Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia 73 - Le stelle di Mereghetti - Una First Lady straordinaria E Malick scivola sull’universo

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Una First Lady straordinaria E Malick scivola sull’universo
Il regista-filosofo delude con un documentario troppo televisivo
Non passa giorno che il concorso veneziano non sorprenda con i suoi contrasti stridenti. Di qualità più che di stile. Ieri è toccato a Terrence Malick deludere chi si aspettava dal regista una riflessione non solo scolastica sull’origine e l’evoluzione del nostro mondo.

Invece Voyage of Time ( Passaggio nel tempo ) è una specie di centone scolastico che ripercorre la storia del nostro pianeta dalle origini dell’universo alla nascita della sfera terrestre ai primi segni di vita sott’acqua fino all’arrivo delle varie specie animali e poi dell’uomo e delle sue realizzazioni: qualche miliardo di anni condensati in 90 minuti, grazie alle tecnologie digitali. Perché se è evidente che l’universo può essere filmato solo facendo ricorso agli effetti speciali, lo stesso succede con i dinosauri e gli uomini delle caverne (pudicamente glabri e curiosamente attenti a nascondere gli organi sessuali). Lasciando però il dubbio che anche le altre immagini possano essere state ritoccate per renderle più efficaci e spettacolari.

L’ambizione di sintetizzare la storia del mondo in un film aveva già fatto capolino all’inizio di The Tree of Life ma qui Malick si lascia completamente andare al suo sogno filosofico-cinematografico, finendo però per offrire allo spettatore poco più di uno special televisivo.

Nonostante le immagini di reietti, bambini e cerimonie esotiche (i massacri dei bufali per i funerali in Thailandia) e una specie di invocazione-preghiera ripetuta dalla voce fuoricampo di Cate Blanchett, la riflessione è men che elementare, con il suo scontato percorso evolutivo semi-misticheggiante e la quasi totale cancellazione dell’idea di Male in un tripudio di Bello e di Buono. Come è possibile che in un universo così fatto siano potute accadere le storie che Malick raccontò in La rabbia giovane o La sottile linea rossa , sarebbe stato bello chiederlo al regista, che però come sempre ha disertato il festival.

Tutt’altra qualità per Jackie di Pablo Larraín dove Natalie Portman dà vita (candidandosi con la sua interpretazione alla Coppa Volpi) a una straordinaria, glaciale, determinata Jacqueline Kennedy, decisa pochi giorni dopo l’attentato di Dallas a difendere l’immagine pubblica del marito che qualche giornalista cominciava ad attaccare. Per questo ne chiama uno a casa (Billy Crudup) e ricordando i giorni terribili che ha dovuto attraversare difende il proprio ruolo e quello del marito.

Il film alterna il loro colloquio con moltissime scene ricostruite (oltre a poche immagini documentarie), evita puntigliosamente le dietrologie sull’attentato per concentrarsi sul dramma di una donna che deve conciliare il dolore e consolidare l’immagine di un presidente che ha governato per meno di tre anni. Non è la prima volta che Larraín (su una sceneggiatura di Noah Oppenheim) riflette sull’importanza dell’immagine ( No – I giorni dell’arcobaleno era praticamente tutto su quel tema) ma qui lo fa concentrandosi su un solo personaggio, spesso ripreso in inquietanti primi piani, di cui non nasconde debolezze, ambizioni e cedimenti. Una donna che usa il guardaroba come un’arma (mostrare il sangue del marito morto), le indiscrezioni come esche (la passione per il mito di Camelot) e sa bene, come il giornalista di Liberty Valance , che la realtà cede sempre il passo alla leggenda. E il suo compito è costruirne una.

Paolo Mereghetti

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