offre alle altre la possibilità di rallentare tre destini che sembrano già scritti: chi si è scoperta un tumore (e l’impossibilità dell’amore col professore universitario), chi ha una gravidanza non proprio voluta, chi un fidanzato e una famiglia problematici. Ma quello che sappiamo all’inizio non evolve mai, ognuna resta il simbolo di se stessa, sempre uguale e sempre prevedibile. E l’entrata in scena della madre della malata (Margherita Buy) e dell’affascinante professore (Filippo Timi) invece di arricchire il film lo sfrangia ancora di più, in una sottotrama di cui non si sente la necessità. Anche perché non porta a niente. Piccioni gira intorno alle sue quattro ragazze, costringendole a non cambiare mai tono (specie l’aspirante cameriera. Eternamente ingrugnita), si concede qualche tocco «d’autore» ma alla fine resta prigioniero di un cinema esangue.

Ecco questa incapacità — paura? — di usare delle proprie idee (o di quelle degli sceneggiatori) per offrire ai propri film la verità e l’originalità che tutti vorremmo, sembra aver contagiato molti dei registi italiani qui a Venezia.

Kim Rossi Stuart sogna un film sulla doppia impasse che può colpire un attore, quella artistica e quella privata, epperò nel suo Tommaso (fuori concorso) finisce per ripetere sempre le stesse battute e le stesse scelte, inchiodando il film a un’inutile coazione a ripetere.

Edoardo De Angelis con Indivisibili (Giornate degli autori) incrocia i sogni di due gemelle siamesi con un mondo che sembra capace solo di sfruttarle, ma per mandare avanti il film sceglie la strada dell’eccesso (il ridondante bordello galleggiante) e perde di vista la lucidità cui voleva ispirarsi. Invece a La ragazza del mondo (ancora Giornate degli autori) di Marco Danieli manca il coraggio della coerenza: dopo aver trovato un tema inedito e affascinante — la rigidità insospettata dei testimoni di Geova — abbandona quel mondo per rifugiarsi in un universo derivativo (una Gomorra all’amatriciana), più scontato perché più di moda. Un po’ l’opposto di quello che fa Irene Dionisio in Le ultime cose (Settimana della critica), dove la vaghezza che avvolge i destini dei personaggi che ruotano attorno a un banco di pegni finisce per rivelare una mancanza di fiducia nel cinema come sguardo sulla realtà, un’ammissione di impotenza che si vorrebbe spacciare per «modernità» e invece è solo una resa alle vacuità dei nouveaux cinephiles .

Chi sceglie il documentario sembra avere una strada più facile: l’argomento diventa il messaggio, come nel sorprendente Liberami di Federica Di Giacomo (Orizzonti; sulla diffusione delle pratiche di esorcismo a Palermo) e in Robinù di Michele Santoro (Cinema nel giardino; sul destino segnato dei baby boss della camorra) dove la forza del reale finisce per imporre al cinema un percorso più diretto per arrivare allo spettatore. E che permette al Michele Vannucci di Il più grande sogno (Orizzonti; la redenzione di un ex carcerato) di riscattare una materia a rischio retorica

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Il grande merito dell’originalità nell’inferno dell’Olocausto
Parlare della Shoah e del delirio di onnipotenza nazista senza ripercorrere strade già battute (l’ultima, bellissima, quella del premio Oscar ungherese Il figlio di Saul ) è uno dei meriti di Paradise (Paradiso) del russo Andrei Konchalovsky, che racconta il tragico destino di una nobildonna russa, arrestata a Parigi per aver nascosto due piccoli ebrei e poi mandata in un lager tedesco, dal più improbabile dei punti di vista: quello delle anime trapassate. Sono loro — quelle della protagonista, del funzionario francese che l’ha fatta arrestare e dell’ufficiale tedesco che la ritrova nel campo dopo averla invano amata prima della guerra — a svelare allo spettatore i pensieri e le riflessioni che hanno mosso le loro azioni: la disperata voglia di sopravvivere dell’aristocratica, le giustificazioni del collaborazionista parigino, le illusioni superomistiche del nazista. E così, i fatti della storia e le confessioni post mortem si alternano in una spirale di finzione e di realtà che trascina lo spettatore dentro un mondo dove anche il bianco e nero serve a restituire lo squallore e l’abiezione di chi precipitò nell’incubo dei lager. E che il regista racconta cercando si ricordare il rischio che quei pensieri e quelle bugie (che le «anime» dei tre protagonisti confessano in macchina) possano tragicamente tornare a farsi sentire anche nei nostri giorni. (P.Me.)

 


Piccioni: «Non ho la pretesa di raccontare una generazione»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

Venezia «Vorrei vincere tutti i Leoni, d’oro, d’argento. Lo so che è improbabile, c’è molta concorrenza, ma a volte le giurie compiono qualche ingiustizia…». Giuseppe Piccioni la prende con leggerezza.

Conosce abbastanza le dinamiche della Mostra ( Luce dei miei occhi ottenne la doppietta di Coppa Volpi, per Luigi Lo Cascio e Sandra Ceccarelli) per discutere delle reazioni, buone e cattive, di critici e pubblico per il suo Questi giorni . «Mi diverte la battaglia, l’importante è che venga visto senza pregiudizi». Fa più fatica a definire il film (in uscita il 14 settembre). Un ritratto di quattro amiche ventenni (Maria Roveran, Marta Gastini, Laura Adriani, Caterina Le Caselle) a cui la provincia sta stretta anche se non hanno chiaro in quale direzione cercare la via di fuga. Intorno a loro, poche figure di adulti: Margherita Buy, madre immatura, Filippo Timi, un tenero professore, Sergio Rubini, padre inadeguato.

«Non ha la pretesa di essere un affresco generazionale o un trattato sociologico. Non volevo raccontare una generazione, piuttosto mettermi in contatto con la loro confusione e la loro strana energia, con questo senso di attesa e ansia di vita. Lavorando con loro sul set ho capito che vivono convinte che il meglio debba ancora venire». Non è stato facile, racconta Piccioni, mettere in piedi il progetto (prodotto da Matteo Levi, Verdiana Bixio e Raicinema), ci ha messo due anni.

Complessi anche i casting per trovare le protagoniste. «Ma una volta iniziato ho seguito con libertà l’andamento del racconto, che inizia in modo intermittente, poi prende la forma di un road movie ». Che le ha portate a Belgrado. «All’inizio pensavo Amburgo, scartando Berlino, una meta ovvia. Poi sono capitato a Belgrado, per un festival e ho trovato una città vitale, più europea delle nostre».

Dove le quattro ragazze rimettono in discussione molte certezze. «Il viaggio che pensavano avrebbe coronato la loro amicizia prelude a divisioni. Ripeto, i film non sono su argomenti, ma su persone». La sintesi la regala Filippo Timi. «Questo film è il mio ideale Sex and The City . Anzi, Sex and The City e Piccole donne . Io ci farei una serie tv».

Stefania Ulivi

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