Dalla rassegna stampa Cinema

VENEZIA 73 - Beati i rivoluzionari

Beati i rivoluzionari
Autoritario e carismatico il pontefice di Sorrentino simbolo del nuovo potere
EMILIANO MORREALE COMPLICI
VENEZIA
SI rimane spiazzati davanti al papa giovane della miniserie di Paolo Sorrentino. In anni di pontificato sociale e di ritorno all’umiltà, il film propone una figura inclassificabile, che non è nemmeno quella ratzingeriana o wojtiliana, ma una fantasia del tutto personale, cui è difficile attribuire un referente anche indiretto nella storia di oggi.
Il giovane cardinale americano Lenny Belardo (Jude Law) è stato appena eletto Papa, ma nessuno lo conosce davvero, e il suo arrivo prende tutti di sorpresa. Autoritario, imprevedibile, altero, maltratta ogni sottoposto e governa da subito con pugno di ferro. Non sembra avere punti deboli nel presente e nel passato, e si serve di una diabolica finezza psicologica e del proprio carisma per ridurre tutto al proprio disegno. Anche il suo uso dei media è sottile: via il merchandising e la paccottiglia, ritorno a un’essenzialità quasi iconoclasta. Perfino la sua immagine dovrà essere nascosta, e la prima omelia la farà in silhouette, sagoma nera invisibile ai fedeli. Comunicare attraverso la lontananza, allontanare la chiesa dai fedeli e puntare sulla soggezione.
L’inizio del pilot sembra una sorta di teaser del cinema di Sorrentino: sogni, visioni, carrelli avanti in soggettiva con gli astanti che guardano in macchina. Poi ci si trova davanti a qualcosa di piuttosto diverso, una commedia del potere in cui ha spazio soprattutto il talento di sceneggiatore e dialoghista dell’autore. Le batttute sentenziose che appesantivano Youth qui sono invece precise e leggere, facendo progredire per piccoli tocchi la descrizione dei personaggi. Su tutti la suora che aveva cresciuto il giovane Lenny in seminario (Diane Keaton) e soprattutto il cardinal Voiello (Silvio Orlando): un rappresentante del vecchio potere, una specie di versione porporata del Divo Giulio, che dietro il cinismo crede però ancora in Dio o almeno nella Chiesa (infatti chiede perdono per quello che sta per fare a maggior gloria di essa), mentre il nuovo Papa è oltre tutto questo.
Sorrentino è un regista ateo, come lo era il Moretti di Habemus Papam (cui questo lavoro sembra a tratti debitore, compresa una partita di calcio tra suore al ralenti che richiama la pallavolo tra preti). Certo lo attrae la superficie del glamour vaticano, le porpore, i cappelli, le stanze. Ma soprattutto, come è in molta serialità moderna (dai Soprano a
Game of Thrones) il tema vero è il potere e il suo mantenimento. Ma se manca l’elemento del sacro, sembra lontano anche il fascino degli arcana imperii, i sotterranei del Vaticano. Siamo lontani anni luce da Dan Brown: non sembra esserci nulla di sinistro in questi giochi di potere, solo una stanchezza diffusa e cinica.
Queste le prime impressioni, suscitate da un piccolo assaggio di The Young Pope (a Venezia si sono viste le prime 2 puntate su 10 totali). Lasciati in asso da un discorso-shock del pontefice, viene la curiosità di seguire il resto. Molte piste vengono aperte. L’enigma al momento, non solo per gli altri personaggi ma anche per lo spettatore, è proprio la figura centrale, questo Papa reazionario e postmoderno che è in fondo anche un regista, che impone la propria visione con la forza e non col compromesso. Chi è davvero? Qual è il suo scopo? E poi: rappresenta qualcos’altro? L’America, un nuovo potere che scaccia il vecchio? Un fondamentalismo che supera la visione cattolica del potere e della morale? Davvero non crede in Dio, come cinicamente proclama? O invece è paradossalmente un santo, come qualcuno insinua a un certo punto?


“Cosa pensano in Vaticano? Problemi loro…”
L’INCONTRO DEL REGISTA CON LA STAMPA INTERNAZIONALE. POSITIVE LE CRITICHE
DALLA NOSTRA INVIATA
VENEZIA. Un papa che fuma, adotta un canguro, indossa infradito bianche e beve Coca cola alla ciliegia. Piccole eccentricità di un giovane pontefice, Jude Law, a cui si affiancano prese di posizione forti sulle più grandi questioni della Chiesa. Alla Mostra si sono visti due dei dieci episodi di The Young Pope. E questo assaggio di film lascia grande ambiguità sulla natura conservativa o innovatrice del papa incarnato da Jude Law. Interrogato sulle possibili reazioni della Santa Sede, Sorrentino replica: «Cosa penseranno in Vaticano? Problemi loro…chi avrà la pazienza di arrivare fino in fondo capirà che non si tratta di sterile provocazione né una forma di pregiudizio o intolleranza nei confronti della Chiesa, ma il tentativo onesto e curioso di indagare le contraddizioni, le difficoltà e il fascino del clero. Cardinali, sacerdoti, suore e un prete diverso da tutti gli altri che è il papa».
Un papa, il suo Pio XIII, che al contrario di papa Francesco sceglie di avvolgere la sua immagine nel mistero: «Il nostro pontefice è diametralmente diverso da quello attuale, ma questo non significa che non possa essercene uno anche in un futuro prossimo. È illusorio pensare che la Chiesa abbia imboccato un percorso verso la liberalità, anzi è verosimile che dopo questo Papa ne venga uno di segno contrario». Nel ricco cast ci sono Diane Keaton, Javier Camara, Silvio Orlando, cui spetta il ruolo dell’antagonista. «Ringrazio la mezza dozzina di dialogue coach che ho sterminato in questa esperienza e chi mi ha accompagnato in questa avventura da cui sono uscito vivo », scherza Orlando.
Sette minuti di applausi alla proiezione per il pubblico, The Young Pope ha convinto, con poche eccezioni, la stampa italiana e internazionale, a partire da Variety e The Hollywood Reporter. Gli americani non possono resistere all’accostamento con altre serie come
House of cards e Mad Men. Per gli italiani si tratta di puro immaginario sorrentiniano, compreso quell’umorismo che il regista sfodera a proposito di Higuain, attaccante passato dal Napoli alla Juve: «La chiesa si occupa con una certa frequenza di fede e tradimento, mantenere Higuain con la maglia del Napoli aiuta a ricordare questi due concetti».
( ari. fi.)


Dal western sull’Apocalisse al Vangelo secondo Delbono la religione conquista il Lido
ARIANNA FINOS
DALLA NOSTRA INVIATA
VENEZIA
NEL MOMENTO in cui le nostre società sono messe sotto attacco dall’interpretazione più fanatica dell’Islam l’uomo occidentale torna interrogarsi sul suo Dio e lo fa anche attraverso il cinema presentato alla Mostra.
The Young Pope compreso, visto che Sorrentino considera la serie un film in dieci puntate.
È suddiviso in quattro capitoli biblici (Apocalisse, Esodo, Genesi e Castigo) il disturbante western Brimstone, in concorso. Firmato dall’olandese Martin Koolhoven, il film affronta il tema delle derive del fondamentalismo religioso. Il Predicatore (un ripugnante Guy Pierce che omaggia il Robert Mitchum di La morte corre sul fiume) guida la chiesa riformata olandese in America e gestisce la Bibbia come strumento di sopraffazione verso le donne («un po’ come succede oggi», sottolinea il regista ) piegandone i precetti al servizio della sua depravazione.
Racconta una Via Crucis moderna El Cristo ciego del cileno Cristopher Murray, il cui giovane protagonista, convinto di avere Dio dentro di sé tanto da farsi inchiodare le mani a un albero, compie un viaggio alla ricerca della fede più pura: «Mi sono ispirato a storie vere apprese durante i miei studi di teologia e che faccio raccontare alla gente dal protagonista», spiega il regista trentenne.
Ha scelto la chiave della commedia sofisticata e ottimista Rama Burshtein, cineasta convertita all’ebraismo da dodici anni che due anni fa ci ha fatto entrare nella comunità hassidica con
La sposa promessa. In Un appuntamento per la sposa stavolta una giovane donna, lasciata dal fidanzato a un mese dalle nozze, decide di non spostare la data, certa che nel frattempo Dio le manderà un altro sposo.
Il tema della religione forma quasi una sezione a sé tra i film italiani sparsi nelle varie sezioni. A Orizzonti è stato presentato Liberami, il docufilm di Federica Di Giacomo, un viaggio in Sicilia tra i riti di liberazione dal Maligno. Per la regista «l’esorcismo si è rivelato una straordinaria chiave di accesso alla contemporaneità ». È una genesi molto personale quella di Vangelo di Pippo Delbono, la cui madre in punto di morte gli ha chiesto di raccontare una storia d’amore sulla vita di Gesù. Dopo essersi chiesto «come posso portare in scena la parola di Cristo, se non sono credente? », il regista ha scelto un approccio toccante e scomodo, realizzando uno spettacolo teatrale e poi un film girato nel centro per immigrati di Asti. Da attore Delbono interpreta il carismatico capo dei Testimoni di Geova, dispiaciuto ma inflessibile applicatore delle ferre regole della comunità in La ragazza del mondo di Marco Danieli. Non un film di denuncia ma un viaggio in una comunità, quella italiana, che è la seconda in Europa per grandezza. Racconta il percorso interiore di una giovane testimone che s’innamora di un “ragazzo del mondo”, cioè non credente, rischiando l’espulsione e il disconoscimento di familiari e amici.
È invece ambientato tra le chiese pentecostali di Castel Volturno Indivisibili di Edoardo De Angelis: «I nigeriani qui sono metà della popolazione. C’è chi lascia piccole attività per improvvisarsi predicatore, approfittando di debolezze e speranze di una umanità marginale. C’è anche qualche predicatore italiano, cui mi sono ispirato per il mio prete cattolico che sfrutta il vizio della speranza».


Tra noir e Grande guerra a vincere è l’attrazione per i classici del passato
VENEZIA.
Nel 1932, alla prima edizione della Mostra del cinema, tra i film presenti c’era anche L’uomo che ho ucciso, sfortunato melodramma pacifista di Ernst Lubitsch. Oggi la pièce di Maurice Rostand cui Lubitsch si ispirava torna a essere un film diretto da Francois Ozon, Frantz.
Che, almeno per un po’, si confronta anche col film del ‘32. La storia è ambientata all’indomani della Prima guerra mondiale: una famiglia tedesca è distrutta per la morte al fronte del figlio Frantz; la fidanzata di lui è inconsolabile. Finché si fa vivo un misterioso francese, Adrien, che racconta di essere il miglior amico di Frantz. Ozon passa dal tedesco al francese, e dal bianco e nero al colore, con uno stile controllato e un po’ inerte, senza affondare il pedale del melodramma e come non arrivando mai al cuore della storia. Dapprima sfiora un coté omosessuale tra i due giovani, poi si concentra sulla fidanzata Anna. Anche il discorso pacifista, di ben maggiore urgenza nella pièce e nel film di Lubitsch, è ovviamente in secondo piano.
Anche l’altro film in concorso, Brimstone, ha alle spalle un film americano, anzi di uno dei più grandi film americani di sempre, La morte corre sul fiume di Charles Laughton. La filiazione in realtà la si scopre solo verso la fine, ed è uno dei punti deboli del film. All’inizio, per la verità, la vicenda incuriosisce: si comincia con un capitolo intitolato Apocalisse, in cui una levatrice muta viene perseguitata da un predicatore, che vuole punirla per aver salvato una madre e non un nascituro. Il secondo capitolo, Esodo, è un antefatto, che mostra la donna nella sua vita precedente in un bordello, perseguitata già allora dal predicatore. Poi si tornerà ancora indietro alla Genesi, e da lì in poi parte un accumulo granguignolesco di colpi di scena che rende indigesto il risultato.

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