Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia 73 - Le stelle di Mereghetti - La non-qualità in un mix di eros e violenza

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La non-qualità in un mix di eros e violenza
Ogni categoria ha i propri scheletri negli armadi e i critici avrebbero quello di non amare le commedie. Una specie di mantra al contrario riesploso ieri dopo la proiezione di Piuma di Roan Johnson, commedia giovanilistica che parla delle fragilità dei giovani (i 18enni Ferro e Cate aspettano un figlio) per raccontare i limiti e le colpe della generazione dei genitori. Niente di nuovo se non fosse per l’aria di compiaciuta furberia su cui si regge tutto il film, preoccupato di far ridere (con le solite trovate dialettali: il padre di Ferro è toscano, la madre romana) più che di dare una vera anima ai suoi personaggi. Tutto è subordinato alla battuta che però non nasce dal personaggio (come a esempio in Fantozzi ) ma piuttosto dagli stereotipi che il pubblico può aspettarsi (il giovane svalvolato, il padre irresponsabile, il nonno terribile), secondo una logica che funziona benissimo nelle fiction tv ma lascia molto a desiderare al cinema. L’elementarità della recitazione e la superficialità delle psicologie (se così si possono chiamare i caratteri) non è molto diversa dalla non-qualità media del cinema italiano mainstream. Quello che ci si chiede è cosa faccia un prodotto così all’interno di una Mostra che si vuole «d’arte cinematografica». Anche il film messicano non è una commedia, eppure è egualmente insensato e finito dove non doveva stare, cioè in concorso. La región salvaje ( La regione selvaggia ) di Amat Escalante assomiglia agli appunti per due o tre film a venire, tanto gli episodi sono slegati tra loro: da una parte c’è una povera famiglia messicana dove il marito tradisce la moglie con il cognato; dall’altra c’è un misterioso mostro polifallico di cui i vari personaggi sperimentano in momenti diversi la capacità di soddisfazione sessuale (ma anche la inesplicata violenza). Perché queste due situazioni stiano insieme è un mistero, così come sfugge — a me, almeno — il senso del film. A meno che non sia un sogno-metafora sull’insoddisfazione erotica dei messicani poveri e sui modi per combatterla. Metafora di cui avremmo tranquillamente fatto a meno.

Paolo Mereghetti

 

 


Il Messico in gara con la storia assurda di un mostro alieno bisex

Divide la commedia sugli adolescenti. «Non merita il festival»

Il Messico in gara con la storia assurda di un mostro alieno bisex
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

VENEZIA «I fischi? Ci sono state anche tante risate e tanti applausi, va bene che le reazioni siano diverse. Siamo orgogliosi e felici di essere qui, contenti di essere in gara con una commedia, è giusto sdoganarla ai festival. La risata è ancora un tabù per il cinema d’autore, invece penso sia l’arma migliore che abbiamo» dice il regista Roan Johnson. Piuma , il film più leggero di Venezia 73, ha provocato ad oggi le reazioni più pesanti. I fischi all’anteprima per la stampa, ma anche 10 minuti di applausi durante la proiezione per il pubblico. E prima ancora e contestazioni sulla sua presenza nella selezione ufficiale. Alberto Barbera lo annunciò come «una sorpresa, abituati alle commediole usa e getta del recente cinema italiano».

Fino a qui — per citare il regista anglo-pisano — era andato tutto bene. Gli apprezzamenti sulla qualità delle opere in gara, a partire da La La Land , era stata unanime. Ma l’accoppiata tra la leggerezza, per alcuni insostenibile, della commedia su Ferro e Cate, diciottenni alle prese con la nascita di una figlia, e La región salvaje di Amat Escalante, dove l’eros incrocia horror e fantascienza attraverso i tentacoli di una creatura pronta a dare piacere indifferentemente a uomini e donne, fa discutere sulle scelte dei selezionatori.

Dove voleva andare a parare il regista messicano con il mostro poli-fallico? «Il miei temi sono sempre gli stessi: ingiustizia, diseguaglianze, machismo, rifiuto della diversità», dice lui. «Poiché la realtà ha superato la fiction, avevo bisogno di cercare risposte altrove». Non tutti hanno gradito. E, soprattutto, capito.

In quanto a Piuma fischiato, sembra ripetersi un copione già visto in occasione di altri italiani in gara al Lido. Si ricordano gli esempi di Michele Placido e Cristina Comencini. Il fuoco amico l’anno scorso colpì Luca Guadagnino ( A Bigger Splash ). Prodotto da Palomar e Sky, sarà nelle sale il 20 ottobre. Johnson sembra fare sua una delle battute affidate a Ferro (Luigi Fedele). «Quando arriva la sventura il Samurai se ne rallegra. Perché quando l’acqua sale la barca fa altrettanto».

E la barca qui al Lido è affollata. Il cast, la coprotagonista Blu Yoshimi, i suoi genitori Michela Cescon e Sergio Pierattini, il padre di Ferro, Francesco Colella, l’amico del cuore Brando Pacitto. Francesca Michielin, autrice del brano della colonna sonora «Almeno tu». Una marea di paperelle gialle, come quelle che spuntano qua e là nel film. E un’altra marea, il cast e i fan della serie «Braccialetti rossi» che in comune con Piuma ha produttore (Carlo Degli Esposti) e attore (Pacitto), tra red carpet e social, tutti pronti a sostenere il film nei cinema. Dove avrebbe potuto approdare senza il passaggio nel concorso veneziano. «La gara è un attestato di stima — ribadisce il regista —. Un filo rosso mi lega alla grande tradizione della commedia all’italiana, sono allievo di Virzì e Bruni che lo erano di Scarpelli. Questo è il mio film più maturo».

Lo spunto è personale: la nascita del primo figlio (il secondo è in arrivo) con la compagna Olivia Madeddu, cosceneggiatrice. «Il tema del film è l’assunzione di responsabilità, possiamo decidere se sottometterci al pessimismo dei nostri tempi o volare con l’incoscienza di Ferro e Cate. Ci sembrava bello raccontare dei ventenni ribaltando la prospettiva: altro che imbecilli, sono più maturi di noi». E il Fertility Day? «Nessun contatto. Ferro sarà un cazzaro ma una cosa l’ha capita: la scelta in tema di maternità è della donna».

Stefania Ulivi


Siffredi: «La pornografia? Ormai è un circo»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

VENEZIA Rocco Siffredi parte male offrendo lo stereotipo di se stesso quando dice di aver «messo a nudo la mia anima», lasciando stare, nel filmato che porta al Lido, ciò che gli dà da vivere. Poi tra sensi di colpa ed euforie si racconta con sincerità. Ma prima avvisa: «La prossima frontiera del sesso è la bisessualità». Al Lido c’è posto per il documentario Rocco di Thierry Demaizière e Alban Teurlai che la Bim manderà in autunno nelle sale.

«È difficile parlare della propria vita reale, avevo paura dei pregiudizi perché della pornografia si mostrano solo i lati negativi. Il sesso lo tiriamo fuori quando ci serve, e lo reprimiamo il prima possibile. I miei fan conoscono le mie parti intime e come le uso, ma non conoscono la persona».

Pornostar è la scelta che ha fatto da giovanissimo (ora ha 52 anni): «I miei genitori mi dicevano che col porno non avrei avuto una famiglia, invece ho tutto e più di quelle normali, che poi si ritrovano divorziate. Quando tornavo a casa dal set mi vergognavo, cercavo gli occhi di mia moglie Rosa».

Perdoni, non era pornostar anche lei? «Rosa ha fatto solo pochi film con me, diceva che gli altri erano brutti e non le piacevano. Forse fu una risposta di comodo, ma stiamo ancora insieme». I suoi genitori: la madre lo voleva prete, è cresciuto con la religione sulla testa e «i miei colleghi non hanno avuto gli stessi problemi»; il padre è anche lui un erotomane, «quando mia madre era sul letto di morte si vide il campo aperto. È morto di solitudine». Qual è la tipologia di donna che non resiste al suo fascino? «Piacere a tutte: sarebbe stato troppo bello». Ultim’ora sul mondo porno: «Internet ha cambiato tutto, le diciottenni di oggi sono navigate, ne sanno più di una quarantenne. La sessualità oggi è una performance da atleti, la pornografia è diventata un circo. Nel futuro non ci sarà nessuna Moana Pozzi».

V. Ca.

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